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02 agosto 2018

Microrecensione #144: "Macerie prime - Sei mesi dopo" di Zerocalcare

15/07/2018"Macerie prime - Sei mesi dopo" di Zerocalcare.
Sei mesi dopo, il secondo volume tira le fila delle storie iniziate nel primo, e finisce - sospiro di sollievo per tutti - bene, o più precisamente, finisce il meglio possibile, ed è divertente, e commovente, e non delude, no, neanche stavolta, e ci sono tutte le cose che ci si aspetta di trovarci dentro, a un libro di Zerocalcare. Leggetelo!

Ma in questo ritratto della mia generazione (che consiglio soprattutto, come d'altronde il primo tomo, ai non appartenenti alla suddetta generazione), io chi sono? Perché viene da chiederselo alla fine: io, da che parte sto?

Io sono una di quelli che ha lasciato il raccordo, traditrice del popolo fino alla morte - secondo la definizione di pagina 182. Sono una di quelli che sono spariti, inghiottiti da un internazionalismo forzato, non ci sono più per nessuno dei miei amici rimasti a casa, alleanze rotte. 
Lotto per esserci, con i dolci-amari mezzi moderni, che ti illudono di poter compensare l'assenza, ma sostanzialmente no, sei altrove. Sapeste quanto lotto per esserci, prendendo più aerei e treni di tutti, ma sostanzialmente no, ci sono solo nelle sporadiche e eccezionali occasioni in cui ci sono, in una realtà alterata, e per la maggior parte del tempo, non raccontiamo balle, sono altrove.
Non faccio parte, quindi, dell'esercito dei buoni, che solo insieme sarà in grado di scatenare la rivolta e cambiare la sorti dell'intera squadra.

Vero è, però, che ci sono, a mio modo, per gli amici recenti, incontrati per strada, persi, ritrovati. Ci sono per il mio nuovo villaggio, per raccogliere i cocci di altri reduci dell'espatrio come me, miei simili.
Perché in questo nostro lungo espatrio, checché ne dicano gli opinionisti in voga, non è che siamo qui ad allargare i nostri orizzonti, diventare cittadini globali e/o migliori, non ci arricchiamo in ogni momento della cultura emanata dai nostri fratelli provenienti da nazioni o mondi diversi dal nostro.
Non c'abbiamo tempo per queste cose, che dobbiamo capire come si pagano le tasse nel nostro nuovo paese, dobbiamo capire come funziona il sistema sanitario, e scolastico, come si pagano le bollette, le cose importanti, le cose noiose. Tutte le cose che diamo per scontate, in Italia, dobbiamo riconquistarcele a una a una altrove, e non c'è tempo, e non c'è energia, per fare altro. È così che ci tengono buoni, per sfinimento.

E in questo nostro lungo espatrio, con una squadra in continua evoluzione, si parla del lavoro che non c'è, o paga male (sì, anche in Svizzera), si parla della frustrazione della disoccupazione (sì, anche in Svizzera), si parla di zero assistenza alla famiglia (sì, anche, e soprattutto, in Svizzera).
Si parla dell'organizzazione familiare (con pregi e difetti) nell'assenza non solo dei nonni, ma anche di zii, cugini, parenti di ogni ordine e grado, ma soprattutto nell'assenza più totale di una comunità di riferimento, che sia geografica, o spirituale, o di qualsiasi tipo vogliate una comunità.
Si parla di incertezza, cercando di ricostruire una vita, e di costruire da zero un futuro, all'interno di una struttura sociale e in una lingua che semplicemente non conosciamo.
Si parla di isolamento, e della difficoltà di mantenere un rapporto sano con le famiglie lontane, qualsiasi cosa voglia dire famiglia una volta privata del concetto di quotidianità.
Si parla della prossima tappa, del filo sul quale si cammina, del prossimo viaggio a casa per continuare a marcare un territorio, per non farsi espellere per sempre, per cercare di appartenere ancora a qualche luogo.
A ben pensarci, quindi, i grandi temi di uno Zerocalcare, che è rimasto a Roma, sono straordinariamente simili ai miei, che ho lasciato il raccordo.
Lavoro, famiglia (in tutte le sue declinazioni), solitudine, inadeguatezza, incertezza, impotenza: non sono partita poi così lontano!
L'unica cosa che cambia, tra me e uno Zerocalcare, è il tipo di squadra: non più gli stessi giocatori dalle elementari, non più giocatori di cui conosci il contesto.
A differenza di chi è rimasto, cerco di portare avanti le mie piccole alleanze, battaglie, e conversazioni con una squadra in continua evoluzione, gente che si unisce, poi cambia paese, ma poi torna, magari, chissà. Gente di cui ignoro il contesto, la famiglia, la storia, e viceversa, ma che cerco di conoscere nella condivisione.
È un gioco sostanzialmente diverso da quello che si gioca con la squadra di sempre, ma non è poi così male. 
In fin dei conti poi, visto che i grandi temi, a questo punto, sono così trasversali, da Roma a Losanna, mi rallegra la speranza di poter sempre riprendere con disinvoltura le fila di quelle alleanze e conversazioni intraprese tempo fa con la squadra di sempre, interrotte dall'ultimo treno, dall'ultimo aereo, dall'ultimo "ciao".

19 gennaio 2018

Microrecensione #133: "Macerie prime" di Zerocalcare

02/01/2018 - 03/01/2018 "Macerie prime" di Zerocalcare. 
Non ci posso fare niente, io i fumetti li riesco a leggere solo in un modo, d'un fiato, tutti di seguito, tardi la notte o a giorno inoltrato, quando non dovrei, senza fermarmi mai. È così è stato anche per questo, e per fortuna che era durante le vacanze, e si poteva fare.
Bello, triste, capace di raccontare la storia dei me e dei miei coetanei con un incredibile realismo.
Zerocalcare e la sua combriccola, persi a Roma. 
Io e i miei amici, dispersi per il continente e non solo. 
Tutti, che si fa finta di vivere una vita normale, arrabattandosi in lavori in equilibrio precario, senza o nonostante le qualifiche, che si cerca di vivere una vita normale, con un'idea di futuro, si fanno matrimoni contattando ambasciate, figli nati con il passaporto, a cui non si sa che lingua insegnare, che cosa augurare.
Il libro rimane sospeso, come le vite dei protagonisti, e come anche le nostre. Sono proprio curiosa di leggere il seguito.

Nota: Subirotamic ha anche lui micro-recensito (a me) con eleganza questo libro: "Più bello dei precedenti, peccato solo non si renda conto che è tutta colpa dell'Euro". Ai posteri...

19 dicembre 2017

L'espatrio, a due anni.

L'esperienza di espatriato di un duenne italiano, nato in Olanda ma attualmente residente in Svizzera, deve essere, credo, ché io la vedo solo dal di fuori, assai peculiare.
Per esempio, un fatto banale come quello di avere l'influenza, in Inverno, si può trasformare in un attimo in una catena di eventi straordinari.
Poniamo, per esempio, che il duenne si ammali e che non possa quindi andare all'asilo. Poniamo che, proprio quel giorno, la madre abbia un colloquio di lavoro, e anche il padre non possa assentarsi dall'ufficio, per ragioni che vado tosto a spiegare.
Infatti, il mentore di dottorato della madre (olandese, il mentore, non la madre) è al momento ospite d'onore al dipartimento dove lavora il padre, in una prestigiosa università Svizzera.
Il mentore olandese non è però venuto da solo, ma accompagnato dalla moglie, anch'essa olandese, curiosa di visitare la Svizzera, la madre, il padre, ma soprattutto il duenne.
Ed così che la tediosa situazione del duenne ammalato, tediosa per noi ma soprattutto per lui, che è pure ammalato, viene salvata da un generoso colpo di mano della moglie del mentore, che si offre volontaria per restarsene a casa (nostra) invece di gironzolare per la città e per occuparsi del povero duenne, oltre che ammalato, a questo punto, probabilmente anche confuso dal via vai di persone, nazionalità e lingue che si avvicendano al suo capezzale.
Un lusso, sì, avere questa rete internazionale di nonni d'emergenza, ma quanta fatica!

Che poi, in questa fase di evoluzione linguistica del duenne in cui l'italiano e il francese sono un'unica grande lingua intercambiabile e confusa, un po' di olandese a movimentare le cose proprio ci voleva!
Da notare che in più il pargolo ha sempre sentito parlare tra di loro madre, padre, mentore e moglie, in inglese.
E così non ci siamo stupiti se alla partenza del mentore e della moglie, eroica babysitter d'emergenza, il duenne li ha salutati così: bye bye, nonno L. e nonna C.!

Piccolo dizionario T -> resto del mondo, utile in caso di babysitter. Scritto in inglese, qualsiasi cosa questo possa voler dire.

Disclaimer e nota per il futuro: raccontata così intuisco che l'avventura dell'internazionalità possa sembrare bellissima e istruttiva e capace di formare i giovani dinamici che popoleranno il mondo del futuro, ma vista dal punto di vista del genitore, e del povero duenne ammalato, vi assicuro che i nonni a portata di mano sono di gran lunga la soluzione migliore.

15 agosto 2017

Ferragosto, o Festa dell'Assunzione

Ed eccoci arrivati a Ferragosto, ultimo giorno delle mie lunghe vacanze, o della mia lunga maternità, o della mia lunga disoccupazione, o del come si voglia chiamare questo periodo passato fuori dal mercato del lavoro, ma decisamente dentro alla mia vita.
Rientro nel mercato con entusiasmo, è innegabile, ma anche sospetto, per il mio primo lavoro "vero", come chiamiamo noi scienziati i lavori fuori dal mondo accademico - come se un phd o un postdoc succhianima non fosse da considerare lavoro, strani scherzi della lingua.
Dicevo, rientro nel mercato con entusiasmo, emozionata come al primo giorno di scuola, ma anche con i classici, terribili sensi di colpa, condivisi da quanto capisco da tutte le mamme lavoratrici. 
Ma T. cresce, ha voglia di parlare il Francese, cosa che non sono in grado di insegnargli, ha voglia di stare e giocare con i bibbi (bimbi), cosa che io - ahimè - non sono, e allora così mi giustifico, che sia arrivato anche per lui il momento di entrare in società a tempo pieno, con le sue maestre svizzero-brasiliane, il suo compagno d'asilo andorrano e quello giapponese, in quel crogiolo che è l'asilo dell'Università.
Gli ho fatto uno zainetto per andare a scuola, allora, per attutire un po' i sensi di colpa, e per portare da casa a scuola (e viceversa, per carità!) Tintin, compagno di mille avventure e di mille pisolini.
Non è molto, uno zainetto, in cambio di 45 ore a settimana. 
Però dai, è a forma di pesce!


 Buona scuola a T., buon lavoro a me, e buon Ferragosto a tutti!

26 aprile 2017

Minuscoli drammi/49: Le tasse, ancora, ovvero, Se niente importa (cit.).

Da pochissimo, vi ho parlato della gioia di pagare le tasse in tre Paesi diversi. Alle sere passate davanti a fogli da compilare e schermate di traduzioni improbabili fornite da Google Translate, ora si aggiungono anche delle piccole perle di vita vera, vissuta alla luce del sole, o perlomeno in pubblico, a coronare questa sfida che per il momento era rimasta domestica.
Ad esempio ieri pomeriggio, quando in mutande, nello spogliatoio della piscina, mi ha raggiunto una chiamata da un numero sconosciuto olandese.
Rispondo. È uno degli uffici che mi deve fornire una carta con un'indispensabile informazione da inserire nel modulo della dichiarazione.
Faccio un passo indietro e mi guardo da fuori: seminuda, in uno spogliatoio affollato di una piscina comunale Svizzera, a conversare al telefono di problemi finanziar-burocratici in Inglese frammezzato da espressioni e termini olandesi. 
Spero mi facciano entrare ancora.
Esco di piscina, e dopo un'attesa di un'ora e quaranta, neanche fossimo alle Poste, riesco a entrare in un ufficio di consulenza finanziaria per espatriati italiani, e scoprire che no, sì, cioè, c'è scritto fuori che fanno assistenza alle dichiarazione dei redditi e simili, ma in realtà si occupano solo di pensioni e invalidità. Per le dichiarazioni dei redditi svizzere, prego rivolgersi a una nostra commercialista di fiducia, ecco qui il biglietto da visita.
Lo guardo, e come immagine decorativa ci sono delle banconote di Euro.
Andiamo bene, mi dico, pensando ai Franchi che mi chiederà nella sua parcella.
Per concludere, una volta a casa e contornata da quelle che credo tutte le carte necessarie per concludere la mia dichiarazione olandese, chiamo un'ultima volta l'efficientissimo servizio informazioni per la compilazione della dichiarazione olandese, per capire, in una delle domande, quale delle tre opzioni devo barrare: E, W o P?
Nelle cento e passa pagine di istruzioni, non vi è nessun indizio.
Un amico che aveva fatto la dichiarazione l'anno scorso aveva messo W.
Alla mia prima telefonata di informazioni a riguardo, la zelante olandesina, dopo avermi fatto attendere vista la complessità della domanda, era tornata dicendo che dipendeva dal Paese di emigrazione, e quindi, nel mio caso, con la Svizzera, si doveva mettere o W o P a seconda del valore inserito in un'altra casella del formulario (e seguendo queste istruzioni, a me risultava P). Mio marito aveva poi un'altra teoria, che andasse messo W, teoria basata sulle iniziali delle parole descriventi il nostro caso, e sulle fasi lunari, credo.
Confusa, senza accennare alle precedenti risposte e teorie esistenti, ho proceduto a domandare a questa nuova olandesina quale lettera andasse messa nel mio caso.
- E, senza dubbio.
- Ah, va bene...
- Sì comunque se mette anche W o P, non è che cambi qualcosa.
- ???

Vabbè, Se niente importa (cit.), potevate pure dirmelo prima.
Tra quelle 100 e passa pagine di istruzioni, giuro, lo spazio c'era.

13 aprile 2017

Minuscoli drammi/48: Le tasse.

Chiamare il periodo delle dichiarazioni dei redditi un "minuscolo dramma", quest'anno, è a dir poco un eufemismo. Infatti a breve batterò il mio record personale e riuscirò a pagare le tasse relative al 2016 in ben tre Paesi più o meno europei contemporaneamente.
Che sappiate voi, si vince qualche cosa?
L'aspetto più bizzarro della faccenda è che ho delegato a un mio carissimo amico commercialista l'affare Italia, ma mi ostino, in queste prime lunghe notti di primavera, insieme a Subirotamic mio consorte anche in questo dramma, ad affrontare spavalda le dichiarazioni relative ai miei due Paesi adottivi, entrambe in lingue che non conosco.
Cominciamo dal formulario M. Che cos'è il formulario M? Il formulario M non è altro che il formulario con il quale si può fare la dichiarazione dei redditi olandese relativa ad un anno in cui si è vissuto solo parzialmente in Olanda. 
Di solito, dato il Paese burocraticamente evoluto, la dichiarazione dei redditi si fa sul pc di casa, usando un pratico programmino messo a disposizione dal Ministero, anche in versione Linux. Che comodità!
Peccato non sia possibile per gli anni in cui si è vissuto solo parzialmente nel Paese. Per quegli anni, c'è il formulario M. Cartaceo. Approssimativamente 100 pagine per esattamente 114 pagine di istruzioni. Ovviamente in olandese. Scadenza in luglio, e sento già i minuti gocciolare via inesorabili.

Unica consolazione: una volta compilato il formulario M, la dichiarazione dei redditi per il canton Vaud, online e nel più orecchiabile francese, non potrà che sembrarci una passeggiata.
Spero.

20 febbraio 2017

Minuscoli drammi quotidiani/46: Uotzapp

Vabbè, alla fine ho ceduto. 
Sul fronte Facebook ancora resisto, ma alla fine, dopo più di 7 anni di espatrio, ho scaricato questa benedetta WhatsApp, complice l'isolamento elvetico, la mia condizione di genitrice a tempo pieno e il mio bisogno di conoscere gli appuntamenti più imperdibili del momento (al parco). 
Non so se lo sapete, ma questa simpatica app, dopo aver sbirciato tra i vostri contatti e avervi mostrato tutti gli amici whatsapp-muniti, ha poi l'ardire di suggerire quali, tra le persone da voi contattate più di frequente, non sono ancora parte del club e dovrebbero quindi sollecitamente essere invitati.

Ecco le prime tre persone con cui ho contatti frequenti e che non hanno ancora WhatsApp:
- mio fratello
- mia mamma
- il tizio del negozio dove abbiamo ordinato il divano

Santa polenta, dobbiamo smetterla di cambiare casa e comprare mobili.

21 ottobre 2016

Minuscoli drammi quotidiani/43: Il codice fiscale.

Scusate se di questi tempi si accumulano minuscoli drammi, ma che ci posso fare, mi vengono addosso da tutte le parti, li trovo dappertutto, anche nella cassetta della posta.
L'ultimo, infatti, è arrivato sotto forma di lettera nientepopodimeno che da parte del Consolato Generale d'Italia a Ginevra.
Mi si comunicava, in data circa metà ottobre, che la domanda di attribuzione del codice fiscale per il mio figlioletto (inviata in data circa metà LUGLIO) era andata a buon fine (e menomale!), il codice era attribuito, e la tesserina sarebbe arrivata veloce veloce (fra tre mesi), a Ginevra (vabbè, si farà una gita a Ginevra...).
Perfetto, do giusto un'occhiata ai dati anagrafici e ... NooOOOoooOOoOO.
Nato in: Svizzera.
Ma come? Dopo tutta la fatica sull'Isola, con il pancione, il ferry preso alle 6 del mattino per andare in ospedale, con le acque rotte e un bimbo pronto per venire al mondo, un parto in Olandese/Inglese/Italiano, dopo i pasti indonesiani in ospedale, e i celeberrimi paninetti olandesi a colazione e a pranzo (ma uguali uguali, eh), dopo il ritorno sull'Isola con un pacchettino di bambino di neanche 24 ore, un trasloco internazionale con il medesimo pacchettino avente soli 3 mesi, e mi venite a dire, nato in Svizzera??

Precipitatami al telefono, per una congiunzione astrale favorevole, al consolato mi hanno risposto subito, e allarmati mi hanno passato chi di dovere. E niente, effettivamente nella domanda è tutto corretto, ma c'è stato un errore da parte loro, e si affretteranno subito a chiamare Roma, sperando che non sia "troppo tardi".
"Troppo tardi" per cosa? penso io, mica esplode, il codice fiscale, se c'è un errore...spero.

Immagino che alla fine, un codice fiscale mi arriverà (o meglio, andrò probabilmente a prenderlo io a Ginevra), e da quell'accozzaglia di lettere e codici sarà difficile decifrare se è stato registrato come nato in Svizzera, o nei Paesi Bassi.
Però voi sappiatelo, che quasi un anno fa, lui è nato a due passi dal mare, a due passi da un faro, con un cappellino da marinaio blu, pronto per salpare a vele spiegate.

18 ottobre 2016

Minuscoli drammi quotidiani/42: Cercar casa IV

Se vi siete stancati di cercare casa in affitto, un noto sito immobiliare svizzero suggerisce invece di comprarla, questa casa, in Svizzera, o all'estero. Benissimo, dove?
Qui le proposte:


E quasi non si legge, con quella scrittina pallida pallida, bianco su Torre di Galata, ma Google Translate non perdona.
Mai.

10 ottobre 2016

Minuscoli drammi quotidiani/41: L'equipollenza.

Nonostante la bellissima parola, "equipollenza", il concetto mi ha fatto letteralmente andare fuori dai gangheri, altro che minuscolo dramma.
Capita che io sia in cerca di un lavoro, e che sia di "larghe vedute" - o disperata, fate voi -, e che cerchi un po' ovunque, anche in patria.
Ed ecco aprirsi una buona possibilità, addirittura all'Università di Venezia!, per un posto da coordinatore/coordinatrice di progetti internazionali su tematiche ambientali/clima: perfetto. È fatta, farò domanda, penso ingenuamente. Vogliono un dottorato in materie inerenti, conoscenza inglese, cose così, ci siamo.
Comincio la domanda online sul sito dell'Università, e sembra tutto così facile, finché non mi imbatto nell'equipollenza.
Equipollenza del dottorato.
Mmmm.
"Se avete conseguito un dottorato all'estero, ci vuole l'equipollenza."
Boh, ma io ho conseguito il dottorato in Europa, in seno alla grande famiglia Europea in uno dei paesi più acclamati e invidiati - L'Ollandia!, vuoi che mi chiedano l'equipollenza, per di più per un posto da coordinatore internazionale? forse sarà per le Università extra-europee, penso ingenuamente. Scrivo alla segretaria che ci deve essere un errore, mi si risponde assolutamente no, si deve fare l'equipollenza.
E va bene, penso ingenuamente, faremo l'equipollenza. Dopo tutto, al mio congedo, la magnifica e prestigiosa e la "facciamo come" Università di Utrecht mi ha spedito a casa con tre bei documenti attestanti il mio dottorato: in Olandese, in Inglese, e pure in Latino. Non sarà difficile dimostrare il mio dottorato a una commissione italiana, mal che vada posso passare per il Vaticano e il suo amore per le lingue morte, no?
No.
Vi risparmio i dettagli, sottolineando solo alcuni fra i certificati più bizzarri, oltre alla solita modulistica varia e banali copie di documenti di identità, richiesti per la procedura di equipollenza (fonte ministeriale qui):

- copia autentica del titolo di studio estero tradotto e legalizzato, con allegata dichiarazione di valore;

Dove per "tradotto" si intende "tradotto in Italiano" da un traduttore ufficiale (a pagamento), o dall'ambasciata olandese in Italia, o dall'ambasciata italiana in Olanda. 
Facile, per uno che vive in Svizzera.

Ah, e dove "legalizzato" si intende, boh, credo sia un timbro,  ma in ogni caso bisogna farlo "prima che venga richiesto alla competente autorità diplomatica italiana di emettere, sul titolo stesso, la Dichiarazione di valore in loco".  
Mah.
Ma tranquilli, non si deve legalizzare, ma solo "apporre una postilla" (= semplicemente un altro tipo di timbro, ma si capisce solo alcuni paragrafi più tardi) in caso il paese rilasciante abbia firmato la mitica "Convenzione dell'Aia del 5 ottobre 1961". 
Ottimo, penso io. La convenzione dell'Aia, l'avrà firmata l'Olanda, no?
Almeno questa sì, l'ha firmata, ma non avendo firmato la Convenzione Europea di Bruxelles del 1965, tutta la procedura è comunque a pagamento.
Resto basita.
La dichiarazione di valore, invece, è "comodamente" rilasciata dall'ambasciata italiana in Olanda. Sempre facilissima da ottenere, per chi come me abita in un terzo paese.

- copia autentica tradotta e legalizzata, con allegata dichiarazione di valore, del piano degli studi compiuti, esami superati e relativa votazione; tale certificazione deve essere rilasciata dall'Università.

Mi fa piacere, ma non so se si sono accorti che non in tutti i paesi, anzi, nella stragrande maggioranza dei paesi, europei e non, durante il dottorato NON si fanno esami, NON si ha un piano di studi, ma si fa SOLO ricerca.
E a volte, udite udite, non c'è nemmeno un'Università di mezzo, ma solo un istituto di ricerca.
Idem come sopra, poi, per traduzioni e legalizzazioni. 

Ecco. 
Come potete ben immaginare, la domanda per quel posto non sono riuscita a farla, e, come me, immagino molti altri, che ormai vivono altrove, scappando di contratto in contratto da un paese all'altro.
Penso ai vantaggi dell'Europa, che almeno - almeno - avrebbe dovuto facilitare questo tipo di cose.
Penso al mio portafoglio grande e pesante, perché qui in Svizzera, fuori dall'Europa, devo portarmi in giro un vistoso permesso di soggiorno.
Ma l'equipollenza del mio dottorato non me l'ha chiesta nessuno, e si rivolgono a me come "dottoressa".

E allora oggi, purtroppo, preferisco la mia borsetta un po' più pesante all'equipollenza, nonostante il suo suono melodioso e un po' fiabesco.

13 settembre 2016

Di liste d'attesa, di mobilità internazionale e di asili.

Non so come sia in Italia la situazione asili nido, sono parecchi anni che non ci vivo, né ci ho mai vissuto con un figlio. In Svizzera, canton Vaud, per la precisione, se ve lo state chiedendo, gli asili ci sono, a patto che abbiate fatto domanda per un posto circa 2 anni prima di averne bisogno, e che siate disposti a pagare, al mese, almeno uno dei due stipendi che la famiglia riceve.
E se siete gggiovani, dottori, e ricercatissimi ricercatori internazionali, e con i vostri contratti mobili, flessibili e all'avanguardia vi siete ritrovati catapultati in Svizzera con un bimbo di 3 mesi senza averlo saputo due anni prima, e quindi senza essere iscritti alle liste d'attesa? Peccato.
E se, sempre per le suddette ragioni, ne avete un solo, di stipendio? Ancora più peccato. 

Così oggi sono andata alla prima riunione con una maestra della mia vita da mamma (il tutto in Francese, lingua che conosco a malapena. Sono ancora meravigliata della mia sfacciataggine). Era un incontro per poter iscrivere T. alla lista d'attesa di un posto che un asilo non è, ma dove tengono, per un massimo di - udite udite - tre ore a settimana, una decina di bimbi, in un ambiente molto carino, a un prezzo ragionevole.

Distillato di dialogo
 
Maestra, dopo aver sentito la nostra storia: Così non non avete famiglia qui, che vi possa aiutare?
Io: Eh, no.
Maestra: E amici, avete almeno degli amici?
Io: Ehm..no. [Ma se vuole usare degli altri giri di parole per infierire, faccia pure]
Maestra, con faccia evidentemente contrita: Eh, è dura..
Io, che cerco di rassicurarla: Beh, non è poi così male...no?
Maestra: Guardi, la iscriviamo subito alla lista d'attesa. Non è molto lunga, e se non arrivano casi più gravi del suo, la dovremmo richiamare nel giro di qualche mese.
Io: Grazie! :-)
Maestra: Ma mi raccomando, se la situazione cambia, e lei si sente sola, e molto stanca, e pensa di non farcela, mi raccomando chiami subito che vediamo cosa possiamo fare.
Io: Ehm..grazie :-|


Non so se essere contenta o meno, ma insomma, siamo su questa benedetta lista. Per ben tre ore di asilo a settimana!

Non avremo famiglia ad aiutarci, né amici, ma siamo sulla lista d'attesa.
È questo che conta, per noi giovani, educati ed europei, giusto?

16 giugno 2016

Di scarpe e abitudini

Sono fortunata: per ora non mi è stato dato di vivere in posti normali, città come tutte le altre, posti senza qualcosa di, letteralmente, straordinario. Vengo dalla città più bella del mondo, palazzi di merletto avorio sui canali verdi, mosaici d'oro e silenzio. Ho abitato sei anni su di un'isola del Mare del Nord, vento, dune di sabbia, e Mare del Nord, appunto. E ora me ne sto qui, sulle rive di un lago, in bilico in questa città pendente, tra pascoli, cioccolato e cattedrali.
In ognuno di questi posti mi piace notare come, per la peculiarità del luogo, ci siano degli abiti, o meglio, delle calzature che altrove risulterebbero quantomeno bizzarre, e che invece sono sdoganate o addirittura ben viste non solo per l'uso quotidiano, ma anche per qualche occasione che magari richiederebbe una calzatura più classica, un pranzo di lavoro, chessò, un'occasione, ecco.
Nella città lagunare, parlo ovviamente degli stivali di gomma al ginocchio, che per via dell'acqua alta, passano assolutamente inosservati tra le botteghe eleganti del centro, le chiese, e in un raggio di una trentina di chilometri in treno o in autobus da e per Venezia.
Sull'Isola, parlo degli stivali antinfortunistica da pescatore. Utilissimi su ogni terreno difficile, dalla sabbia al fango, alla neve e al ghiaccio, sono accettati al bar, al ristorante, in ufficio, dal parrucchiere, in spiaggia o in bicicletta. Disponibili in due colori, marrone scuro o marrone tendente al giallo, dividono la popolazione dell'Isola in due, a seconda della scelta cromatica. Perché tutti ne hanno un paio, senza eccezione. Io, per dire, sono della fazione dei gialli.
Qui, nell'opulenta cittadina svizzera, la calzatura sdoganata è senza dubbio lo scarponcino da montagna, che ho visto arrampicarsi nelle stradine centrali, tra una banca e l'altra, entrare in cioccolateria o prendere un caffè di lavoro nei sofisticati bar Nespresso.
Durante i mesi invernali, anche aggirarsi in centro con un paio di sci in spalla è normale. Ho visto gente al supermercato fare la spesa con gli sci sotto braccio. E ovviamente, scarponi da sci ai piedi.
Non proprio la calzatura più comoda per una passeggiata in città, ma tant'è, a volte qui si incontrano eteree donzelle in tacco 12 scalare, o peggio ancora, discendere, i viottoli e le scale di questa città obliqua.
E se la scelta è tra scarponi da sci e tacchi alti, datemi gli stivali da pescatore, vi prego.

26 maggio 2016

Ipotesi di complotto (cit.)

Da un po' di tempo circola in famiglia un'idea sovversiva sul fatto che al mondo, in realtà, esista un'unica, grande fabbrica di pannolini, che alla fine del processo di produzione, a seconda della marca, ci stampa sopra il disegnino prescelto, frutto dei più recenti studi in fatto di design per pannolini, ci spruzza un po' di colore violablu o verdeazzurro, in tonalità rigorosamente neutre, sempre a seconda della marca, et voilà, ecco pronti pannolini diversi, dai prezzi più disparati, da spedire ai vari scaffali dei supermercati di tutto il globo terracqueo.
Fino all'altro giorno era solo un'ipotesi vaga, supportata dal fatto che ormai qui si sono già acquistati pannolini in quattro diversi paesi europei (Olanda, Francia, Svizzera e Italia), in un arcobaleno di diverse marche per ciascun paese, e sostanzialmente, la fattura dei pannoletti mica cambiava. O erano del tipo "cartonato", o del tipo "sofficini", rispettivamente, nella nostra ricostruzione complottistica, prodotti di generazione N, o generazione N+1, indipendentemente dalla marca (vedi i pannolini della Lidl, che in identica confezione sono di tipo "sofficini" in Francia, di tipo "cartonato" in Svizzera, e misti in Olanda, a seconda della partita nello specifico supermercato).
Ora però c'è di più. E la cosa comincia a puzzare. E non lo dico per fare facile umorismo allusivo allo scopo di questi benedetti pannolini.
Eccovi due fatti, apparentemente indipendenti.
Primo fatto.
Un po' di settimane fa, qui a casa, si è approfittato di una buona offerta di pannolini alla Coop (Svizzera), e se ne è fatta una scorta. Sulla confezione, i pannolini presentavano un motivo decorativo a tema "occhi di ranocchio che adocchia diversi tipi di insetti". 
Aperto il pacco, in realtà i pannolini presentavano un motivo decorativo a tema "Raperonzolo e i suoi capelli". Poco male. 
Secondo fatto.
Qualche giorno fa, in Italia, si è acquistato un pacco di pannolini, giusto per non trovarsi senza, al Centro commerciale Discount di un noto paese del pordenonese. E indovinate qual'era il motivo decorativo (questa volta sia sulla confezione che sui pannolini!)? L'appetitoso "occhi di ranocchio che adocchia diversi tipi di insetti"!

Non ci sono più dubbi, la storia della fabbrica unificata di pannolini e una realtà.
Ed ecco svelato il suo segreto anche a voi, fortunati lettori!
Sentitevi ora liberi di affluire in un qualsiasi supermercato e comprare una qualsiasi marca di pannolini a vostra scelta (economica, etica, estetica, et cetera).
Vi auguro di trovarvi il ranocchio affamato, o l'ippopotamo felice che sguazza nel suo stagno. Che anche quest'ultimo tema, come "facile umorismo allusivo" su di un pannolino, non è niente male.

26 aprile 2016

Bébé à la bibliothèque et sa Supermôm

Come si può immaginare, anche se sulla carta, o meglio, sul volantino, andare in biblioteca ad ascoltare storie con la scusa di un bébé suona benissimo, nella pratica, stamattina, mi son trovata ad esitare.
Una biblioteca sconosciuta, in una città per lo più sconosciuta, ma, soprattutto, una lingua sconosciuta, le Français, non aiutano ad uscire, se fuori pioviggina e e nuvole grigie si addensan sopra la suddetta città sconosciuta.
Alla fine però ha vinto la curiosità, o l'esser figlia di una bibliotecaria, non so, e preso bébé, passeggino e copri passeggino da pioggia, che non si sa mai, ci siamo diretti à la bibliothèque.

E che buona scelta è stata!
Una decina di bimbi, da pochi mesi a due anni, un tappetone rosso e tondo sul quale rotolare, qualche pupazzo, un carillon, e due ceste di libri da curiosare.

I libri che hanno letto sono "Quando sarò grande" (attenzione: un libro per bambini non buonista, finale a surprise!) e "Fra le mie braccia" (per chi fosse in attesa di un fratellino o di una sorellina) ovviamente nella loro versione francese, ma me li son proprio goduti. 

Dopo le letture ad alta voce, tempo per l'esplorazione, e direi che a T., ormai raffinato lettore poliglotta, è piaciuto più di tutti "Le Monstre" (questo non l'ho trovato in italiano).

Come mi è capitato di pensare alla fine di molte di queste mie, nostre, prime giornate losannesi: ho fatto proprio bene ad andare. 
La lingua, il paese, le novità: è tutto faticoso, ma per ora non c'è stata una volta che mi sia pentita di aver preso bébé e bagagli e esser andata a qualche iniziativa mamma e bébé, autopromossa o istituzionale come questa della biblioteca. 
T. così comincia a vedere un po' il mondo, a balbettare con altri bambini, inizia a rubare il ciuccio e a farselo rubare, a tenere stretti i suoi calzini, a rotolarsi fra i libri. Ascolta a casa l'italiano, e, in queste occasioni, il francese.
E io con lui.

Poi, sulla via di casa, incrocio questo, e per aver parlato in francese per più di cinque minuti con la bibliotecaria, facendo domande, capendo le risposte, e interagendo sulla soglia della normalità, me lo dedico tutto:




11 aprile 2016

Per ora.

Vivo in Svizzera ormai da due mesi pieni, ed è ora del primo punto della situazione. Sono venuta qui senza conoscere nessuno, ma nessuno nessuno, ma fortunatamente dopo due mesi di fervente attività di mamma-espatriata-a-casa-con-cinquemesenne, posso contare ormai su alcune conoscenze che in futuro, chissà, magari sfoceranno in amicizie. Dipenderà da molte cose, ma in primo luogo, ormai mi par di aver capito, da quanto mi fermerò io, qui, e da quanto si fermeranno loro. 
Ma di questo parleremo in futuro, oggi la mia riflessione cade su di un'altra osservazione.
Per ora, tra le mie conoscenze annovero: una coppia italogreca, una coppia bosniaco-venezuelancanadese, una coppia serbo-portoghese, una coppia di francesi di Lione, un'altra americanmessicana-francese, una ragazza Uzbeka, svariate tedesche, austriache e americane. Un ragazzo italiano, due spagnole, un'inglese.
Anche Subirotamic ha avuto modo di conoscere qualcuno nel suo nuovo istituto, dunque: un australiano, un tedesco, due iraniani e una cinese. Un italiano, e un altro tedesco.

Ma ... e gli svizzeri? Si narra che nel laboratorio di Subirotamic si aggiri un tecnico svizzero, ma sono pochi a credere nella sua esistenza.
Sarà vero che da espatriati si frequentano solo "certi" ambienti, ma anche la scorsa settimana, dalla parrucchiera (italiana), le uniche clienti oltre a me erano madre e figlia spagnole!

Credo ci sia qualcosa che mi sfugge, di questo Paese, per ora.
E per ora, quel qualcosa, sono gli svizzeri.
 

30 marzo 2016

Composizione.

Composizione di foresta e tulipani, per armadio svizzero:


Questo per dire che più o meno qui si è finito di traslocare, si è ricominciato a dormire (grazie principalmente a questo libro che, se anche poi l'autore ha ritrattato alcuni punti, se anche magari bisogna prenderlo con le pinze, se anche si può dire tutto e il contrario di tutto, se anche, il fatto è che con T. ha funzionato dal primo giorno, e siamo tutti più contenti, lui e noi), si stanno concludendo le ultime pratiche burocratiche (era ora, dopo due mesi!), e insomma, qui si è, a tutti gli effetti, arrivati.
Così arrivati che nel week end pasquale, oltre alle canoniche pulizie, e alla canonica gita fuori porta all'Isola-ora-non-isola di Ogoz, si ha pure avuto tempo di attaccare foto, in giro per gli armadi e per le pareti. 
Foto di mare, ovviamente, che qui manca il suo sapore salato, e foto di Venezia, che T. non c'è mai stato, e deve abituarsi a una certa idea di bellezza.
Foto di viaggi, perché fra poco si dovrà ripartire, in tre, e sarà tutto diverso.
Foto di pance, perché c'è stato anche un prima, foto di nuvole, per sognare forme volanti, e foto di sogni, per conciliare la nanna.
 
E foto dell'Isola, di sabbia, di schiuma di onde, di foresta e di tulipani, perché è da lì che siamo partiti, e lì abbiamo lasciato il vento forte, la pioggia, la solitudine e il vuoto, ma tutte le cose belle, le abbiamo portate con noi.

16 febbraio 2016

Minuscoli drammi quotidiani/33: C'è un buco nel legno.

In queste prime due settimane in Svizzera ho imparato che qui, nei set di posate di legno, invece del forchettone, c'è questo.


E vabbè, effettivamente non è che si può cambiare paese così, alla leggera, e ritrovare senza fatica i comodi vecchi agi di sempre.

12 febbraio 2016

Un nuovo espatrio

Ed ecco che il motivo primo per cui mi trasferii sull'Isola, anni e anni fa, viene meno, così, d'un tratto. Prima dovevo finire un dottorato, poi, l'ho finito.
Non faccio neanche in tempo ad accorgermene, mi fregio del titolo di dottore per pochi minuti, giusto il tempo prima della poppata successiva, giusto il tempo prima di finire lo scatolone successivo.
Che la vita sull'Isola va inscatolata e consegnata alla ditta dei traslochi, che si parte, presto, prestissimo, verso Sud.
Si torna a casa? No, non è ancora il momento. Per adesso gironzoliamo per l'Europa ancora un po'.
E quindi si parte, in auto, con la culla ripiegata nel bagagliaio, il passeggino pure, il mio certificato di dottorato arrotolato fra i calzini, nello zaino, il sale e il pepe e l'olio della casa sull'Isola, che una certa continuità ci vuole, e via, Texel (NL), Echt (NL), Houffalize (BE) e Pont-à-Mousson (FR), e poi Pontalier (FR) e infine, la nostra nuova casa, questa volta sul lago: Losanna.
Ci accoglie al tramonto, dipinta di rosa dalla neve e dall'acqua che l'incoronano.
Niente diga, niente vento.
È una città, con la metro, gli uffici, i bar.
Che ne sarà del Bar Itti?
Ci son salite, discese, montagne, ponti di strade ad attraversare altre strade, scale e ascensori.
E la mia bici?
Le barche ormeggiate a due passi dalla strada, la spiaggia dietro la pineta, una specie di Barcola Alpina.
Ma dove sono le dune sconfinate? La sabbia fina che punge nel vento?
C'è un cielo di città, son sparite le stellate maestose dell'Isola. Sparita la via lattea, sparito il cielo a tuttotondo. 
Soprattutto, sparite le pecore.
Niente belati, solo il cinguettio mattiniero di uccelli cittadini, in sosta tra un albero e un palazzo. Mi mancava, e non me ne ero neppure resa conto, finché non li ho sentiti, dopo tanti anni, con la poppata delle 5.
C'è un lago, qui.
Ma dov'è il mare?

Ci vorrà tempo, pazienza e entusiasmo, per far di questo espatrio nuovo una nuova casa, incastonata fra i monti, sulle rive di un lago grande, o di un mare piccolissimo, se vogliamo.
Ma dall'Isola ormai siamo salpati, e questo è il porto da cui vi scrivo, per il momento.

11 gennaio 2016

L'ultima idrolitina.

Non son tanto gli scatoloni che si accumulano negli angoli del salotto, i mobili che spariscono a colpi d'avvitatore, i sacchetti di vestiti da portare al cassonetto apposito, il calendario che è dell'anno scorso e nessuno se ne cura, la mia intera collezione di magneti da frigo imballata e insacchettata in vista di frighi migliori.
Non è tutto questo, che mi ricorda che stiamo lasciando l'Isola, e questa casa.

È l'idrolitina che finisce. I funghi secchi che diminuiscono a vista d'occhio, il riso buono pure, l'olio quasi agli sgoccioli, le riserve di zafferano e di bicarbonato ai minimi storici, e io così, a cuor leggero, ad affrontare tutto questo, pensando che non importa, che bisogna finire tutto, che non devo organizzare al più presto la spedizione di nuove scorte.

È una sensazione strana, la casa che si svuota, il Brioschi che schiumeggia, e poi, più nulla.
Ma quando anche il sale grosso finirà, quello sì sarà il segnale che stiamo davvero per andare, lasciare tutto ed espatriare dall'espatrio, per iniziare altrove.



17 dicembre 2015

Minuscoli drammi quotidiani/31: Menù Natalizi.

Cominciano a comparire, sul giornale locale dell'Isola, ornate di lustrini, neve finta, ricchi premi e cotillon, le pubblicità di cenoni natalizi e di capodanno con relativi menù dei vari ristoranti.
Tenetevi forte: l'immancabile ristorante finto-italiano offre, come primo piatto nel sontuoso menù di Natale, nientepopodimeno che: una pasta aglio, olio e peperoncino.
Per carità, può esser buona, eh.
È che accompagnata da un bicchiere di champagne, io proprio non ce la vedo.