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15 gennaio 2020

Minuscoli drammi/59: Atto I (ovvero, di nascita)

Siamo in Svizzera da ormai quasi 4 anni, tenutari di permesso B, grande, grigetto, bruttino, che rompe il portafoglio. Ci siamo sentiti così bene qui che abbiamo deciso di farvici nascere la nostra secondogenita, non prevedendo però, che la burocrazia per questo genere di cose fosse così ... così ... così. 
E niente, per alcune cose qui in Svizzera è più facile, per altre, effettivamente, no. Ma andiamo con ordine, anzi, cominciamo ancora prima che inizi tutta la storia, quando ancora mi aggiravo agile con il pancione e andavo a visitare ospedali in vista del parto. È in una di queste occasioni infatti che gentilmente mi favoriscono un foglio giallino con la lista dei documenti necessari per produrre un certificato di nascita, qualora se ne presentasse l'occasione. La lista è lunga e in certi punti contraddittoria, è diversa per i cittadini portoghesi (??? - ah, gli accordi bilaterali!), e insomma genera più domande che risposte. Colto da fervore, Subirotamic chiama allora il centralino dello Stato Civile del canton Vaud per avere informazioni dettagliate. Al telefono, viene però liquidato frettolosamente dall'addetto che dice di non preoccuparsi, che non sa esattamente, che dipende, che di solito non ci sono problemi, che mandiamo le carte che abbiamo e poi vedremo quando nasce il bambino. Insomma, un "no se pol, no gavemo, volentieri" triestino in salsa svizzera, e che vuoi che sia, siamo abituati, noi, ai metodi asburgici.
Siamo più o meno in maggio credo. Due o tre mesi dopo, nasce A. Evviva!
Il fiero papà va subito al banco dell'ospedale per fare le carte per la dichiarazione di nascita, con certificati di nascita nostri, di matrimonio, passaporti, cose così. Tanto di solito vanno bene le carte che abbiamo, e poi, vedremo, no?
Passa un mese, A. cresce, ma nessuna carta me la certifica.
Passano telefonate allora Stato Civile con risposte vaghe, siamo in ritardo, sa com'è, l'estate.
All'improvviso, una missiva dallo Stato Civile.
I certificati non vanno bene, alcuni, servono certificati di nascita più recenti, anche quello di nascita del fratello (dall'Olanda, facile), serve recente, servono i nomi dei nonni, tutto da rifare. Intanto è Ferragosto, il periodo migliore per la burocrazia italiana e non solo, e parenti vengono spediti in fretta nei vari comuni italiani a ottenere nuovi certificati.
Una manciata di telefonate dopo,  qualche cambio di addetto al nostro dossier dopo a complicare le cose, colpo di scena, pare che il comune dove è stato celebrato il nostro matrimonio non abbia mai comunicato il fatto al comune di nascita dello sposo, e questo infici la produzione del suo certificato di nascita. Interpellato, il comune del matrimonio, dà la colpa all'ambasciata olandese, che di mezzo c'era, è vero, ma chissà. Si decide comunque di non coinvolgere in tutto questo anche l'ambasciata olandese e tiriamo avanti, il comune del matrimonio viene redarguito da un Subirotamic particolarmente agguerrito, che in due giorni ottiene la sistemazione del suo status e il suo certificato di nascita aggiornato. Che però deve arrivare poi con la posta fino in Svizzera. Il mio arriverà direttamente con i parenti coinvolti nelle operazioni nei vari uffici italiani, che ormai era ora che ci venissero a trovare, tanto questa storia era andata avanti.
E così, dopo esattamente 3 mesi dalla sua nascita, A. ha finalmente un documento che ci informa che, se vogliamo, possiamo richiedere un grazioso certificato di nascita svizzero, con tanto di angolino argentato, per la modica cifra di 30 CHF a copia. Ne richiediamo 3, nell'ebbrezza della conquista non si bada a spese.
Poi sappiamo già che uno servirà per il consolato italiano, perché sì, confermando l'evidenza inconfutabile della sua esistenza, la Svizzera ha finalmente accettato la nascita di A., ma l'Italia? Per l'Italia A. c'è?
Non ancora.
Contatto lo Stato Civile del Consolato di Ginevra per sapere i tempi tecnici della registrazione della nascita di un neonato allo Stato Civile italiano (passo indispensabile per ottenere un qualsiasi documento di identità). A parte che una risposta automatica mi informa che a causa di un'inondazione del palazzo il consolato non lavora a pieno regime, mi si dice che la registrazione avviene: subito se ci si presenta di persona, dopo 3 mesi se si invia il certificato per posta.
Eccoci quindi in treno, io e la neonata, a fine Ottobre, per andare di persona al Consolato di mercoledì senza appuntamento (come consigliato per email dal gentile collega del Console). Sulla porta del Consolato, a Ginevra, c'è scritto che a causa dell'inondazione il mercoledì non ricevono più senza appuntamento.
Faccio finta di non aver letto il cartello, e entro nell'elegante palazzina puntando tutto sulla tenerezza suscitata dalla neonata negli astanti.
Incredibilmente non ci sono scale tra me e l'ufficio dello stato civile, evvai!, ma a fermarmi c'è un cartello che impedisce l'entrata nell'ufficio dei passeggini.
Non vorrete mica che la lasci fuori? Chiedo quando è il mio turno. Ma no signora si figuri entri pure.
Evito la mia solita pedanteria e non chiedo nulla sulla funzione del cartello affisso fuori dalla porta.
A. è ora registrata anche in Italia, tutti hanno finalmente ammesso che è nata,  possiamo quindi valicare il confine di Stato e passare il Natale in famiglia?
Orrore! Eresia! Il certificato di nascita e la registrazione non sono assolutamente documenti validi per l'espatrio, come tragicamente mi informa l'impiegata consolare, e non si ascolti la gggente che dice di aver  viaggiato con questi documenti, che ti rimandano indietro alla frontiera, che ti prendono il bambino, che a Genova una coppia è dovuta tornare in Svizzera (ora che ci penso, non so cosa intendesse riportando le disavventure di questa giovane famigliola, ma non volevo certo interrompere la serie di drammi snocciolati dall'improvvisata Cassandra consolare), che insomma, anche in questo frangente, "no se pol, no gavemo, volentieri" triestino, in questo caso però in salsa emigrato italiano in Svizzera.
E va bene, signora, mi ha convinto, faremo il passaporto anche a questa bimba, come avevamo fatto con T. all'ambasciata olandese, con prezzo maggiorato e validità ridotta. Si può fare ora?
No perché ci vuole l'appuntamento.

E finisce così, questa storia, tre giorni tre prima del nostro treno per l'Italia, questa volta anche con Subirotamic che per i passaporti dei minori ci vuole tutto il parentado, di nuovo in gita a Ginevra.
Per fortuna un amico siriano-tedesco, attualmente residente nella zona, mi aveva consigliato il miglior ristorante libanese della città e a Ginevra, oltre a ottenere finalmente dei documenti validi per l'espatrio per A. (4 mesi e mezzo dopo la sua nascita), abbiamo pure pranzato bene.

26 aprile 2017

Minuscoli drammi/49: Le tasse, ancora, ovvero, Se niente importa (cit.).

Da pochissimo, vi ho parlato della gioia di pagare le tasse in tre Paesi diversi. Alle sere passate davanti a fogli da compilare e schermate di traduzioni improbabili fornite da Google Translate, ora si aggiungono anche delle piccole perle di vita vera, vissuta alla luce del sole, o perlomeno in pubblico, a coronare questa sfida che per il momento era rimasta domestica.
Ad esempio ieri pomeriggio, quando in mutande, nello spogliatoio della piscina, mi ha raggiunto una chiamata da un numero sconosciuto olandese.
Rispondo. È uno degli uffici che mi deve fornire una carta con un'indispensabile informazione da inserire nel modulo della dichiarazione.
Faccio un passo indietro e mi guardo da fuori: seminuda, in uno spogliatoio affollato di una piscina comunale Svizzera, a conversare al telefono di problemi finanziar-burocratici in Inglese frammezzato da espressioni e termini olandesi. 
Spero mi facciano entrare ancora.
Esco di piscina, e dopo un'attesa di un'ora e quaranta, neanche fossimo alle Poste, riesco a entrare in un ufficio di consulenza finanziaria per espatriati italiani, e scoprire che no, sì, cioè, c'è scritto fuori che fanno assistenza alle dichiarazione dei redditi e simili, ma in realtà si occupano solo di pensioni e invalidità. Per le dichiarazioni dei redditi svizzere, prego rivolgersi a una nostra commercialista di fiducia, ecco qui il biglietto da visita.
Lo guardo, e come immagine decorativa ci sono delle banconote di Euro.
Andiamo bene, mi dico, pensando ai Franchi che mi chiederà nella sua parcella.
Per concludere, una volta a casa e contornata da quelle che credo tutte le carte necessarie per concludere la mia dichiarazione olandese, chiamo un'ultima volta l'efficientissimo servizio informazioni per la compilazione della dichiarazione olandese, per capire, in una delle domande, quale delle tre opzioni devo barrare: E, W o P?
Nelle cento e passa pagine di istruzioni, non vi è nessun indizio.
Un amico che aveva fatto la dichiarazione l'anno scorso aveva messo W.
Alla mia prima telefonata di informazioni a riguardo, la zelante olandesina, dopo avermi fatto attendere vista la complessità della domanda, era tornata dicendo che dipendeva dal Paese di emigrazione, e quindi, nel mio caso, con la Svizzera, si doveva mettere o W o P a seconda del valore inserito in un'altra casella del formulario (e seguendo queste istruzioni, a me risultava P). Mio marito aveva poi un'altra teoria, che andasse messo W, teoria basata sulle iniziali delle parole descriventi il nostro caso, e sulle fasi lunari, credo.
Confusa, senza accennare alle precedenti risposte e teorie esistenti, ho proceduto a domandare a questa nuova olandesina quale lettera andasse messa nel mio caso.
- E, senza dubbio.
- Ah, va bene...
- Sì comunque se mette anche W o P, non è che cambi qualcosa.
- ???

Vabbè, Se niente importa (cit.), potevate pure dirmelo prima.
Tra quelle 100 e passa pagine di istruzioni, giuro, lo spazio c'era.

21 ottobre 2016

Minuscoli drammi quotidiani/43: Il codice fiscale.

Scusate se di questi tempi si accumulano minuscoli drammi, ma che ci posso fare, mi vengono addosso da tutte le parti, li trovo dappertutto, anche nella cassetta della posta.
L'ultimo, infatti, è arrivato sotto forma di lettera nientepopodimeno che da parte del Consolato Generale d'Italia a Ginevra.
Mi si comunicava, in data circa metà ottobre, che la domanda di attribuzione del codice fiscale per il mio figlioletto (inviata in data circa metà LUGLIO) era andata a buon fine (e menomale!), il codice era attribuito, e la tesserina sarebbe arrivata veloce veloce (fra tre mesi), a Ginevra (vabbè, si farà una gita a Ginevra...).
Perfetto, do giusto un'occhiata ai dati anagrafici e ... NooOOOoooOOoOO.
Nato in: Svizzera.
Ma come? Dopo tutta la fatica sull'Isola, con il pancione, il ferry preso alle 6 del mattino per andare in ospedale, con le acque rotte e un bimbo pronto per venire al mondo, un parto in Olandese/Inglese/Italiano, dopo i pasti indonesiani in ospedale, e i celeberrimi paninetti olandesi a colazione e a pranzo (ma uguali uguali, eh), dopo il ritorno sull'Isola con un pacchettino di bambino di neanche 24 ore, un trasloco internazionale con il medesimo pacchettino avente soli 3 mesi, e mi venite a dire, nato in Svizzera??

Precipitatami al telefono, per una congiunzione astrale favorevole, al consolato mi hanno risposto subito, e allarmati mi hanno passato chi di dovere. E niente, effettivamente nella domanda è tutto corretto, ma c'è stato un errore da parte loro, e si affretteranno subito a chiamare Roma, sperando che non sia "troppo tardi".
"Troppo tardi" per cosa? penso io, mica esplode, il codice fiscale, se c'è un errore...spero.

Immagino che alla fine, un codice fiscale mi arriverà (o meglio, andrò probabilmente a prenderlo io a Ginevra), e da quell'accozzaglia di lettere e codici sarà difficile decifrare se è stato registrato come nato in Svizzera, o nei Paesi Bassi.
Però voi sappiatelo, che quasi un anno fa, lui è nato a due passi dal mare, a due passi da un faro, con un cappellino da marinaio blu, pronto per salpare a vele spiegate.

10 ottobre 2016

Minuscoli drammi quotidiani/41: L'equipollenza.

Nonostante la bellissima parola, "equipollenza", il concetto mi ha fatto letteralmente andare fuori dai gangheri, altro che minuscolo dramma.
Capita che io sia in cerca di un lavoro, e che sia di "larghe vedute" - o disperata, fate voi -, e che cerchi un po' ovunque, anche in patria.
Ed ecco aprirsi una buona possibilità, addirittura all'Università di Venezia!, per un posto da coordinatore/coordinatrice di progetti internazionali su tematiche ambientali/clima: perfetto. È fatta, farò domanda, penso ingenuamente. Vogliono un dottorato in materie inerenti, conoscenza inglese, cose così, ci siamo.
Comincio la domanda online sul sito dell'Università, e sembra tutto così facile, finché non mi imbatto nell'equipollenza.
Equipollenza del dottorato.
Mmmm.
"Se avete conseguito un dottorato all'estero, ci vuole l'equipollenza."
Boh, ma io ho conseguito il dottorato in Europa, in seno alla grande famiglia Europea in uno dei paesi più acclamati e invidiati - L'Ollandia!, vuoi che mi chiedano l'equipollenza, per di più per un posto da coordinatore internazionale? forse sarà per le Università extra-europee, penso ingenuamente. Scrivo alla segretaria che ci deve essere un errore, mi si risponde assolutamente no, si deve fare l'equipollenza.
E va bene, penso ingenuamente, faremo l'equipollenza. Dopo tutto, al mio congedo, la magnifica e prestigiosa e la "facciamo come" Università di Utrecht mi ha spedito a casa con tre bei documenti attestanti il mio dottorato: in Olandese, in Inglese, e pure in Latino. Non sarà difficile dimostrare il mio dottorato a una commissione italiana, mal che vada posso passare per il Vaticano e il suo amore per le lingue morte, no?
No.
Vi risparmio i dettagli, sottolineando solo alcuni fra i certificati più bizzarri, oltre alla solita modulistica varia e banali copie di documenti di identità, richiesti per la procedura di equipollenza (fonte ministeriale qui):

- copia autentica del titolo di studio estero tradotto e legalizzato, con allegata dichiarazione di valore;

Dove per "tradotto" si intende "tradotto in Italiano" da un traduttore ufficiale (a pagamento), o dall'ambasciata olandese in Italia, o dall'ambasciata italiana in Olanda. 
Facile, per uno che vive in Svizzera.

Ah, e dove "legalizzato" si intende, boh, credo sia un timbro,  ma in ogni caso bisogna farlo "prima che venga richiesto alla competente autorità diplomatica italiana di emettere, sul titolo stesso, la Dichiarazione di valore in loco".  
Mah.
Ma tranquilli, non si deve legalizzare, ma solo "apporre una postilla" (= semplicemente un altro tipo di timbro, ma si capisce solo alcuni paragrafi più tardi) in caso il paese rilasciante abbia firmato la mitica "Convenzione dell'Aia del 5 ottobre 1961". 
Ottimo, penso io. La convenzione dell'Aia, l'avrà firmata l'Olanda, no?
Almeno questa sì, l'ha firmata, ma non avendo firmato la Convenzione Europea di Bruxelles del 1965, tutta la procedura è comunque a pagamento.
Resto basita.
La dichiarazione di valore, invece, è "comodamente" rilasciata dall'ambasciata italiana in Olanda. Sempre facilissima da ottenere, per chi come me abita in un terzo paese.

- copia autentica tradotta e legalizzata, con allegata dichiarazione di valore, del piano degli studi compiuti, esami superati e relativa votazione; tale certificazione deve essere rilasciata dall'Università.

Mi fa piacere, ma non so se si sono accorti che non in tutti i paesi, anzi, nella stragrande maggioranza dei paesi, europei e non, durante il dottorato NON si fanno esami, NON si ha un piano di studi, ma si fa SOLO ricerca.
E a volte, udite udite, non c'è nemmeno un'Università di mezzo, ma solo un istituto di ricerca.
Idem come sopra, poi, per traduzioni e legalizzazioni. 

Ecco. 
Come potete ben immaginare, la domanda per quel posto non sono riuscita a farla, e, come me, immagino molti altri, che ormai vivono altrove, scappando di contratto in contratto da un paese all'altro.
Penso ai vantaggi dell'Europa, che almeno - almeno - avrebbe dovuto facilitare questo tipo di cose.
Penso al mio portafoglio grande e pesante, perché qui in Svizzera, fuori dall'Europa, devo portarmi in giro un vistoso permesso di soggiorno.
Ma l'equipollenza del mio dottorato non me l'ha chiesta nessuno, e si rivolgono a me come "dottoressa".

E allora oggi, purtroppo, preferisco la mia borsetta un po' più pesante all'equipollenza, nonostante il suo suono melodioso e un po' fiabesco.