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02 agosto 2018

Microrecensione #144: "Macerie prime - Sei mesi dopo" di Zerocalcare

15/07/2018"Macerie prime - Sei mesi dopo" di Zerocalcare.
Sei mesi dopo, il secondo volume tira le fila delle storie iniziate nel primo, e finisce - sospiro di sollievo per tutti - bene, o più precisamente, finisce il meglio possibile, ed è divertente, e commovente, e non delude, no, neanche stavolta, e ci sono tutte le cose che ci si aspetta di trovarci dentro, a un libro di Zerocalcare. Leggetelo!

Ma in questo ritratto della mia generazione (che consiglio soprattutto, come d'altronde il primo tomo, ai non appartenenti alla suddetta generazione), io chi sono? Perché viene da chiederselo alla fine: io, da che parte sto?

Io sono una di quelli che ha lasciato il raccordo, traditrice del popolo fino alla morte - secondo la definizione di pagina 182. Sono una di quelli che sono spariti, inghiottiti da un internazionalismo forzato, non ci sono più per nessuno dei miei amici rimasti a casa, alleanze rotte. 
Lotto per esserci, con i dolci-amari mezzi moderni, che ti illudono di poter compensare l'assenza, ma sostanzialmente no, sei altrove. Sapeste quanto lotto per esserci, prendendo più aerei e treni di tutti, ma sostanzialmente no, ci sono solo nelle sporadiche e eccezionali occasioni in cui ci sono, in una realtà alterata, e per la maggior parte del tempo, non raccontiamo balle, sono altrove.
Non faccio parte, quindi, dell'esercito dei buoni, che solo insieme sarà in grado di scatenare la rivolta e cambiare la sorti dell'intera squadra.

Vero è, però, che ci sono, a mio modo, per gli amici recenti, incontrati per strada, persi, ritrovati. Ci sono per il mio nuovo villaggio, per raccogliere i cocci di altri reduci dell'espatrio come me, miei simili.
Perché in questo nostro lungo espatrio, checché ne dicano gli opinionisti in voga, non è che siamo qui ad allargare i nostri orizzonti, diventare cittadini globali e/o migliori, non ci arricchiamo in ogni momento della cultura emanata dai nostri fratelli provenienti da nazioni o mondi diversi dal nostro.
Non c'abbiamo tempo per queste cose, che dobbiamo capire come si pagano le tasse nel nostro nuovo paese, dobbiamo capire come funziona il sistema sanitario, e scolastico, come si pagano le bollette, le cose importanti, le cose noiose. Tutte le cose che diamo per scontate, in Italia, dobbiamo riconquistarcele a una a una altrove, e non c'è tempo, e non c'è energia, per fare altro. È così che ci tengono buoni, per sfinimento.

E in questo nostro lungo espatrio, con una squadra in continua evoluzione, si parla del lavoro che non c'è, o paga male (sì, anche in Svizzera), si parla della frustrazione della disoccupazione (sì, anche in Svizzera), si parla di zero assistenza alla famiglia (sì, anche, e soprattutto, in Svizzera).
Si parla dell'organizzazione familiare (con pregi e difetti) nell'assenza non solo dei nonni, ma anche di zii, cugini, parenti di ogni ordine e grado, ma soprattutto nell'assenza più totale di una comunità di riferimento, che sia geografica, o spirituale, o di qualsiasi tipo vogliate una comunità.
Si parla di incertezza, cercando di ricostruire una vita, e di costruire da zero un futuro, all'interno di una struttura sociale e in una lingua che semplicemente non conosciamo.
Si parla di isolamento, e della difficoltà di mantenere un rapporto sano con le famiglie lontane, qualsiasi cosa voglia dire famiglia una volta privata del concetto di quotidianità.
Si parla della prossima tappa, del filo sul quale si cammina, del prossimo viaggio a casa per continuare a marcare un territorio, per non farsi espellere per sempre, per cercare di appartenere ancora a qualche luogo.
A ben pensarci, quindi, i grandi temi di uno Zerocalcare, che è rimasto a Roma, sono straordinariamente simili ai miei, che ho lasciato il raccordo.
Lavoro, famiglia (in tutte le sue declinazioni), solitudine, inadeguatezza, incertezza, impotenza: non sono partita poi così lontano!
L'unica cosa che cambia, tra me e uno Zerocalcare, è il tipo di squadra: non più gli stessi giocatori dalle elementari, non più giocatori di cui conosci il contesto.
A differenza di chi è rimasto, cerco di portare avanti le mie piccole alleanze, battaglie, e conversazioni con una squadra in continua evoluzione, gente che si unisce, poi cambia paese, ma poi torna, magari, chissà. Gente di cui ignoro il contesto, la famiglia, la storia, e viceversa, ma che cerco di conoscere nella condivisione.
È un gioco sostanzialmente diverso da quello che si gioca con la squadra di sempre, ma non è poi così male. 
In fin dei conti poi, visto che i grandi temi, a questo punto, sono così trasversali, da Roma a Losanna, mi rallegra la speranza di poter sempre riprendere con disinvoltura le fila di quelle alleanze e conversazioni intraprese tempo fa con la squadra di sempre, interrotte dall'ultimo treno, dall'ultimo aereo, dall'ultimo "ciao".

19 gennaio 2018

Microrecensione #133: "Macerie prime" di Zerocalcare

02/01/2018 - 03/01/2018 "Macerie prime" di Zerocalcare. 
Non ci posso fare niente, io i fumetti li riesco a leggere solo in un modo, d'un fiato, tutti di seguito, tardi la notte o a giorno inoltrato, quando non dovrei, senza fermarmi mai. È così è stato anche per questo, e per fortuna che era durante le vacanze, e si poteva fare.
Bello, triste, capace di raccontare la storia dei me e dei miei coetanei con un incredibile realismo.
Zerocalcare e la sua combriccola, persi a Roma. 
Io e i miei amici, dispersi per il continente e non solo. 
Tutti, che si fa finta di vivere una vita normale, arrabattandosi in lavori in equilibrio precario, senza o nonostante le qualifiche, che si cerca di vivere una vita normale, con un'idea di futuro, si fanno matrimoni contattando ambasciate, figli nati con il passaporto, a cui non si sa che lingua insegnare, che cosa augurare.
Il libro rimane sospeso, come le vite dei protagonisti, e come anche le nostre. Sono proprio curiosa di leggere il seguito.

Nota: Subirotamic ha anche lui micro-recensito (a me) con eleganza questo libro: "Più bello dei precedenti, peccato solo non si renda conto che è tutta colpa dell'Euro". Ai posteri...

18 dicembre 2017

Orfana d'Accademia

Orfana d'Accademia, a volte mi ritrovo a pensare - com'è ovvio - di aver fatto la scelta sbagliata. Orfana d'Accademia, alla mia scrivania, ascolto gli altri schiacciare sui tasti dita d'impiegato. Ascolto la mia autonomia scivolare via.
Ascolto l'apparato di conoscenza che avevo costruito sgretolarsi, giorno dopo giorno, ora dopo ora, cadere nel vuoto, nel buio, tanto: non serve più.
Mi ascolto cercare di convincermi che in questi anni passati ho imparato anche un metodo, un approccio, un'attitudine, e queste cose le porterò sempre con me.
Mi affanno a pensare a cosa mi serva, quest'approccio, in questo nuovo lavoro.
 
Mi ascolto cercare di elencare quale sia, poi, questo sapere che si sta sgretolando.
Mi ascolto esitare, e, per la vergogna, sudare.
In fondo, è un conforto sapere che non mi verrà più richiesto di sapere nulla di quell'insieme di cose che avrei dovuto sapere.
Tutto è sparito in un lampo, alla firma del primo contratto fuori dall'Accademia.
Cercavo tutto questo, ma ora mi ritrovo orfana di quel sentimento di inadeguatezza che è stato mio fedele compagno per lunghi anni.

A volte, invece, penso che non è l'autonomia, a scivolare via, ma la solitudine, l'isolamento.
Che le persone mi vengono a cercare, perché so l'Oceanografia, e mi chiedono cose a riguardo alle quali so rispondere. 
Che va bene cercare di dimenticare i dettagli, ma la logica e il mare ormai fanno parte di me, e li porto ovunque, spando acqua salata e  rigore, e alcuni - non tutti, e guai se non fosse così! - lo apprezzano.
Penso che lavoro in una lingua straniera, tutti i giorni, scrivo, parlo, e non faccio più fatica.
Che lavoro con delle persone, lavoriamo insieme, e facciamo delle cose insieme, più grandi di noi.
Penso che prima, quello che facevo, l'hanno letto forse in 20, capito in 10, apprezzato in 4. 
Adesso è diverso, e mi fa respirare meglio.
E nessuno può giudicarmi per quello che io giudico importante, nessuno.

Penso che alle 17 esco dall'ufficio contenta, con la voglia di continuare l'indomani quello che ho interrotto, e l'ho interrotto perché nessuno si aspetta che io faccia più delle mie 8 ore fatte bene.
Penso che non mi è mai capitato di tornare a casa piangendo, da quando sono fuori dall'Accademia.

Esco dall'ufficio, spengo il computer e il lavoro, e accendo la "mamma", vado a prendere T. all'asilo, e sono con lui e basta, senza equazioni irrisolte, senza cose di cui dovrei avere il controllo fuori controllo.
E sono con Subirotamic, senza drammi e paturnie, ma con quattro risate.
Ho il tempo e le energie e la voglia di coltivare il mio nuovo villaggio, che è fatto incredibilmente di persone che pensano di restare dove sono. Poi la vita - chissà, ma qui ho trovato persone che non vivono nel mito di dover, in qualche modo, un giorno, tornare a "casa". Non vivono con la valigia in mano, perché dopo un discreto girovagare, hanno accettato che a questo punto della vita, "casa" è dove si è adesso, e può quindi essere anche qua, ovunque qua sia, e han messo su figli, famiglia, messo giù radici.
E questo aiuta anche me a trovare un equilibrio.
Ma richiede tempo, energie, appunto, e voglia.
E l'essere fuori dall'Accademia mi dà il lusso di avere tutto questo.
Di non essere sempre in gara con l'infinito.
Di aver tempo per giocare anche ad altro.

E oggi, in questo momento della vita, in questo luogo del Mondo, in questa situazione astrale di minuscola famiglia per lo più solitaria, penso non ci potrebbe essere soluzione migliore.

E sorrido, a bordo lago.
Orfana d'Accademia, non posso scrollarmi di dosso la mia vecchia pelle, e non voglio neanche farlo.
Magari un giorno ci ritorno, chissà.
Non me ne sono poi mica andata così lontana.
Ma per il momento, va bene così.

11 dicembre 2017

Un giro ad anello in bicicletta da Alkmaar a Texel e ritorno passando per Amsterdam

Per distrarmi da questo inverno bianco e grigio, dalla pioggia sopra la neve, dalle strade salate e da un lago sciapo, rispolvero questo inaspettato scambio di email avvenuto lo scorso Agosto, mese di sole, viaggi ed esplorazioni.
Dovete sapere che avere un blog che parla(va) d'Olanda e dell'Isola richiama un pubblico d'eccezione, e, tra questo, a volte, spunta qualche vecchio amico, che mi ritrova al Bar Itti, nel cercare in rete notizie su di un'Olanda ciclabile.
In un Agosto che adesso sembra così lontano ho risposto alla mia amica, ma in questo Dicembre ho invece pensato di condividere con tutti voi la mia risposta.

Magari così fate in tempo ad organizzarvi, per il prossimo Agosto.

Dunque la vacanza mi è stata descritta così: un giro ad anello in bicicletta da Alkmaar a Texel e ritorno passando per Amsterdam.

Avresti qualche dritta per me?

Fammi  pensare, Alkmaar, Texel e Amsterdam...
Comincio da Texel, che ci ho vissuto quasi 7 anni (e a scriverlo non mi sembra neanche possibile!). 
Se hai tempo, il giro dell'Isola è d'obbligo e comprende più o meno tutto quel che c'è da vedere. Si può fare benissimo in un giorno, una cosa come 10-17, ma dipende molto dal vento.
Sembra uno scherzo, ma no, davvero.
Se c'è vento con forza maggiore di 5 bft, conta che quando pedali controvento vai circa alla metà della velocità a cui vai quando il vento è a favore, quindi puoi decidere da che parte fare il giro a seconda tu voglia faticare la mattina o il pomeriggio. Consiglio di controllare il vento qui, è il sito più affidabile.

Itinerario consigliato dal porto a cui arriva il ferry, in senso orario: ferry, Den Hoorn (c'è un piccolo supermercato, se interessa), foresta, De Koog (centro turistico orrendo, ma con supermercati e servizi), dune, faro, lato nord, poi piegare verso sud, Oudeschild (carino il porto dei pescherecci, possibilità di supermercato e di ristoranti pesce fritto), ferry.
A questo giro mi sento di aggiungere come cosa da fare/vedere:
-  la spiaggia (tutto il lato ovest dell'Isola, più o meno ad ogni accesso c'è anche un bar ristorante, e sono più o meno tutti uguali. Forse consigliato questo, ma, onestamente, sono davvero tutti uguali)
- tratto di strada tra Den Hoorn e spiaggia (Paal 9) con laghi e mucche highlander
- Den Burg, ovvero il villaggio principale
Ovunque si mangia mediamente male (come in tutta l'Olanda, d'altra parte, ma non si va in Olanda per la cucina, no?), comunque per cena e pub consiglio a Den Burg il "De 12 Balcken" (che, nota a posteriori, si è recentemente classificato #9 nella classifica dei 100 migliori bar d'Olanda - d'Olanda, ripeto, quindi non aspettatevi la Luna).
Per informazioni sui orari ferry vedi qui.

Su Alkmaar non so dire molto, la cittadina è carina, molto tipica, io ci sono andata sempre e solo il sabato, che c'è un bel mercato. Se non sbaglio il venerdì fanno una rievocazione del mercato del formaggio in piazza ma non ci sono mai stata. Immagino che le informazioni (se interessano) siano facilmente reperibili su un qualsiasi sito per turisti.
Amsterdam....questa è difficile, perché non so se ci sei mai stata o meno. Diciamo che le cose classiche le trovi su qualsiasi guida, quindi le salto, tipo museo Van Gogh, Rijksmuesem, etc (metti però in conto mooooolta coda, se decidi di visitare questi musei. Se  puoi, acquista i biglietti online che almeno ne salti un po').
Tra queste cose classiche, dico solo che a me è piaciuto molto il Museo Stedelijk, che magari non è proprio il classico museo di Amsterdam, ma se piace l'arte moderna vale la pena.
Molto interessante anche il Tropen Museum (il museo delle colonie), sia la collezione permanente che le cose temporanee (di solito).
Cose che ti consiglio non "classiche" sono:
-prendere il ferry (gratis) dietro la stazione e andare a fare un passeggiata a amsterdam nord. caffè /baretto consigliato in quella zona è questo. Lì intorno è carino, genere post-industrial. Altro bar carino d'estate in quella zona è questo.

Tornando invece ad Amsterdam consiglio:
- passeggiata nel quartiere di Jordaan (se hai voglia di pizza: Pizzeria Perla, riferimento per la comunità italiana ad Amsterdam e circondario)
- come pub/cibo consiglio sicuramente questa birreria, De Prael, comoda, vicino alla stazione e aperta fino a tardi
- più tipica, questa, 't Ij,ma  se ben ricordo chiude alle 20. In quest'ultima, ricordati di accompagnare la birra a un piatto di formaggio con sale e sedano (è il loro stuzzichino classico), sorprendentemente buono

Ed ora, il capitolo più difficile. Il cibo. Direi che la cosa più saggia è mangiare Indonesiano (che è considerato il cibo tradizionale olandese, per loro non è "esotico" come lo è per noi, visto il loro passato coloniale).
Altrimenti Thai, e, nel caso, consiglio il ristorante Siriphon, abbastanza centrale. Se invece sei alla ricerca di qualcosa di più veloce e economico, la catena Burgermeester non è male, anche per i vegetariani, e ad Amsterdam ne conosco almeno due.
Per la sera, e i concerti puoi guardare cosa c'è al Paradiso, di solito fanno cose interessanti, ma attenzione che spesso gli eventi sono sold out molto presto e/o molto cari.

Due altri consigli (non specificatamente richiesti, ma si sa mai):
1) se vuoi girare per Amsterdam, non farlo in bici, a meno che tu non sia una super esperta ciclista del traffico di Amsterdam. I turisti in bici nel cuore della città sono solo una pena, per loro stessi, che si devono barcamenare tra strade che non sanno e un codice stradale che non conoscono, e ancor di più per i locali. Conta per esempio che nelle ciclabili olandesi circolano anche i motorini, ecco, quindi fatti un favore e gira a piedi. La città è veramente piccola e ben servita dai mezzi pubblici.
2) in Olanda si cena presto! tipo dalle 17.30 è già OK. Se andate in un ristorante e volete avere scelta e non gli avanzi, non entrate dopo le 19, mi raccomando. Se la cucina chiude dopo le 21, il ristorante è una trappola per turisti garantito.

Ecco, mi sembra tutto quello che ci sia da dire a riguardo.

Con il senno di poi, quattro mesi dopo, penso a un milione di altre cose che si potrebbero aggiungere, passeggiate, scorci, cose in generale per cui valeva la pena essere in Olanda, ma mi fermo qui. 
Sono forte del fatto che questi consigli abbiano funzionato, e che la mia amica, anche lei espatriata, non solo si sia divertita in vacanza (che è la cosa più importante), ma che abbia avuto anche il tempo e la voglia di fermarsi sulla spiaggia dell'Isola, a respirare il mare e il sale, e a cogliere lo stesso sapore di casa che si sente in tutti i porti del Mondo.

L'Isola, con occhi altrui (fotocredits IF):

Abitanti dell'Isola

Oudeschild e il cielo d'Olanda.

Il faro dell'Isola. Nord.



11 aprile 2016

Per ora.

Vivo in Svizzera ormai da due mesi pieni, ed è ora del primo punto della situazione. Sono venuta qui senza conoscere nessuno, ma nessuno nessuno, ma fortunatamente dopo due mesi di fervente attività di mamma-espatriata-a-casa-con-cinquemesenne, posso contare ormai su alcune conoscenze che in futuro, chissà, magari sfoceranno in amicizie. Dipenderà da molte cose, ma in primo luogo, ormai mi par di aver capito, da quanto mi fermerò io, qui, e da quanto si fermeranno loro. 
Ma di questo parleremo in futuro, oggi la mia riflessione cade su di un'altra osservazione.
Per ora, tra le mie conoscenze annovero: una coppia italogreca, una coppia bosniaco-venezuelancanadese, una coppia serbo-portoghese, una coppia di francesi di Lione, un'altra americanmessicana-francese, una ragazza Uzbeka, svariate tedesche, austriache e americane. Un ragazzo italiano, due spagnole, un'inglese.
Anche Subirotamic ha avuto modo di conoscere qualcuno nel suo nuovo istituto, dunque: un australiano, un tedesco, due iraniani e una cinese. Un italiano, e un altro tedesco.

Ma ... e gli svizzeri? Si narra che nel laboratorio di Subirotamic si aggiri un tecnico svizzero, ma sono pochi a credere nella sua esistenza.
Sarà vero che da espatriati si frequentano solo "certi" ambienti, ma anche la scorsa settimana, dalla parrucchiera (italiana), le uniche clienti oltre a me erano madre e figlia spagnole!

Credo ci sia qualcosa che mi sfugge, di questo Paese, per ora.
E per ora, quel qualcosa, sono gli svizzeri.
 

20 agosto 2015

Due o tre cose che mi hanno raccontato della Svezia

In questi tempi d'estate e di ferie, amici da tutto il mondo piovono sull'Isola, chi per omaggiare la pancia che cresce, chi per spezzare un viaggio altrimenti troppo lungo, chi per curiosare sull'Isola, e magari trovarci un tesoro.

B&L, Italiani espatriati nel nord della Svezia, sono passati di qui in piena migrazione agostana di rientro in patria.
Così mi sono fatta raccontare un pochino di questa Svezia, in cui non sono mai stata, ma i cui paesaggi di ghiaccio, i boschi, le aurore boreali, e il buio croccante d'Inverno, devo dire, mi affascinano, nonostante a volte io viva già troppo a Nord per i miei gusti.

Dunque, paesaggi invernali eterei e silenzi innevati: confermato.
Freddo di un freddo che non ci si immagina: confermato.
Aurore boreali viste dalla finestra di casa: confermato.

Però.
In Svezia adorano una torta salata, la Smörgåstårta, ornata di gamberetti, che contiene tutto. E quando si dice tutto, è proprio TUTTO, a quanto pare.
Gli Svedesi, poi, annuiscono con un fischio aspirato. Il che perplime parecchio: se l'aria da aspirare è a venti gradi sotto zero, meglio dire di no.
Inoltre, sono ghiotti di mayonese all'aglio (cosa che li accomuna non poco con gli Olandesi), e la mettono ovunque.
A Natale fanno i biscotti con lo zafferano, perché le altre spezie da biscotti le usano tutto il resto dell'anno.
Si nutrono prevalentemente di pane secco, tipo cracker, e il pane fresco è una rarità.
Considerando quel che si paga e quel che si mangia, andare al ristorante in Svezia è una mezza tragedia, sempre (e anche qui vedo dei vertiginosi punti di incontro con l'Olanda).
Uno dei motivi di questa mezza tragedia, è l'esistenza della pizza con pomodoro, mozzarella, BANANE e CURRY.
Ecco io, dopo questa, mi fermerei a riflettere un poco, così, in silenzio, sulla tanto proclamata civiltà dei popoli nordici.

Poi però.
Ci hanno portato un miele, da lassù, così bianco e soffice da sembrare neve, e la neve vera, invece, a quanto pare, nel mezzo dell'inverno, è così leggera che si può, semplicemente, soffiare via, dalla strada, dall'auto, dal manto di un alce di passaggio.

Insomma, la voglia di camminare imbacuccata di lana tra abeti e betulle non me l'hanno fatta passare del tutto, nonostante la pizza banane e curry, anzi.
Mi è venuta una specie di curiosità, che magari quando ci vado, in Svezia, quasi quasi la provo.
Non mancherò di farvi sapere come va.

29 novembre 2014

L'Uovo di Colombo

Per una serie di fortunati eventi mi ritrovo a fare parte, negli ultimi mesi, di un simpatico e volenteroso gruppo di dottorandi/postdottorandi/ricercatori italiani che sta imparando, settimana dopo settimana, a fare divulgazione scientifica via radio.
Tutto questo è possibile grazie alle preziosissime Roberta Fulci ed Elena Bravetta, che ci hanno iniziati al misterioso e misterico mondo della radio, ad Agorà Scienza, che ce le ha fatte incontrare, e radio 110, la webradio dell'Università di Torino, che ci ha regalato sulla fiducia circa un'oretta del suo tempo.
Noi, insomma, cerchiamo di riempirlo bene, questo tempo, e per far capire la densità di alti contenuti del programma, lo abbiamo pure chiamato L'Uovo di Colombo.

Questa settimana è ormai già la terza, e abbiamo organizzato una puntata sul mare (indovinate chi l'ha proposta?). 
Ho pure avuto i miei 5 minuti di celebrità, con intervista in diretta dall'Ollandia.
Ora, quando esco di casa, devo evitare i fan, oltre alle pecore, ma si sa, per la scienza questo ed altro!

Così, se mentre cucinate, o pedalate, o dipingete, o pulite casa, avete voglia di sentire come si impara a fare radio parlando di scienza, potete ascoltarlo in diretta tutti i venerdì dalle 14 alle 14:50 su radio 110.
Se invece il Venerdi' alle 14 c'avete judo, potete ascoltare e scaricare tutti i podcast passati in basso a destra qui.

Ovviamente, il consiglio per tutti gli oceanofili è la puntata Di chi è il Mare, dove appunto, spavalda, mi destreggio tra il telefono del mio ufficio, il mio collega olandese che durante l'intervista mi chiede se in italiano si parla tutti così velocemente, e le mie intervistatrici.
Un grande successo, insomma.

Interessantissima anche la puntata sul Mistero, dove si impara (finalmente) cos'è la criptozoologia, e pure quella sugli scienziati-imprenditori, dove ( magari) si impara un mestiere.
Che non sarebbe neanche male, a questa età.

E la prossima settimana?
A venerdì!


04 maggio 2014

Intrigo internazionale, e un lieto inizio

Due Italiani, nel seminterrato di un campus in una sperduta Isola del Mare del Nord, muniti di sega da metallo, cercano di recidere il lucchetto di una bici precedentemente appartenuta a un Messicano, la cui chiave andò perduta chissà dove e chissà quando, e ora in fase di vendita, la bicicletta, a una ragazza Spagnola, non per lei, però, ma per il suo ragazzo, anch'esso Spagnolo, tanto per semplificare la faccenda, in arrivo in quei giorni sull'Isola con una laurea in Agricoltura Biologica fresca fresca in tasca, aiutati, ad ogni modo, i nostri, da un Olandese trapiantato da trent'anni alle Hawaii che ora però ha deciso di tornare a casa, più o meno, insomma, a casa, dato che l'Isola è un'isola, e non è casa di nessuno, salvo che di pochissimi, ma accoglie proprio tutti, spiantati della Scienza e non.
Per concludere l'intrigo, gli Italiani non ce l'hanno fatta. 
Il metallo del lucchetto Messicano ha vinto sul profilo dentato della sega. 
Ma si capisce, che il lucchetto abbia avuto la meglio!
Il Messicano infatti, è da pochissimo convolato a nozze con un'ArgentinSpagnola, con la quale metterà presto su casa in Olanda, e il lucchetto  sarà stato parte dello stock acquistato per suggellare il loro amore su tutti i ponti dei cinque continenti.
Non c'è da stupirsi, quindi, che quel lucchetto non si possa spezzare.
Con buona pace dell'appiedato neoagronomo, ma son sicura se ne farà una ragione.

23 marzo 2014

Son viva e Pan di Stelle

Vorrei scrivervi di questa Primavera che sta arrivando sull'Isola, ma solo a tratti, sprazzi di sole e luce incorniciati da grandine e temperature polari, del vento che non smette mai di soffiare e che spettina la diga, nuovi fiori, nuove erbette e nuovi agnelli compresi.
Vorrei raccontarveli come si deve, ma non posso, perché al momento son intenta a convogliare tutta la forza creativa e intelligente di cui sono capace nella scrittura di una benedetta tesi di dottorato che speravo, dopo quattro anni, si scrivesse da sola, avrà imparato, dico?, invece niente, bisogna passarci sopra i minuti, i giorni, le settimane, tic tic tic, battere tasti di lettere e numeri nella vaga speranza che venga fuori qualcosa di buono.
"Passerà anche questa stazione..." diceva il saggio, e passerà. 
Cercherò almeno di tenermi aggiornata con le microrecensioni, per il resto, ho l'impressione che se scriverò qualcosa, sarà d'argomento mare e onde, che può sembrare poetico, e, a volte, pure lo è, ma non sempre, per chi deve finire un dottorato in Oceanografia.
Nel frattempo, mi preme comunicare qui solo l'essenziale, che si può riassumere con un "sono viva", ma soprattutto "numerose anime buone popolano l'Isola, e si prendono cura di me".
Come infatti descrivere la sorpresa di vedersi recapitare in ufficio, tra pile di libri dall'altezza ormai ridicola, tazze, fogli stampati e scarabocchiati, un sacchetto ancora tiepido pieno di questi? 

Mmmm. Grazie E.!
Una squisita versione casalinga dei qui introvabili, adorati, indispensabili, biscotti, e la giornata può solo continuare con un sorriso!
Ero sicura che l'Isola fosse popolata da magici folletti invisibili, che dipingono i tramonti orizzontali, i campi di fiori in Maggio, gli agnelli di bianco, e la spiaggia d'oro.
Ora non mi resta che cercare un Mulino Bianco, tra quelli che girano qui, le pale contro il vento, appena riparati dalla diga, così posso passare a ringraziarli di persona.



07 ottobre 2013

De Vasto

ovvero 
Due (quasi) limerick, un matrimonio, e noi

I Gennaio lì giurati sposo e sposa
ragion di una riunione sì gloriosa,
ma il ritrovarsi è in sé
motivo del perché
di feste, risa, canti e danze a iosa.

S'auguran alla famiglia anni di feste,
si celebra l'amor, e il vin n'è teste
e anche dal di là del mare
gli amici giù a cantare
come se i fusse ancor lì de Trieste.

Vasto, città dell'amore e della poesia:
"Lascio qui il mio cuore, palpitante d'amore, grande come questo mare. Ti amo rasoio"


05 ottobre 2013

L'invitata (e vissero tutti felici e contenti).

La mia fiaba di inizio Settembre si conclude nel migliore dei modi: con un matrimonio rosa tramonto, specchiato d'acqua, bianco di velo ricamato, e perle, e di panna sulle fragole rosse. 
Comincio dalla fine per dirvi subito che il matrimonio non è il mio, che io son una semplice invitata, ed è questa la chiave per far finir la fiaba, e farla finire bene.
L'inizio, della fiaba, si perde nelle nebbie veneziane della mia infanzia, quando le nostre famiglie, e noi pargoli con loro, si frequentavano spesso, tra cene, vacanze e scampagnate.
E' così che l'idea mi è venuta. Così, e studiando Storia. 
Che poi io da piccina volevo fare l'archeologa, e poi, chissà cos'è successo, ora mi ritrovo quassù a studiare il mare, ma questa è un'altra Storia, la mia, ve la racconto un'altra volta, per oggi accontentiamoci di una fiaba, di un lieto fine, e di un augurio.
Dicevo, è così che, forse in macchina tra Venezia e Prapian, forse ad una cena, non so, il concetto cristallino che se fossimo vissuti in una società in cui la norma consiste nel matrimonio combinato (possibilità che esploravo grazie ai libri di Storia) noi due saremmo stati destinati, una volta cresciuti, ad un inevitabile matrimonio, organizzato dai nostri padri latifondisti e feudali con precisi accordi, prese forma concreta e pesante in un angolo non tanto remoto del mio cervello.
Ero cosciente del fatto che, effettivamente, non vivessimo affatto in una società da matrimonio combianto, però...
Capivo che era un'assurdità, però...
Così questa remota reminiscenza feudale è rimasta lì, nella mia testa, addormentata e innocua, ma lì.
Non che avessi niente contro T., ma si sa, "l'amor no xe un brodo de fasioi" (N.d.T. "l'amore non è un brodo di fagioli", che pare un'ovvietà, ma se ci pensate bene, non lo è affatto, fior fior di dibattiti sull'argomento, tanto che si potrebbe argomentare per un blog intero che invece sì, in effetti l'amore si annida in, si riflette in, si misura con, è, un brodo di fagioli, ma anche questa è un'altra storia, per un'altra volta, e per questo post non polemizziamo con la saggezza popolare).
Gli anni passavano, e l'età si avvicinava pericolosamente a quella in cui i nostri signori padri latifondisti avrebbero chiamato l'araldo per far declamare nelle pubbliche piazze, a suon di tamburo e tromba, il contenuto di quelle bolle e pergamene in cui avevano pianificato il nostro avvenire e sancito il nostro amore.
Invece, ad un certo punto di questa Storia, è semplicemente arrivata una principessa, da un feudo lontano lontano, che ha preso T. e lo ha rapito dalla cera lacca del suo destino.

L'arrivo.
Mi ritrovo quindi ad essere parte sì, di questo lieto fine, ma, come dicevo, da invitata, che piange quando vede entrare una sposa in Chiesa, che si emoziona della sua emozione.
Un'invitata speciale, però, perché non so quanti, tra i banchi della Chiesa addobbata festa, mentre gli sposi finalmente firmano tutte le scartoffie del caso, si immaginano quest'immensa sala d'arme dove invece sono io, drappeggiata di velluto pesante, la sala, di odore di fuoco, illuminata agli angoli dai riflessi di maestose armature, e questo caminetto acceso, in cui crepita la pergamena del nostro accordo matrimoniale, in cui brucia il feudalesimo e il passato, per far posto a un futuro nuovo di zecca, ancora tutto da scrivere, vertigine di possibilità per i due sposi felici, e per l'invitata, e per tutti gli invitati, pure.

Lieto fine.


14 maggio 2013

Week end lungo di Maggio 1: Guida di Berlino in poche frasi.

Brevi, personali e ricercatissime linee guida sulla capitale tetesca alla seconda visita (qui pensieri sulla prima visita). 
 
Berlino è gigante e ci vive tanta, tanta, tanta gente. 
A Berlino, la sua gente, sta tutta in tram all'una di notte.
A Berlino succedono proprio un sacco di cose.
A Berlino si pagano le tasse.
A Berlino ho visto più albe che tramonti, e non so come sia possibile.
A Berlino si cammina fra gli alberi.
A Berlino  c'è un ex aereoporto ortofrutticolo.
A Berlino c'è la porta di Babilonia, e ti puoi innamorare di un assiro.
A Berlino  si mangia fuori.
A Berlino si mangia bene.
A Berlino si mangia a poco.
A Berlino ci si sente ognuno più artista dell'altro. E forse lo si è.
A Berlino, se devi andare a un appuntamento a Berlino, ci metti minimo 40 minuti, anche se sei già lì.
A Berlino c'è lo spritz nei bicchieri di plastica e costa 2 euro e 50.
A Berlino si può fare la colazione al bar, ma non la si fa perché le colazioni non esistono, che è già ora di pranzo.
A Berlino ti sembra di essere entrata in un locale, invece è un montacarichi con un divano che scende alcuni piani più giù, e ti porta al locale.
A Berlino ci sono i negozi di mute aperti quando servono.
A Berlino c'è gente diversa l'una dall'altra, e io non sono la più bassa.
A Berlino si mangia vegano ovunque.
A Berlino si beve il club mate, e la cocacola non esiste.
A Berlino ci sono un sacco di mercatini che ti regalano le idee (ma vendono moltissime cose brutte).
A Berlino, mi è parso, son tutti sinceri.

A Berlino si possono solo scrivere brevi frasi sincopate su Berlino, alle 11.26, che bisogna uscire, dai, che a Berlino si son pure gli amici, e bisogna incontrarli tutti.
Perché a Berlino, loro, son la cosa migliore che c'è.

Oderbergerstrasse.
Paperpanchina.
Primo giro.
Ultimo giro.
Metro, stazione.
I superamici.







02 maggio 2013

Henné, riflessi e sostanza, ovvero: del pomeriggio ritrovato.

Se avete un pomeriggio da perdere, o meglio, da ritrovare, consiglio al mondo una sessione di henné.
La sera prima preparate il papocchio, più verde se poi avete voglia di concedervi dei riflessi ramati, più scuro se quel che siete pronte a concedetrvi sono i riflessi e basta.
Beh, riflessi e sostanza, che son poi i punti di forza dell'henné millenario.

Papocchio I
Papocchio II
Dunque, si diceva, che quel pomeriggio che volete ritrovare, dovete procurarvi un complice. Anzi, una complice, che se è pure vero che anche gli uomini usavano l'henné millenario per tingere e rinvigorire barba e baffi, questo, si sa, è soprattutto affare di donne, un po' perché, in genere, abbiamo più materiale da trattare, e intendo capelli ohibò, non barba e baffi, e in più perché, io credo, siam di gran lunga più abili a goderci cerimonie come questa.

Dopo esservi lavate i capelli, insieme alla vostra complice, dovrete applicare il papocchio omogeneamente su tutti i capelli, l'una all'altra, stando attente a non tingere mani, avambracci, lavandino e quant'altro con l'indelebile henné millenario (guanti, guanti a volontà!).
Avvolgendo poi le teste in del cellophane e in delle cuffie posticce, vi accorgerete che il papocchio, mosso dalla gravità che tutto puote, colerà incessantemente per tutta la durata della posa (dalle due alle tre ore, che son lunghe), lento, inesorabile, a rigarvi fronte, orecchie, collo, spalle e quant'altro troverà fra lui e il pavimento.
E' a questo punto che scoprirete che il trucco è avvicinare quanto più possibile il pavimento alla testa, per evitare danni collaterli, e vi riapproprierete quindi del vostro pomeriggio, immobili, distese su di un cartone per sporcare il meno possibile, potrete tranquillamente conversare fino allo sfinimento, ascolatare musica, cantare, capire cose, scoprire mondi, raccontare storie e ascoltarne di nuove, e godere, insomma, di quella cerimonia che vi spetta.

A tempo debito, sciacquate e spazzolate.
E sfoggiate pure con orgoglio i nuovi riflessi sulla vostra testa, e le nuove riflessioni dentro, che ho l'impressione che, nel lungo tempo di posa, un po' di papocchio entri in circolo, e porti con sé, con la lentezza di un rito, un pizzico di saggezza millenaria di tutte quelle donne che, prima di noi, hanno ritrovato un loro pomeriggio.

Due riflessi, due sostanze, due pomeriggi ritrovati.


29 aprile 2013

ARRRRoma e qui.



Sono andata ARRRRoma.
Ho mangiato la pizza, le melanzane fritte, i funghi, le tagliatelle fatte in casa; e la provola, i pomodorini, le olive nere e il basilico verde. Il radicchio.
Ho bevuto buon vino, buon caffè, buoni amari, in posti piccini, raccolti, o sull'angolo di una piazzetta trafficata, ad un tavolo solido, in un salotto di casa, o ad un tavolino incerto, traballante sui ciottoli, intarsiato di ruggine.
Ho riempito gli occhi di cose belle, la pelle di Sole, il naso di profumi di fiori, e ho comprato dei libri in librerie poleverose e nascoste, vicino a negozi di paglia, a stradine sottili, a rampicanti fioriti.

 Ho chiacchierato seduta su muretti notturni, tra celebri buchi della serratura, aranceti, e una città che non dorme mai, con le sue chiese,  un nuovo Papa, il Quirinale, Montecitorio, e i poliziotti antisommossa a presidiare il tutto.


Qui sull'Isola, la bella stagione, quest'anno, tarda.
Fa ancora freddo, stare all'aperto non è piacevole; anche le gemme, sui rami, sono timide.
E' anche per questo che sono andata ARRRRoma. Ho raccolto tutte queste cose, i fiori, i ciottoli, i libri, il basilico, le chiacchiere con gli amici, i poliziotti, le sommosse e il caffè, tutte le nuove lentiggini affiorate, e le ho messe in un sacco piccino, da bagaglio a mano, per carità!, per averle qui con me, sull'Isola.
Spero non mi servano ancora a lungo, spero che la Primavera, o l'Estate ormai, arrivi presto anche qui, ma fin che soffia questo vento gelido, io tiro fuori un dettaglio alla volta, e sorrido, e intanto, porto pazienza.


21 marzo 2013

Gli amici magi

Ed anche l'inaugurazione ufficiale della casetta sull'Isola, corredata di nuovi e vecchi abitanti, è andata.

Nel Mare del Nord infatti, ho raccolto un po' di tranquillità, di voglia cucinare, e di una generica benevolenza nei confronti della civiltà e degli esseri umani (soprattutto se numerosi e variegati) e così ne abbiamo approfittato.
Quale momento migliore per organizzare quel che si dice "un'allegra bicchierata" per celebrare l'avvento del Subirotamic sull'Isola, il nuovo armadio, la quasi Primavera, il fatto che se si è in due si può cucinare per 20 e non è neanche faticoso, etc etc?

E così, si è organizzato, una cosa piccina, per colleghi e amici isolani, un sabato sera.
Cibo, bevande, e atmosfera, ho avuto l'impressione che sia andata bene. 
Gli ultimi invitati salutati alle 3 e mezza del mattino, mi sembra un buon segno.

A festa finita, è buffo sedersi sul divano e ripensare ai regali ricevuti: dicono molto, moltissimo, di noi, di dove siamo, di come siamo, e da dove veniamo. 
E dei nostri amici magi, che, anche sull'isola, a cercarli con un po' di pazienza, si possono, al fine, trovare.

Ricapitolando:
 
- n° 3 bottiglie di vino rosso
- n° 1 bottiglia di vino bianco
- n° 3 bottiglie di birra da svariate prestigiose birrerie belghe e olandesi
- birra
-  n° 3 mazzi di fiori 


- n° 12 cioccolatini della cioccolateria locale isolana
- un coltello in silicone
- terra e semi per piantare basilico e pomodoro
- n° 20 piadine romagnole appena cotte
- n° 1 bottiglia di olio bbbuono
- n° 1 bottiglia di aceto balsamico bbbuono
- n° 1 vasetto di marmellata di more fatta in casa
- n° 6 uova fresche delle galline del mio capo


- una copia, in italiano, trovata in un mercatino, in olanda, del libro "Il meccanicismo e l'immagine del mondo, dai presocratici a Newton" di E.J. Dijksterhuis (1971)

Per fortuna niente mirra, che non si sa mai cosa farci.
 



20 gennaio 2013

Delle arance.

Io non ci riesco quasi mai, a mangiare un'arancia tutta da sola.

Mi piacciono le arance condivise.

Quasi fossero calumet arancioni, a lasciare ai nuovi, o rinnovati, amici le dita profumate.

04 dicembre 2012

Olanda, pro e contro, ovvero: analisi grossolana del mio personale espatrio in Olanda

Olanda, pro e contro: domanda non facile, postami da un amico in procinto, forse, di trasferirsi nel Paese Basso. Cosa rispondere, dopo tre anni passati su quest'Isola?
Partiamo dal lavoro, sul quale non ci son dubbi: Olanda sì.
Stipendio comodo, vacanze tantissime, il capo che ti invita a cena e che pure apprezza quello che fai. Conferenze di qui e di là, crociere (che per me significa lavoro, non è che si va in gita sulla Costa) e laboratori attrezzati o quantomeno  con un budget disponibile per procurarsi in qualche modo quello di cui si ha bisogno.
Pochissima pressione, pochissimo stress, rispettare le scadenze è l'unica cosa veramente richiesta. E c'han ragione.
Atteggiamento positivo davanti a qualsiasi nuova collaborazione, novità o possibilità: insomma, non ho mai sentito un "no se pol",  e non solo perché qui non parlano in triestino.
Poi c'è la vita extra lavorativa, e su quella magari qualche dubbio c'è, ma è mio, e non è detto che tocchi tutti gli animi.
Per esempio, è molto difficile trovare della frutta e della verdura che sappiano da qualcosa, magari qui sull'Isola è più difficile che nelle città, ma la tendenza è questa.
Non ci sono le montagne, e il paesaggio è noiosissimo e finto (vedi qui per dettagli), e il mare te lo puoi godere una media di circa cinque giorni all'anno, anche se vivi sulla spiaggia. Gli altri 360 giorni all'anno o piove o fa troppo freddo per godersi veramente l'aria aperta, ed io, un pochino, su questo, ci soffro.
Certo, la tua soglia di tolleranza alle intemperie di alzerà di molto, rendendoti forse una persona più forte, non per questo migliore, sicuramente più impermeabile.
A volte però questi cieli bassi e questi campi ordinati si lacerano di colori così violenti, tragici, spiazzanti, da togliere il fiato. Si impara così che il caro Van Gogh non ha inventato nulla, ha solo urlato sulla tela quel che vedeva dalla finestra, o quel che il suo cuore ricordava del paesaggio.
Poi c'è la lingua, grande nemica di tutti noi espatriati scientifici d'Olanda, che non riusciamo a imparare perché pochi son gli olandesi con cui vuoi o hai la possibilità di parlare.
Dove con parlare intendo intrattenere un discorso che vada al di là della semplice cortesia, che non manca mai, per carità, e i soliti scambi di battute che chiunque non sia italiano propone quando ci incontra per la prima volta.
A me, per esempio, è andata meglio che ad altri, sull'Isola. Sull'Isola, c'è meno "agenda", e più spirito di collaborazione, perché si è un po' tutti sulla stessa barca, e non c'è veramente un'opzione diversa che non sia quella di frequentare i colleghi.
Sulla vita cittadina non mi pronuncio, ma quel che vedo e prevedo è che chiunque arrivi è accolto e inglobato nella comunità degli internazionali, alla quale, saltuariamente, si uniscono sparuti belgi e olandesi.
Probabilmente conoscendo la lingua è diverso, però.
Ah, quasi dimenticavo, un altro pro (forse) della Neerlandia: i fan di qualsiasi festival di cinema, d'arte, sport, di letteratura, di rassegne, di sculture, documentari, mode, hipsterismo, cucina, arredamento, festival di banche, di musica, di circo, di locali alla moda, di locali non più di moda, birre, vini, pane, danza, i fan di festival di festival, insomma, troveranno qui il loro paradiso. Sempre che prenotino con almeno due mesi di anticipo, ma a questo, giuro, ci si abitua.
Che altro?
Provo a pensare a un ultimo pro e a un ultimo contro. Pro: la bicicletta ha la precedenza su qualsiasi altro mezzo di trasporto, e comunque i mezzi pubblici funzionano e capillarmente (a parte sull'Isola, ovviamente, ma so che su questo non è rappresentativa del paese). Chi si trasferisce qui, può tranquillamente sbarazzarsi dell'auto. Contro: è un paese ricco, circondato da paesi uguali a lui (ssssh, non ditelo agli olandesi!) che non è quindi abituato a confrontarsi con il diverso, con la povertà che c'è anche qui, ma è nascosta, un paese in cui tutto quello che è "altro" ha sì una certa bellezza in quanto esotico, ma non è certo giusto o buono, né men che meno migliore che in Olanda. E questo è un giudizio a priori, immutabile. Non ammettono neppure che il loro pane, il pane in cassetta!, sia quantomeno più noioso del nostro. NO.
Le persone mettono il proprio salotto in mostra sulla strada per far vedere che non hanno nulla da nascondere, ma non riescono a fare un colpo di telefono all'amico se ha la febbre, e gli mandano un bigliettino con prestampata la scritta: auguri di pronta guarigione!.
Ecco, tutto questo per dire che alla fine fine, sotto sotto, non si vive poi così male. La tua vita sei tu e le persone che ti stanno intorno, non un paese intero.
Dopo tre anni, azzardo, ci sto quasi bene. Conosco tanta gente, saranno pure italiani, o olandesi, o messicani, non importa più. Ho il mio equilibrio, ho capito che ogni tanto me ne devo andare per un po' e farmi venire la nostalgia per la mia bicicletta, per poi poterci tornare con entusiasmo.
Il nostro lavoro ce lo permette, sia per i soldi, sia per il tempo, e su questo, davvero, non ci si può lamentare.
Io ci sto ancora un pochino, minimo un anno sicuro, e davvero, adesso, partire da qui è l'ultima cosa che voglio, per tutta una serie di ragioni, che, come dicevo, riguardano me e non tutti.
Un buon motivo per partire da qui è sicuramente il fatto che il piatto nazionale consista in delle patate schiacciate alla meno peggio insieme a dell'insalata cruda, ma per rimanere, al momento, di motivi ne trovo addirittura almeno due: il lavoro che ho iniziato, che mi piace e che voglio finire, e il nuovo coinquilino in arrivo, il Subirotamic in persona, che voglio proprio vedere come facciamo a starci, nella casetta nel bosco.
Ecco, questo mi pare sia il mio punto di vista sull'Olanda. A questo, si devono ovviamente aggiungere i fili che legano ciascuno di noi al nostro Paese, al nostro paese, ma questa è davvero un'altra storia, e son già stata troppo lunga così.

Al mio amico, e a un po' tutti gli espatriati del mondo, se vogliamo, auguro allora di trovare dei buoni motivi per rimanere - o per partire, è uguale - che non siano legati né ai soldi, né alla pigrizia, che non siano legati alla noia, né alla rabbia, ma che più semplicemente riguardino un presente che si ha voglia di vivere, e un futuro che si ha lo slancio di costruire.

03 dicembre 2012

Invece sì: Heidelberg 2012

Molti chilometri e molte genti separano Heidelberg da Utrecht.
Eppure, anche quest'anno, ce l'abbiamo fatta, e alla grandissima!, e la festa di Heidelberg ha avuto luogo, a Utrecht. 
Ma tanto questo è un dettaglio minore, diciamocelo, perché la cosa più importante per la festa di Heidelberg a Utrecht, ma anche per la festa di Heidelberg a Heidelberg, non è certo Heidelberg; forse la cosa più importante è Trieste, che ancora più chilometri e genti separano da Utrecht (e da Heidelberg).
O forse, la cosa più importante, è semplicemente che si riesca a farla, in un'Heidelberg qualsiasi, che si riesca ad organizzare ogni anno, nonostante i chilometri e le genti, nonostante l'Europa sia grande, e il Mondo lo sia ancora di più. Che si abbia la voglia di ballare, nonostante la pioggia, la neve, il buon senso. 
Heidelberg è una metafesta per festeggiare la festa, e noi con lei, in barba alla Segreteria dell'Università degli Studi di Trieste, che, quando ho interpellata, anni fa, per capire come fare a trasferirmi lì, mi ha risposto, senza esitazioni, no se pol.
Invece sì.

Grazie a tutti! E' stato meraviglioso, e saggio.
Chissà dove cadrà Heidelberg, l'anno prossimo...

11 novembre 2012

Sint Maarten!

Il duomo di Utrecht, che nel 1674 una tromba d'aria ha diviso in due, chiesa di qua e torre campanaria di là, è dedicato proprio a questo santo, il quale, si intuisce ora, non era quindi abituato a spezzare soltanto mantelli...

Noi, invece, si spezza pasta frolla, come da gentile tradizione!


Notare il galoppo lanciato dei cavalli, dovuto alle ridotte dimensioni del forno  utilizzato...

Buon San Martino a tutti!

11 luglio 2012

Savana stagionale

intorno alle 20.30, intorno alle  22.
C'è un po' di malinconia, sull'Isola. 
Con l'estate qualcuno parte, qualcuno arriva, qualcuno resta. In generale, qui, si migra. Non sempre però con l'eleganza di uno stormo numeroso, anzi, più spesso si migra da soli, con un passo un po' stanco, appesantito da troppi bagagli, verso non si sa bene cosa.

C'è chi questo lo chiama fuga dei cervelli, chi lo chiamo precariato internazionale, chi lo definisce una splendida esperienza di ricerca all'estero.

Io non lo so ancora, come chiamarlo, ma mi son resa conto che a volte, con tutta questa gente in giro, uno finisce per sentirsi un pochino a casa dovunque, in certi periodi, con certe persone, temporaneamente, ecco.

In questi giorni si spezza uno di questi momenti, così, dicevo, c'è un po' di malinconia, sull'Isola.

Cerco di non farla diventare troppa, però.
In fondo, è estate anche qui: tempo di prossime allegre partenze per me, tempo della tranquillità data da giornate lunghissime, da tramonti dorati, aranciati, rosati, tempo della mia savana satagionale, proprio qui, dietro casa.