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17 marzo 2025

Una mia certa idea di integrità, ovvero, dei buchi alle orecchie e di altre cicatrici.

Da piccola non ho fatto i buchi alle orecchie. Non era nella tradizione familiare, la mia mamma non li aveva, e a me, sinceramente, non è neanche mai passato per la mente di farli. Col passare degli anni ho visto le mie amiche farsi i buchi, le ho accompagnate a fare il secondo, il terzo buco nelle varie farmacie o oreficerie veneziane, ma neppure in quei frangenti mi è mai sfiorata l'idea che quella fosse una cosa per me. 

Neanche in quello strano periodo di idee campate per aria che è l'adolescenza e la prima gioventù, il pensiero mi ha mai toccata. Anzi, man mano che crescevo, una mia certa idea di integrità si faceva più definita, per cui una persona integra e tutta di un pezzo come quella che volevo essere, o diventare, non aveva certo tatuaggi, o orecchini, o trucchi, a snaturarne la forma e il suo essere originale. 

Sono passati alcuni anni da quei tempi strampalati, e questa mia certa idea di integrità è cresciuta con me. È cresciuta quando ho ricominciato a mangiare la carne dopo 10 anni, mediando la mia idea di integrità e la mia idea di famiglia, di condivisione, di educazione. È cresciuta quando ho cominciato a fare delle cose sul serio: partire, tornare, lasciare, prendere, fare progetti, impegnarsi per questi progetti, ma forse, e soprattutto, fare progetti insieme ad altre persone, che in quanto portatrici di altre certe loro idee di integrità, ha implicato inevitabilmente un certo grado di flessibilità, caratteristica non contemplata nella mia originale idea di integrità.

Eppure, è probabilmente per questa mia certa idea di integrità che non ho voluto fare anestesie quando i miei bimbi sono venuti al mondo, per presentarmi a loro com'ero, onestamente, dal primo istante. Non me ne sono mai pentita. 

Poi ho deciso di sostituire dei pezzettini di me con titanio, ceramica, ed altri materiali vari, ed è stata una piccola rivelazione: ero sempre io, nonostante tutto.

Per alcune cose della vita ci sono un prima e un dopo molto definiti, ma con il passare del tempo i contorni tendono a sfumare. Per fortuna ci sono le cicatrici a ricordarci che il tempo, e i giorni, non sono tutti uguali. Il giorno del titano è stato uno di questi spartiacque, e una cosa che mi ha insegnato è che alla fine, con o senza titanio, rimaniamo sempre noi. Non ci definiscono, ma scandiscono la nostra storia, e contribuiscono a raccontarla.

E allora, come ho una pancia morbida a scandire il prima e il dopo T. e A., come ho una lunga cicatrice a scandire il prima e il dopo titanio, perché non farsi i buchi alle orecchie, cicatrici di una scelta assolutamente non necessaria, fatta solo e puramente per avere qualcosa di bello e luccicante a cui pensare la mattina, un pensiero allegro in più?

Mi fa sorridere pensare di averci messo 40 anni a formulare questo pensiero, a prendere il coraggio a due mani, e la mia idea di integrità sotto braccio, e a farmi fare i buchi alle orecchie.

Mi fa sorridere anche che questa mia decisione sia più o meno contemporanea a quella delle coetanee di mia figlia, cinquenni, che cominciano a farsi i buchi. Probabilmente loro non li fanno con la mia stessa confusione in testa, ma molto più lucidamente: hanno in mente il luccichio dei gioielli e una scintilla di estetica rudimentale, instintiva e bellissima, puramente ed esclusivamente per loro stesse.

Sarebbe così bello se riusciressero, con questo gesto, a portarsi dietro un pezzettino di questa estetica e di questa loro gioia scintillante per tutta la vita: glielo auguro di cuore.

Per quanto mi riguarda, non solo non mi sono, a distanza di un anno, ancora pentita della mia scelta dei buchi alle orecchie, ma addirittura ho deciso che presto avrò altro titanio e ceramica ad aiutarmi a continuare questo mio percorso arzigogolato.

Perché fin qua è stato un bel percorso, cicatrici di ogni sorta e dimensione incluse. 


11 febbraio 2021

Microrecensione #181: "Nata sulla linea Gotica" di G. Ferri

20/01/2021 - 26/01/2021 "Nata sulla linea Gotica" di G. Ferri.

Sono venuta a conoscenza di questo libro perché per qualche motivo (che ora non ricordo) seguo questo blog, che a sua volte è pure una minuscola casa editrice di elettrolibri. E così, incuriosita, il libro l'ho scaricato, iniziato, e poi finito tutto di un fiato, perché è come sfogliare un album di fotografie di famiglia, che quando inizi il viaggio vuoi arrivare in fondo, e scoprire come dai quei personaggi in bianco e nero con le gonnone nere e lunghe si è poi piano piano arrivati fino ad oggi, addirittura a un elettrolibro!

Il libro è l'autobiografia di Giovanna Ferri, curata dal figlio, Stefano Pederzini. Nata il 14 maggio 1939 nella campagna bolognese, Giovanna ci racconta la sua vita, com'è stata fino a com'è, ed è un racconto da ascoltare, io credo. Per capire da dove veniamo, da dove viene l'Italia, importante soprattutto per me, che sono lontana, e soprattutto ora, che siamo tutti lontani da tutti.

Non ho mai avuto così tanta voglia di ascoltare le mie radici, sarà per via dei piccoli che crescono, che imparano a leggere, ai quali lentamente si apre la vertiginosa possibilità di capire da dove vengono, senza dovermelo chiedere.

02 aprile 2020

#iorestoacasa : settimana 3


I parchi segreti, che qui bisogna cercarli per trovarne di vuoti, la nonna che legge i Puffi ai nipoti, ma da dentro un computer, un riccio che viene a darci la buonanotte sotto le finestre, un compleanno speciale festeggiato a distanza, l'aereo, o il treno, o un qualsiasi mezzo di trasporto, che non vediamo l'ora di prendere.

E poi, tra le mille parole che si scambiano in queste mille ore passate sempre insieme, le verità che vengono a galla: "all'asilo ci tagliano gli spaghetti con le forbici".
Ora che lo so, quando riaprirà, l'asilo, con che cuore ci manderò mio figlio?

26 marzo 2020

#iorestoacasa : settimana 2


I cartelli un po' dappertutto, la primavera sul balcone, i pomeriggi di ginnastica, di colori, di lego, di chiacchiere con la figlia dei vicini, con il walkie talkie.

18 marzo 2020

#iorestoacasa : settimana 1

Il domino, il teatro, le pulizie, i pomeriggi e il mare, che non è mai stato così lontano.

02 agosto 2018

Microrecensione #144: "Macerie prime - Sei mesi dopo" di Zerocalcare

15/07/2018"Macerie prime - Sei mesi dopo" di Zerocalcare.
Sei mesi dopo, il secondo volume tira le fila delle storie iniziate nel primo, e finisce - sospiro di sollievo per tutti - bene, o più precisamente, finisce il meglio possibile, ed è divertente, e commovente, e non delude, no, neanche stavolta, e ci sono tutte le cose che ci si aspetta di trovarci dentro, a un libro di Zerocalcare. Leggetelo!

Ma in questo ritratto della mia generazione (che consiglio soprattutto, come d'altronde il primo tomo, ai non appartenenti alla suddetta generazione), io chi sono? Perché viene da chiederselo alla fine: io, da che parte sto?

Io sono una di quelli che ha lasciato il raccordo, traditrice del popolo fino alla morte - secondo la definizione di pagina 182. Sono una di quelli che sono spariti, inghiottiti da un internazionalismo forzato, non ci sono più per nessuno dei miei amici rimasti a casa, alleanze rotte. 
Lotto per esserci, con i dolci-amari mezzi moderni, che ti illudono di poter compensare l'assenza, ma sostanzialmente no, sei altrove. Sapeste quanto lotto per esserci, prendendo più aerei e treni di tutti, ma sostanzialmente no, ci sono solo nelle sporadiche e eccezionali occasioni in cui ci sono, in una realtà alterata, e per la maggior parte del tempo, non raccontiamo balle, sono altrove.
Non faccio parte, quindi, dell'esercito dei buoni, che solo insieme sarà in grado di scatenare la rivolta e cambiare la sorti dell'intera squadra.

Vero è, però, che ci sono, a mio modo, per gli amici recenti, incontrati per strada, persi, ritrovati. Ci sono per il mio nuovo villaggio, per raccogliere i cocci di altri reduci dell'espatrio come me, miei simili.
Perché in questo nostro lungo espatrio, checché ne dicano gli opinionisti in voga, non è che siamo qui ad allargare i nostri orizzonti, diventare cittadini globali e/o migliori, non ci arricchiamo in ogni momento della cultura emanata dai nostri fratelli provenienti da nazioni o mondi diversi dal nostro.
Non c'abbiamo tempo per queste cose, che dobbiamo capire come si pagano le tasse nel nostro nuovo paese, dobbiamo capire come funziona il sistema sanitario, e scolastico, come si pagano le bollette, le cose importanti, le cose noiose. Tutte le cose che diamo per scontate, in Italia, dobbiamo riconquistarcele a una a una altrove, e non c'è tempo, e non c'è energia, per fare altro. È così che ci tengono buoni, per sfinimento.

E in questo nostro lungo espatrio, con una squadra in continua evoluzione, si parla del lavoro che non c'è, o paga male (sì, anche in Svizzera), si parla della frustrazione della disoccupazione (sì, anche in Svizzera), si parla di zero assistenza alla famiglia (sì, anche, e soprattutto, in Svizzera).
Si parla dell'organizzazione familiare (con pregi e difetti) nell'assenza non solo dei nonni, ma anche di zii, cugini, parenti di ogni ordine e grado, ma soprattutto nell'assenza più totale di una comunità di riferimento, che sia geografica, o spirituale, o di qualsiasi tipo vogliate una comunità.
Si parla di incertezza, cercando di ricostruire una vita, e di costruire da zero un futuro, all'interno di una struttura sociale e in una lingua che semplicemente non conosciamo.
Si parla di isolamento, e della difficoltà di mantenere un rapporto sano con le famiglie lontane, qualsiasi cosa voglia dire famiglia una volta privata del concetto di quotidianità.
Si parla della prossima tappa, del filo sul quale si cammina, del prossimo viaggio a casa per continuare a marcare un territorio, per non farsi espellere per sempre, per cercare di appartenere ancora a qualche luogo.
A ben pensarci, quindi, i grandi temi di uno Zerocalcare, che è rimasto a Roma, sono straordinariamente simili ai miei, che ho lasciato il raccordo.
Lavoro, famiglia (in tutte le sue declinazioni), solitudine, inadeguatezza, incertezza, impotenza: non sono partita poi così lontano!
L'unica cosa che cambia, tra me e uno Zerocalcare, è il tipo di squadra: non più gli stessi giocatori dalle elementari, non più giocatori di cui conosci il contesto.
A differenza di chi è rimasto, cerco di portare avanti le mie piccole alleanze, battaglie, e conversazioni con una squadra in continua evoluzione, gente che si unisce, poi cambia paese, ma poi torna, magari, chissà. Gente di cui ignoro il contesto, la famiglia, la storia, e viceversa, ma che cerco di conoscere nella condivisione.
È un gioco sostanzialmente diverso da quello che si gioca con la squadra di sempre, ma non è poi così male. 
In fin dei conti poi, visto che i grandi temi, a questo punto, sono così trasversali, da Roma a Losanna, mi rallegra la speranza di poter sempre riprendere con disinvoltura le fila di quelle alleanze e conversazioni intraprese tempo fa con la squadra di sempre, interrotte dall'ultimo treno, dall'ultimo aereo, dall'ultimo "ciao".

18 dicembre 2017

Orfana d'Accademia

Orfana d'Accademia, a volte mi ritrovo a pensare - com'è ovvio - di aver fatto la scelta sbagliata. Orfana d'Accademia, alla mia scrivania, ascolto gli altri schiacciare sui tasti dita d'impiegato. Ascolto la mia autonomia scivolare via.
Ascolto l'apparato di conoscenza che avevo costruito sgretolarsi, giorno dopo giorno, ora dopo ora, cadere nel vuoto, nel buio, tanto: non serve più.
Mi ascolto cercare di convincermi che in questi anni passati ho imparato anche un metodo, un approccio, un'attitudine, e queste cose le porterò sempre con me.
Mi affanno a pensare a cosa mi serva, quest'approccio, in questo nuovo lavoro.
 
Mi ascolto cercare di elencare quale sia, poi, questo sapere che si sta sgretolando.
Mi ascolto esitare, e, per la vergogna, sudare.
In fondo, è un conforto sapere che non mi verrà più richiesto di sapere nulla di quell'insieme di cose che avrei dovuto sapere.
Tutto è sparito in un lampo, alla firma del primo contratto fuori dall'Accademia.
Cercavo tutto questo, ma ora mi ritrovo orfana di quel sentimento di inadeguatezza che è stato mio fedele compagno per lunghi anni.

A volte, invece, penso che non è l'autonomia, a scivolare via, ma la solitudine, l'isolamento.
Che le persone mi vengono a cercare, perché so l'Oceanografia, e mi chiedono cose a riguardo alle quali so rispondere. 
Che va bene cercare di dimenticare i dettagli, ma la logica e il mare ormai fanno parte di me, e li porto ovunque, spando acqua salata e  rigore, e alcuni - non tutti, e guai se non fosse così! - lo apprezzano.
Penso che lavoro in una lingua straniera, tutti i giorni, scrivo, parlo, e non faccio più fatica.
Che lavoro con delle persone, lavoriamo insieme, e facciamo delle cose insieme, più grandi di noi.
Penso che prima, quello che facevo, l'hanno letto forse in 20, capito in 10, apprezzato in 4. 
Adesso è diverso, e mi fa respirare meglio.
E nessuno può giudicarmi per quello che io giudico importante, nessuno.

Penso che alle 17 esco dall'ufficio contenta, con la voglia di continuare l'indomani quello che ho interrotto, e l'ho interrotto perché nessuno si aspetta che io faccia più delle mie 8 ore fatte bene.
Penso che non mi è mai capitato di tornare a casa piangendo, da quando sono fuori dall'Accademia.

Esco dall'ufficio, spengo il computer e il lavoro, e accendo la "mamma", vado a prendere T. all'asilo, e sono con lui e basta, senza equazioni irrisolte, senza cose di cui dovrei avere il controllo fuori controllo.
E sono con Subirotamic, senza drammi e paturnie, ma con quattro risate.
Ho il tempo e le energie e la voglia di coltivare il mio nuovo villaggio, che è fatto incredibilmente di persone che pensano di restare dove sono. Poi la vita - chissà, ma qui ho trovato persone che non vivono nel mito di dover, in qualche modo, un giorno, tornare a "casa". Non vivono con la valigia in mano, perché dopo un discreto girovagare, hanno accettato che a questo punto della vita, "casa" è dove si è adesso, e può quindi essere anche qua, ovunque qua sia, e han messo su figli, famiglia, messo giù radici.
E questo aiuta anche me a trovare un equilibrio.
Ma richiede tempo, energie, appunto, e voglia.
E l'essere fuori dall'Accademia mi dà il lusso di avere tutto questo.
Di non essere sempre in gara con l'infinito.
Di aver tempo per giocare anche ad altro.

E oggi, in questo momento della vita, in questo luogo del Mondo, in questa situazione astrale di minuscola famiglia per lo più solitaria, penso non ci potrebbe essere soluzione migliore.

E sorrido, a bordo lago.
Orfana d'Accademia, non posso scrollarmi di dosso la mia vecchia pelle, e non voglio neanche farlo.
Magari un giorno ci ritorno, chissà.
Non me ne sono poi mica andata così lontana.
Ma per il momento, va bene così.

07 febbraio 2017

Invece.

T. ha iniziato l'asilo. 
Per poco a settimana, per carità, ma questo minuscolo fatto ha sancito inesorabilmente il momento in cui ho potuto rimettere la mia testa sulle mie spalle, e ricominciare, anche se per alcune ore a settimana, a pensare anche a me.
Così, riprendendo le fila di un pensiero iniziato anni fa, in un altro Paese, in un'altra vita, ho deciso che era finalmente arrivato il momento di passare all'azione.
Anni passati a studiare le onde del mare non passano senza lasciare un segno: onda su onda, l'acqua scava, deforma, forma, e scolpisce un desiderio di andarci dentro, a questo mare, e magari restarci, farci un nido ovattato di suoni deformi, luci aberrate, silenzi, scoprirne le viscere calde di madre e le correnti gelide, appuntite, ingranaggi di un sistema perfetto, in equilibrio con tutte le altre gocce d'acqua della Terra.

Così ho cominciato, dopo averlo tanto sognato, il corso per il brevetto da sub. 
Che combino, tra l'altro, con un crash course di francese, essendo il corso da sub tenuto in questa lingua a me sconosciuta. 
Dato che è questione di sopravvivenza, mi conviene capire cosa dice il mio istruttore e fare domande pertinenti in caso contrario, e indovinate? Funziona!
Prova ne è il fatto che sono qui a raccontarvelo.

In una piovosissima domenica di Febbraio, dunque, me ne sono stata sott'acqua, in piscina, emozionatissima come il primo giorno di scuola, con tanta paura di sbagliare sì, ma con in corpo una felicità che gorgogliava in superficie come l'ossigeno dalle mie bombole. 
Sono finalmente sott'acqua! Mi muovo con le pinne come un pesce, seguo il mio istruttore come un delfino attaccato a una prua.
Penso "ma non torniamo in superficie a respirare?" mentre sono sott'acqua da 15 minuti a fare esercizi.
Sono sott'acqua!
Sono io!

Le prime lezioni si svolgeranno in piscina, come da manuale, ma presto arriverà l'agognata escursione in Natura.
Mai e poi mai avrei pensato che la mia prima immersione in Natura sarebbe stata nell'acqua sciapa del Lago Lemano, ma questo dettaglio non fa altro che aumentare il senso di meraviglia che permea ogni aspetto di questa mia nuova avventura. Mai e poi mai avrei pensato di realizzare davvero questo sogno (e lo faccio anche grazie al mio regalo di dottorato, grazie, amici tutti!), e mai avrei potuto prevedere di farlo vivendo in Svizzera! Tanto meno avrei mai immaginato di immergermi serena sott'acqua, sapendo T. beatamente addormentato insieme al suo papà.  
Invece.

Io sono il pesce a pinne bianche.

26 aprile 2016

Bébé à la bibliothèque et sa Supermôm

Come si può immaginare, anche se sulla carta, o meglio, sul volantino, andare in biblioteca ad ascoltare storie con la scusa di un bébé suona benissimo, nella pratica, stamattina, mi son trovata ad esitare.
Una biblioteca sconosciuta, in una città per lo più sconosciuta, ma, soprattutto, una lingua sconosciuta, le Français, non aiutano ad uscire, se fuori pioviggina e e nuvole grigie si addensan sopra la suddetta città sconosciuta.
Alla fine però ha vinto la curiosità, o l'esser figlia di una bibliotecaria, non so, e preso bébé, passeggino e copri passeggino da pioggia, che non si sa mai, ci siamo diretti à la bibliothèque.

E che buona scelta è stata!
Una decina di bimbi, da pochi mesi a due anni, un tappetone rosso e tondo sul quale rotolare, qualche pupazzo, un carillon, e due ceste di libri da curiosare.

I libri che hanno letto sono "Quando sarò grande" (attenzione: un libro per bambini non buonista, finale a surprise!) e "Fra le mie braccia" (per chi fosse in attesa di un fratellino o di una sorellina) ovviamente nella loro versione francese, ma me li son proprio goduti. 

Dopo le letture ad alta voce, tempo per l'esplorazione, e direi che a T., ormai raffinato lettore poliglotta, è piaciuto più di tutti "Le Monstre" (questo non l'ho trovato in italiano).

Come mi è capitato di pensare alla fine di molte di queste mie, nostre, prime giornate losannesi: ho fatto proprio bene ad andare. 
La lingua, il paese, le novità: è tutto faticoso, ma per ora non c'è stata una volta che mi sia pentita di aver preso bébé e bagagli e esser andata a qualche iniziativa mamma e bébé, autopromossa o istituzionale come questa della biblioteca. 
T. così comincia a vedere un po' il mondo, a balbettare con altri bambini, inizia a rubare il ciuccio e a farselo rubare, a tenere stretti i suoi calzini, a rotolarsi fra i libri. Ascolta a casa l'italiano, e, in queste occasioni, il francese.
E io con lui.

Poi, sulla via di casa, incrocio questo, e per aver parlato in francese per più di cinque minuti con la bibliotecaria, facendo domande, capendo le risposte, e interagendo sulla soglia della normalità, me lo dedico tutto:




09 febbraio 2016

Famiglia

Un po' di giorni fa il postino suona alla porta. Deve recapitare qualcosa, l'ho visto avvicinarsi dalla finestra con in mano un pacco, e già sobbalzo di curiosità. 
Apro la porta a vetri e lui con un sorriso mi guarda, mi porge la penna per firmare la ricevuta, e nel suo Olandese più cordiale mi chiede: è lei Famiglia?

Sbircio il pacco, giustamente indirizzato a  "famiglia Subirotamic, via etc etc", e intuisco.
Sì, sono io, sono io Famiglia.  
Olanda, terra della flessibilità e dell'elasticità linguistica, ove "famiglia" si dice "familie", insomma, non era poi così difficile, ma niente, anche stavolta, non ti smentisci.

E allora sulla ricevuta firmo così, Famiglia, che in fondo, è pure un bel nome.


07 luglio 2015

Di Isola in Isola...

Si è andati, di Isola in Isola, in vacanza, dal Mare del Nord al Mediterraneo, in Sardegna, che il primo giorno, quasi, la differenza non si notava, vento forte da Ovest, la sabbia bagnata, le onde arrabbiate a rompersi a riva, schiumando.

Spiaggia di Piscinas.
Ma in vacanza, si sa, è tutto diverso. Sarà stato il sale nell'aria, a cui qui al Nord non siamo più abituati, il sale del Mediterraneo, cristallino e prepotente, che tira sulla pelle, che pizzica la lingua. O sarà stato perché in vacanza basta un'ora, e tutto cambia. Non ci sono mesi di grigio, ci sono solo attimi di tempesta, e attimi di Sole, di verde, di blu.
 
Belvedere a Nebida.
Cala Domestica, indecisa tra la tempesta e il Sole.
Poi l'Estate ha preso il sopravvento, e non ci sono stati più dubbi. Solo spiagge di quarzi scolpiti dal mare, arrotondati, resi quasi soffici dalle onde, e pomeriggi a guardarne i chicchi, anche solo una manciata è sufficiente.
 
Paleospiaggia di Is Aruttas.
Che poi, ti volti un attimo dall'orizzonte marino, e ci son spighe che già abbagliano,
 
Alle spalle della spiaggia di Mari Ermi.
o villaggetti votivi, che son votivi da tremila anni, passando via via da una divinità all'altra, dall'Acqua, la Madre Terra, fino ad arrivare a San Salvatore. Che in fondo a una scala ripida la cripta con il pozzo sacro ancora c'è, e chissà fra mille anni, quale dio ci berrà.
 
Villaggio di San Salvatore.
Ho anche imparato che in questa Sardegna si può viaggiare nel tempo, e quando fuori c'è un Sole rovente, che solo gli ulivi riescono a tenere un po' in là, si può entrare in un nuraghe, e guardare il mondo proprio come lo vedevano tremila anni fa, da dentro le stesse pietre, sotto lo stesso Sole rovente, e pensare che l'Estate, in tutto questo tempo, non è poi cambiata così tanto.

 
Nuraghe a S. Cristina, da dentro a fuori.
Oppure si può volare, in cima a una scogliera sul mare, e respirare così forte che il sale brucia in gola.

 
Me medesima, su scogliera nei pressi di Argentiera.

Ci son poi i colori, d'Estate, che d'Inverno non ho mai capito dove vadano, o chi se li porti via.
 
Bosa, porta numero 43.
E la frescura delle grotte sul mare, con quel loro mistero, quell'odore, quei loro disegni, sculture, rumorini di gocce.

 
Ingresso della Grotta di Nettuno.

E il Mare, che abbraccia la Terra, sempre, e la accarezza, e le fa compagnia, anche quando è difficile, anche quando il Sole tramonta, anche quando il Sole gocciola fatica e caldo, lui la rinfresca con il suo blu smeraldo.
 
Veduta di Capo Caccia dalla cima del Monte Timidone.
 
Vicino alla spiaggia di Cala del Porticciolo, tramonto.
 

Arrivo alla spiaggia di Cala Luna, dal sentiero.
Tutto per quella riga di costa dove si incontrano, Mare e Terra, dove si baciano, dove stanno insieme e passano un'Estate così, a rincorrersi, quasi banale, anche loro sotto un ombrellone, di una banalità così semplice e pulita, bellissima.
 
Spiaggia di Cala Luna.
Un posto speciale, insomma, quest'Isola di Sardegna.
E il nostro primo Mare in tre.
Non poteva che essere straordinariamente azzurro.
 
Spiaggia nel Parco Naturale di Biderosa.
 

23 dicembre 2013

Buon Natale e festività contigue!

La cometa Ison, prima (immagine a sinistra, cometa in basso a destra) e dopo (immagine a destra, pallida cometa in alto a sinistra) il passaggio vicino al Sole (marcherato per la sua troppa luminosità con il cerchio rosso; le dimensioni in scala e la posizione del Sole sono indicate dal cerchio bianco). Immagine modificata da quella disponibile qui
Ci abbiamo sperato in tanti - credo - in un Natale 2013 con cometa ad indicarci una grotta, una capannuccia, ci saremmo accontentati anche di un condominio in periferia, di una tenda, un bivacco, un barcone scassato in mezzo al mare, una sterminata prateria, un igloo, una villetta a schiera, a cui rivolgere tutte le nostre preghiere e le speranze per l'anno che verrà.
Invece niente, il Sole ce l'ha squagliata prima, e anche quest'anno il Natale arriverà e passerà come gli altri, senza cometa, con una spolverata di ipcrisia, qualche buon proposito per un vago futuro in cui saremo, nelle nostre intenzioni, più buoni o migliori.

Quest'anno il mio Natale cade un po' in mezzo a tutto quel che devo fare: finire un contratto di lavoro, una tesi, qualche articolo, concludere una parte della mia vita e iniziarne un'altra, cose così, insomma.
Mi arrovellavo quindi su come farlo passare in fretta, che non mi fosse d'intralcio, quando all'improvviso ho realizzato che in fondo il Natale è sempre caduto nel bel mezzo di tutto, ed è proprio questo il senso della festa.
Il Natale non è un evento isolato, a cui ci si prepara per anni, si pianifica, e si celebra con originalità: il Natale capita tra capo e collo nella vita reale, mentre stai facendo altro, così impegnata che non hai neanche posto, nella tua locanda, per ospitare qualcuno, tantomeno un bue, o un asino. O una Famiglia.
Si riempe di riti e tradizioni, perché le persone cercano qualcosa di caldo e accogliente in cui rifugiarsi, quando arriva così all'improvviso, con la sua carica di novità, di luce ad aumentare, di ventata di futuro e possibilità che è l'anno, fresco fresco di calendario, che porta con sé. 
E ti costringe a fermarti a pensare.

Così ecco, in mezzo alla Vita (e per fortuna!) anche quest'anno capiterà il  Natale, nelle mie giornate, piene di tutto quello che faccio sull'Isola, ma anche nelle vostre.
Starà a ciascuno di noi, quindi, decidere se prendersi del tempo per sé, per festeggiarlo, insieme ai propri affetti, o in meditazione solitaria, se regalarsi dei minuti, centinaia, per vedere un po' che ne è stato, del tempo tra il Natale scorso e l'oggi, e per vedere che ne si farà, del tempo fino al prossimo.

Oppure, farsi venire il  sangue amaro per le luminarie di pessimo gusto appese ai lampioni, e per la dolorosa selezione musicale nei negozi.

Fate voi.

Io, dal canto mio, auguro a tutti delle buone meditazioni e delle buone risoluzioni Natalizie, come dovrebbero esserci sempre quando fuori è buio, come in questi giorni, e come quest'anno in generale, ma si sa che poi, dopo il solstizio, la luce non può far altro che aumentare. 


Che poi, è risaputo: il 2014 sarà un anno straordinario.
Ah, non ve l'aveva ancora detto nessuno?
Fidatevi.

Buon Natale e festività contigue! - perché morta una cometa,
se ne fa un'altra!

07 ottobre 2013

De Vasto

ovvero 
Due (quasi) limerick, un matrimonio, e noi

I Gennaio lì giurati sposo e sposa
ragion di una riunione sì gloriosa,
ma il ritrovarsi è in sé
motivo del perché
di feste, risa, canti e danze a iosa.

S'auguran alla famiglia anni di feste,
si celebra l'amor, e il vin n'è teste
e anche dal di là del mare
gli amici giù a cantare
come se i fusse ancor lì de Trieste.

Vasto, città dell'amore e della poesia:
"Lascio qui il mio cuore, palpitante d'amore, grande come questo mare. Ti amo rasoio"


20 giugno 2013

C'è un tempo per il Mare.

C'è un tempo per il Mare, d'Estate. Il Mare quello vero, intendo, quello blu azzurro verde, tutto scintilloso di luce, quello con una barca e una vela in mezzo, quello che sa di sale e di abbronzatura.
C'è un tempo per il Mare, quindi, e quel tempo, per me, è arrivato.
Saluto l'internet per un po', me ne vado a navigare nel Mar che più mi si addice, con la mia famiglia, come si è sempre fatto, e come è nell'ordine delle cose, in ogni Estate che si rispetti.

Qui lascio il Subirotamic, a studiare per l'ultimo (?) esame, e la luce notturna, che quest'anno più che un Sole di Mezzanotte, sembra tanto un semibuio diffuso da mezzogiorno in poi, da quanta acqua c'è nell'aria.
'somma. 
Ad ogni modo torno, promesso. 
Cambio solo Isola per un po'.
Speriamo che questa si asciughi, intanto.

Il giretto in bici delle 23


23 ottobre 2011

Granellini.

Quando da giovine mi si chiedeva che mestiere facesse il mio babbo, io placida rispondevo che il mio babbo "raccoglieva e contava i granelli di sabbia nel mare". A questo punto l'inquisitore, sorpreso, o affascinato, o impaurito, non so, dalla mia risposta, non avanzava nessuna ulteriore richiesta di chiarimenti, e con un bel sorriso di entrambi la conversazione finiva lì.
Io non l'ho mai saputo perché le persone non capivano la mia risposta. Certo, era parziale, il papà non faceva solo quello, ma la conta dei pigri granelli vagabondi è un'attività di per sé interessante se non indispensabile, soprattutto per le civiltà acquatiche, come quella veneziana, o neerlandese. E' una cosa che andrebbe sempre fatta, e con zelo, ad esempio, prima di rubar terra al mare, o prima di costruire una qualsiasi diga, o prima di parlare dell'avveniristica "tidal energy" come alternativa energetica realistica.
Non si sa mai, infatti, quanti siano e dove vadano, questi granelli, e potrebbero rivelarsi all'improvviso, microscopicamente insieme, una gigantica scocciatura, incastrandosi nelle pale dei nostri novelli generatori, o insabbiando quello che doveva rimanere un mare, o fuggendo veloci da quella che doveva diventare una rinomata spiaggetta, paradiso della foca.
Così, sulle orme del babbo e per aiutare un amico e il progresso della Scienza in generale, ho passato tredici ore tra l'Isola e la terraferma, a contarli anch'io, questi granelli.
In figura, alcuni campioni appena raccolti, che aspettano di essere esaminati.
Che lavoraccio! Alla fine erano in totale 21534256798932561...

13 settembre 2011

Sorrisi

Appena ritornata nei ranghi di questa normalità settembrina, domenica che fu sono riuscita in ogni caso a fare una piacevole scoperta.
La vita di città, come è noto, comporta alcuni svantaggi rispetto alla più semplice, ma più comunitaria, vita sull'Isola. A volte l'isolamento (!) dettato dal cemento cittadino raggiunge livelli preoccupanti.
Ad esempio, la mia Famiglia di città, pur avendo salvato l'anziana vicina caduta dal letto, chiamando polizia e ambulanza alle prime luci dell'alba, non solo non ha ricevuto nessun ringraziamento dal parentado accorso, ma neppure una richiesta di informazioni su come si siano svolti i fatti.
Il muro fra i due appartamenti adiacenti sembra allora molto più spesso della semplice distanza che divide i salotti.
Stessa distanza che, dall'altra parte, separa la Famiglia da una coppia di neogenitori, che ha risposto a un allegro messaggio d'auguri per il nuovissimo pargolo con un biglietto listato praticamente a lutto, viola e nero, impreziosito da un primo piano in bianco e nero del neonato. Bello.
Ma che sorridano mai, in città?
Ebbene, signori, ne ho le prove: sorridono, anche agli sconosciuti.
Basta far passare un giorno intero di pioggia torrenziale, condito con raffiche di vento polare e nuvole di foglie ingiallite dall'autunno.
A questo punto, quando il cielo non ha più lacrime per piangere, voi uscite sul marciapiede, in pigiama, alle sette di sera, come un funghetto boschivo, a fotografare l'arcobaleno che finisce giusto nella casa di fronte alla vostra.
Pensate alla pentola e agli zecchini, e intanto tutti i passanti spuntati rapidamente dai loro ripari seguono il vostro obiettivo fino a notarlo anche loro, questo scroscio di colori sulle loro teste.
E sorridono. Tutti. Guardano te, la macchina fotografica, poi l'arcobaleno, e quindi di nuovo te, come a ringraziarti , sorridendo, della rivelazione.
Ho raccolto parecchi sorrisi, alla fine, o all'inizio, di questo arcobaleno domenicale.
Son soddisfazioni, in città.

22 febbraio 2011

Oggi sposi!

Qui in Olanda ci si sposa così, di martedì mattina, che in comune di martedì è gratis!, e si fa festa nel pomeriggio, al pub, con gli amici.
Suona così lontano dalle nostre tradizioni, dai nostri pranzi fino a sera, dai nostri bouquet e dai nostri vestititini svolazzanti, eppure tutta la magia c'era.
I pianti delle amiche, la sposa raggiante, lo sposo emozionato e impacciato, come davanti a un altare qualsiasi. O era il bancone del bar?
Ad ogni modo è andata, si è brindato a una famiglia che nasce, alla mamma della sposa, al papà dello sposo e ai parenti tutti.
I nipotini hanno perfino strillato in lacrime, fra una croquette e l'altra. Non c'è bisogno di aggiungere nulla, mi pare, a una celebrazione come questa.
Ai due novelli sposi, in partenza per un'isola lontanissima, auguro semplicemente di mantenere il loro sorriso, non solo quando saranno, piedi per aria, nell'altro emisfero, ma anche quando faranno ritorno a questa, di Isola, e riabbracciando i loro orizzonti, si sentiranno di nuovo a casa.
Buon inizio, miei cari, buon inizio!

07 settembre 2010

"Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria"


Giorni fa ho lasciato l'Isola, per fare un po' di chilometri insieme alla mia Casa.
Attualmente, infatti, Casa è una barca a vela disalberata nel cuore della Francia, che per via fluviale sta cercando di raggiungere l'Isola, in barba ai monti che ci son di mezzo.
Bizzarrie che accadono.
Un andare lento e misurato, interrotto solo dai vortici e dislivelli delle chiuse. Chiuse chiuse, poi aperte, e poi chiuse di nuovo, per vincere, chiusa dopo chiusa, quella gravità che ti è contro.
Ed è così che si scopre che la modernissima strumentazione di bordo ha una pecca: non dà l'altitudine. Non è semplicemente previsto che una barca come quella valichi colline e pendii per arrivare a un mare altrove, che non è il suo.
Come detto, però, le bizzarrie accadono. Eccome.
E allora la navigazione di fiume, per questo verso, è navigazione controcorrente. Più che una meta, una direzione, ostinata e contraria.

www.sy-polaris.it

04 settembre 2010

Emigrazione d'élite

Senza esserne del tutto consapevole, faccio parte di questo fenomeno, come mi ha recentemente spiegato un mio caro amico: il fenomeno dell'emigrazione d'élite.
Non avere la valigia di cartone, non aver attraversato l'Oceano in terza classe, non essere affondati per via di un iceberg, tutti questi potevano già essere considerati preziosi indizi del fatto che la mia, di emigrazione, non seguiva pari pari quella dall'Italia di 60 anni, e più, fa.
Ma la mia durezza di comprendonio è proverbiale, e la sua fama mi precede in Galilea, e altrove.
Lo spago l'ho comprato al supermercato qui in Olanda, non l'ho srotolato dalla mia sacca.
E son arrivata qui con un lavoro, e una casa. Insomma, un'altra storia.
Forse, per un attimo, la solitudine di un'isola nordica, di una lingua che non capisco, di tradizioni non mie, mi hanno portato ad intuire, di striscio, la condizione di emigrato/immigrato, stati d'animo e stati paesi che si sovrappongono, come due sentimenti, di nostalgia e inadeguatezza, e fanno male.
Lontananza da casa e dalla famiglia, ma anche dal tuo nuovo vicino, che non capisci.
Fortunatamente, e giustamente, questo mio caro amico ha presto interrotto l'ardito paragone, in cui è così facile scivolare, soprattutto ora che le giornate si fanno più corte, e il vento più freddo.
Io, e insieme a me molti altri, non siamo altro che emigrati d'élite, è la prova è semplice, ed è lì, in cucina. Abbiamo la macchina per fare i waffel. Un complesso apparato elettrico, dispendioso e ingombrante, che è in grado di cucinare un'unica pietanza, per di più un dolce.
Come replicare?
E' così. Un'emigrazione d'élite, fatta di macchine-pressa per i waffeln, e padelle speciali per i poffertjes.
E di biglietti aereoferrotranvieri sempre in tasca, per passare due o tre giorni a casa, appena si può, ovunque essa sia.

Chissà se anche ai nostri nonni, che viaggiavano verso la loro america in cerca del loro futuro, mancava il sugo della mamma.

Speriamo almeno di trovarlo, quassù, questo nostro futuro. Del sugo, infatti, neanche l'ombra...

19 giugno 2010

it's like rain on your wedding day!

Evviva gli sposi, lo sposo, la sposa e tutto il cucuzzaro!
Nel particolare, dieci piedi che in un modo o nell'altro hanno camminato parecchio insieme. Da sinistra, "piedi (e gambe) freddolosi", di chi si è sempre lamentata del freddo nel sacco a pelo, ma poi ci è andato fino in capo al Mondo. "Piedi altissimi ", secondi da sinistra, di chi del volo ormai ci ha fatto un'abitudine, ed è sempre in viaggio, indecisa su dove andare e cosa fare, prendendo come metro di misura minimo l'Europa.
Abbiamo poi "piedi saldi", di chi invece ha intuito dove andare e con chi, e ci sta andando portando con sè un sorriso contagioso.
Penultima da destra, inconfondibile, "piedi da sposa", bianchissimi, e leggeri, di chi cammina a dieci metri da terra per la felicità, ma anche comodi e pratici, di chi ha radici ben profonde, e strumenti con i quali farle germogliare.
A destra, "piedi autonomi", che hanno sempre dovuto o voluto e saputo andare contro a tutto quello che non piaceva loro, pure ai tacchi.
Alla cerimonia, alla festa, e al dopo festa, molti altri piedi si sono ritrovati a celebrare le nozze, a ballare, a inzupparsi di pioggia correndo tra una macchina e l'altra.
I piedi dello sposo poi, neri, lucidi e lisci, sono rimasti tali quasi fino a sera, battendo ogni record di resistenza in scarpe-lucide-da-uomo.
Un successo.

Ora, per i neosposi, la sfida passa tutta nell'insidiosissimo campo dei piedi in calzini, o ciabatte da casa.
Vi sia lieve il cammino, o il calzino.