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29 dicembre 2020

Un arbre, un enfant, 4 anni dopo.

A 4 anni dal nostro primo albero piantato nel demanio del comune di Losanna, piantato per festeggiare il nostro bimbo nato in realtà su di un Isola lontana, ma losannese d'adozione, eravamo prontissimi, questo ottobre, a cimentarci nuovamente nell'impresa, per celebrare questa volta la nostra bimba, che a Losanna ci è nata davvero, e che quindi questa quercia se la meritava proprio tutta. 

Ma ahimè, il 2020 ha visto anche questo evento pubblico saltare per via delle restrizioni sanitarie vigenti. Per fortuna i forestali losannesi non si son persi d'animo, e le querce le hanno piantate comunque, mandandoci pure la mappa del nuovo appezzamento, le foto, e un video dell'evento svoltosi in forma privata.

Approfitteremo sicuramente di queste vacanze stanziali per rendere degna visita all'appezzamento e a tutte le 1592 nuove quercine che affronteranno l'inverno al freddo del bosco per la prima volta. 

Tra l'altro 1592 querce per 1592 bimbi per cui il 2020 è stato un anno perfettamente normale, visto che sostanzialmente non ne hanno mai visti altri. Speriamo proprio di stupirvi tutti e 1592, bimbi del 2019, speriamo proprio che il 2021 vi lasci a bocca aperta.




 


02 agosto 2018

Microrecensione #144: "Macerie prime - Sei mesi dopo" di Zerocalcare

15/07/2018"Macerie prime - Sei mesi dopo" di Zerocalcare.
Sei mesi dopo, il secondo volume tira le fila delle storie iniziate nel primo, e finisce - sospiro di sollievo per tutti - bene, o più precisamente, finisce il meglio possibile, ed è divertente, e commovente, e non delude, no, neanche stavolta, e ci sono tutte le cose che ci si aspetta di trovarci dentro, a un libro di Zerocalcare. Leggetelo!

Ma in questo ritratto della mia generazione (che consiglio soprattutto, come d'altronde il primo tomo, ai non appartenenti alla suddetta generazione), io chi sono? Perché viene da chiederselo alla fine: io, da che parte sto?

Io sono una di quelli che ha lasciato il raccordo, traditrice del popolo fino alla morte - secondo la definizione di pagina 182. Sono una di quelli che sono spariti, inghiottiti da un internazionalismo forzato, non ci sono più per nessuno dei miei amici rimasti a casa, alleanze rotte. 
Lotto per esserci, con i dolci-amari mezzi moderni, che ti illudono di poter compensare l'assenza, ma sostanzialmente no, sei altrove. Sapeste quanto lotto per esserci, prendendo più aerei e treni di tutti, ma sostanzialmente no, ci sono solo nelle sporadiche e eccezionali occasioni in cui ci sono, in una realtà alterata, e per la maggior parte del tempo, non raccontiamo balle, sono altrove.
Non faccio parte, quindi, dell'esercito dei buoni, che solo insieme sarà in grado di scatenare la rivolta e cambiare la sorti dell'intera squadra.

Vero è, però, che ci sono, a mio modo, per gli amici recenti, incontrati per strada, persi, ritrovati. Ci sono per il mio nuovo villaggio, per raccogliere i cocci di altri reduci dell'espatrio come me, miei simili.
Perché in questo nostro lungo espatrio, checché ne dicano gli opinionisti in voga, non è che siamo qui ad allargare i nostri orizzonti, diventare cittadini globali e/o migliori, non ci arricchiamo in ogni momento della cultura emanata dai nostri fratelli provenienti da nazioni o mondi diversi dal nostro.
Non c'abbiamo tempo per queste cose, che dobbiamo capire come si pagano le tasse nel nostro nuovo paese, dobbiamo capire come funziona il sistema sanitario, e scolastico, come si pagano le bollette, le cose importanti, le cose noiose. Tutte le cose che diamo per scontate, in Italia, dobbiamo riconquistarcele a una a una altrove, e non c'è tempo, e non c'è energia, per fare altro. È così che ci tengono buoni, per sfinimento.

E in questo nostro lungo espatrio, con una squadra in continua evoluzione, si parla del lavoro che non c'è, o paga male (sì, anche in Svizzera), si parla della frustrazione della disoccupazione (sì, anche in Svizzera), si parla di zero assistenza alla famiglia (sì, anche, e soprattutto, in Svizzera).
Si parla dell'organizzazione familiare (con pregi e difetti) nell'assenza non solo dei nonni, ma anche di zii, cugini, parenti di ogni ordine e grado, ma soprattutto nell'assenza più totale di una comunità di riferimento, che sia geografica, o spirituale, o di qualsiasi tipo vogliate una comunità.
Si parla di incertezza, cercando di ricostruire una vita, e di costruire da zero un futuro, all'interno di una struttura sociale e in una lingua che semplicemente non conosciamo.
Si parla di isolamento, e della difficoltà di mantenere un rapporto sano con le famiglie lontane, qualsiasi cosa voglia dire famiglia una volta privata del concetto di quotidianità.
Si parla della prossima tappa, del filo sul quale si cammina, del prossimo viaggio a casa per continuare a marcare un territorio, per non farsi espellere per sempre, per cercare di appartenere ancora a qualche luogo.
A ben pensarci, quindi, i grandi temi di uno Zerocalcare, che è rimasto a Roma, sono straordinariamente simili ai miei, che ho lasciato il raccordo.
Lavoro, famiglia (in tutte le sue declinazioni), solitudine, inadeguatezza, incertezza, impotenza: non sono partita poi così lontano!
L'unica cosa che cambia, tra me e uno Zerocalcare, è il tipo di squadra: non più gli stessi giocatori dalle elementari, non più giocatori di cui conosci il contesto.
A differenza di chi è rimasto, cerco di portare avanti le mie piccole alleanze, battaglie, e conversazioni con una squadra in continua evoluzione, gente che si unisce, poi cambia paese, ma poi torna, magari, chissà. Gente di cui ignoro il contesto, la famiglia, la storia, e viceversa, ma che cerco di conoscere nella condivisione.
È un gioco sostanzialmente diverso da quello che si gioca con la squadra di sempre, ma non è poi così male. 
In fin dei conti poi, visto che i grandi temi, a questo punto, sono così trasversali, da Roma a Losanna, mi rallegra la speranza di poter sempre riprendere con disinvoltura le fila di quelle alleanze e conversazioni intraprese tempo fa con la squadra di sempre, interrotte dall'ultimo treno, dall'ultimo aereo, dall'ultimo "ciao".

30 luglio 2018

Microrecensione #143: "Hold back the stars" di K. Khan

26/06/2018 - 08/07/2018 "Hold back the stars" di K. Khan.
Libro comprato in aeroporto con lo spirito di acquistare un libro da aeroporto, un intrattenimento leggero, un'avventura, che ogni tanto ci vuole.
Il libro parla di un futuro distopico (o utopico!), di astronauti, d'amore, di rapporti familiari, e voglio pensare che comunque parli anche del presente e del nostro mondo.
Uno di quei libri che son già dei film, che avevo voglia di leggere in aereo, e che quindi ho letto in fretta.
La storia, in stile (dichiarato) Romeo e Giulietta, intrattiene, ma attenzione che  bisogna essere pronti a sospendere il giudizio sullo sfondo politico sociale in cui si svolge, che sembra uscire da una traccia di tema delle medie. 
In breve, Stati uniti distrutti da una guerra nucleare con il medio Oriente, sono adesso loro ad avere bisogno di aiuti militari in mezzo ad una guerriglia civile - che rovesciamento delle parti! che provocazione! - La Comunità Europea invece è diventata Europia, dove tutte le culture sono una, tutti sono uguali, ma soprattutto tutti si vogliono bene perché i gggiovani sono forzati ad un Erasmus perpetuo fino alla maturità, imposta per legge allo scadere di una certa età. 
A tratti, colta da immotivata fede nell'umanità, ho voluto leggere delle tracce di polemica, o almeno ironia, su questo futuro; poi ho fatto l'errore di leggere l'intervista all'autrice riportata alla fine del libro, e la fede l'ho persa.
Il libro, però, è di chi lo legge, non di chi lo scrive, e quindi io continuo a leggerci quello che voglio.
In conclusione, se avete voglia di vedere un film e vostro marito non ama vedere film, questo libro fa al caso vostro, espediente del finale multiplo alla "sliding doors" incluso, che, deresponsabilizzando totalmente l'autrice da una qualsiasi  minima presa di  posizione sia letteraria che, se vogliamo, sociale, legittima ancor di più a leggerci un po' quello si vuole, in questa storia, senza dar retta a quello che invece, con tutta probabilità, veniva inteso.

24 gennaio 2018

Microrecensione #134: "Lessico famigliare" di N. Ginzburg

08/01/2018 - 17/01/2018 "Lessico famigliare" di N. Ginzburg.
Il mio regalo di compleanno da parte di Subirotamic, e l'ho già finito! 

Non mi pareva di averlo letto a scuola, o perlomeno non me lo ricordo. Meglio, non credo all'epoca l'avrei apprezzato così tanto.
È la storia di una famiglia ebrea, attraverso due guerre mondiali, ma soprattutto attraverso le parole e il linguaggio e le immagini condivise che nel tempo vengono a consolidarsi in una cerchia di persone, siano famiglia, amici, o entrambi.
È un libro bellissimo, e ancora prima di leggerlo pensavo di scriverlo io, un libro così, tanto mi è caro e chiaro il concetto di "lessico famigliare".
In realtà, ancora penso di scriverlo, questo libro, un giorno.
Anzi, a volte mi pare addirittura di avere già abbastanza materiale per cominciare, con una mamma che ha sempre amato giocare con le parole, e un figlio che ha appena cominciato ad usarle.
 
Ora lo inizio.
O forse no, dai.
Forse, lo inizio domani.

13 ottobre 2016

Un arbre, un enfant.

Anche se T. non è nato qui in Svizzera, il Comune di Losanna non fa discriminazioni, e ci ha invitato, un po' di giorni fa, a partecipare alla simpatica iniziativa "Un arbre, un enfant".
Per ogni nato nel 2015 e attualmente residente nel Comune, sabato scorso si è piantata una piccola, minuscola, quercia. 

La nostra quercina.
Ogni coppia di genitori, provvista di zappa, piantina, e martellone, ha potuto piantare la sua, in un viavai e zappettio di orgogliosissimi mamme e papà, e di fratellini e sorelline vocianti (e anch'essi, immagino, albero-muniti, seppur in appezzamenti relativi ad altri anni di nascita).
A seguire, degustazione di vini prodotti nei vitigni del Comune nel 2015, formaggi, frutta e caffè.

Risultato: si è passata una bella giornata in campagna, si è scoperto che per poter raccogliere funghi non serve la licenza (ma attenzione, la normativa varia da cantone a cantone, quindi, occhio!), si è ovviamente incontrato qualche amico con rampollo del 2015 al seguito. Integrazione Svizzera - Olanda: 1-0.

L'aver piantato un albero, han tenuto a dirci, è un gesto simbolico. Non tutti gli alberi sopravviveranno all'inverno, e, nonostante le recinzioni, qualche cerbiatto entrerà, e non saprà resistere a questi teneri germogli di quercia. Inoltre, col passare del tempo, gli alberelli più esili e meno promettenti saranno tagliati, per lasciare spazio, luce e terreno a quelli che han già fatto un po' più di strada. 
Non si tragga alcuna metafora, dunque, tra l'arbre e l'enfant, ma l'aver contribuito a un bosco, in ogni caso,  riempie i polmoni di aria buona, e di futuro.

Sia mai che però un giorno vorremo controllare proprio la nostra quercina, eccola georeferenziata.   

28 settembre 2015

Di avanzi, fasciatoi venuti così così, immaginazione, attesa, e futuri.


I tre strati.

Con gli avanzi di quello del nipote, ecco fatto il fasciatoio da viaggio per il piccolo viaggiatore in arrivo. A dire la verità, è venuto un po' stortignaccolo, e i rattoppi, tra stoffa, parte impermeabile, e fettuccia, gridano un forte e chiaro "disfa tutto", "butta via", però.
Però va bene così, ha dei rattoppi, dei buchini, ma la sua funzione (tra l'altro, diciamocelo, deve solo isolare morbidamente il bimbo e la sua cacca dal mondo), almeno per un po', dovrebbe farla.
E nel compleasso è pure bellino, con la sua pratica custodia in jeans, recuperata da dei pantaloni che non mi ricordo neanche più, e il suo insieme di stoffe e materiali dai colori e fantasie etnochic, et voilà:


Fettuccia.
Pratica custodia in blueggins.
Dentro e fuori.

Io avevo bisogno di riprendere un po' la mano dopo una lunga pausa sartoriale, e cucire con gli avanzi, è innegabile, dà sempre grande soddisfazione.

Insomma, è fatto. Che le cose bisogna prenderle come sono, non vanno sempre come le si è immaginate per mesi..
Questo l'ho cercato di imparare da tutti i manuali di neonati letti ultimamente, e invece l'ho imparato in queste settimane, così, semplicemente stando al mondo.
L'importante è essere sempre pronti a immaginare nuovi progetti, a rivedere e adattare i vecchi, a sognare nuovi futuri, quando, in fondo, ogni futuro dovrebbe essere nuovo, immune alle nostre architettazioni.
Facile a scriverlo, ma per saperlo fare, credo ci sia bisogno di un'arte che chissá, di un'attitudine che solo l'esperienza può far maturare, e che auguro con tutto il cuore a chi deve reinventarsi daccapo, ad un certo punto.

Questo, infatti, è solo un fasciatoio venuto così così, che se ho ben capito come deve essere usato, dovrebbe pure funzionare.
Per le cose più importanti, si vedrà.
Nel frattempo, due o tre progetti in cantiere li ho, che è già un buon inizio, o meglio, una buona prospettiva.
Niente di meglio di una lista di cose da fare, e il sapere di poter benissimo non farle, o farle diversamente, per ingannare questi giorni sospesi, d'attesa di futuri inimmaginabili.

02 giugno 2015

La bici blu

Ho venduto la mia prima bicicletta olandese. 
Quella con il contropedale, pesante, blu, che mi ha fatto arrancare contro vento il primo anno sull'Isola. L'avevo poi tenuta per gli ospiti, miei o del dipartimento, per utenti occasionali, persone che passavano di qui.
C'è chi le ha voluto bene, cambiando camere d'aria, tirando freni, chi l'ha semplicemente usata, ma una bici, si sa, per qualcuno è solo un mezzo.
Ora l'ho venduta, a una ricercatrice CinesAmericana di passaggio, che la terrà per tre mesi e poi chissà, saranno fatti suoi.
Io l'ho venduta per cominciare a fare spazio, nel garage, nella mia testa.

Oggi l'Isola è bizzosa: è il 2 giugno, sono ancora 10 gradi, qui, vento forza 8, pioggia, grandine che ti sferza la pelle, ma la guardo con occhio differente dal solito.
C'è una prospettiva di partenza, nell'aria, per questo inizio a fare spazio.
C'è una prospettiva di cambiamento, in questa aria di mare scaraventata qui dal vento, per questo inizio a liberarmi di quello che ormai non serve più.

E la bici blu è la prima cosa a regalarmi il suo vuoto.
Ho probabilmente ancora molti mesi qui, ma ho bisogno di iniziare a fare spazio, per tutto quello che verrà, in garage, in casa, nella mia vita. 
Altrimenti, non ci  potrà essere partenza, né cambiamento.
D'altronde su quest'Isola, come su tutte le altre Isole del mondo, lo spazio è un bene preziosissimo, senza il quale, semplicemente, il futuro non ci sta.

17 febbraio 2014

Ex libris

Vi è ad Amsterdam un grazioso negozietto, proprio in centro, sull'angolo sporgente di una palazzo simil antico, che quando ci si passa non si può far a meno di entrarvi.
Ci si trovan timbri, timbrini, cera lacca e inchiostri di ogni genere, così, dopo quattro anni di visite, a Natale scorso ho ceduto, e ho acquistato un ex libris per il mio coinquilino, che i nostri libri stanno cominciando a conquistare la casa, oltre che gli scaffali, e che almeno si riconosca chi è il padrone di quel disordine (di solito, io).
Ad ogni modo, il regalo, corredato con un inchiostro blu oltremare, è stato apprezzato e ha cominciato a popolare le prime pagine bianche dei suoi ultimi arrivati.
E i miei?
Prevedibilmente, non ho saputo resistere, e alla successiva visita alla capitale, senza alcun motivo ne' giustificazione, mi son fatta regalare un mio personale ex libris, per i miei ultimi arrivati.
Ho optato per un leggerissimo fiore di finocchio, e un inchiostro smeraldo.




Alcuni libri, poi, adesso che si può, han l'onore di entrambe le impressioni, che son libri condivisi, per contenuti, per storie, e per disordine generato.


A volte, si pensa al container dove svuoteremo la casa sull'Isola, al momento di partire. Chissà tutti questi libri, per dove salperanno.
O magari per qualche ragione non potremo portarli con noi, e allora li semineremo in giro: ora che hanno il timbro, sapranno da dove vengono e, se fa troppo freddo o troppo buio dove li abbiamo lasciati, sapranno da chi ritornare.

 

23 dicembre 2013

Buon Natale e festività contigue!

La cometa Ison, prima (immagine a sinistra, cometa in basso a destra) e dopo (immagine a destra, pallida cometa in alto a sinistra) il passaggio vicino al Sole (marcherato per la sua troppa luminosità con il cerchio rosso; le dimensioni in scala e la posizione del Sole sono indicate dal cerchio bianco). Immagine modificata da quella disponibile qui
Ci abbiamo sperato in tanti - credo - in un Natale 2013 con cometa ad indicarci una grotta, una capannuccia, ci saremmo accontentati anche di un condominio in periferia, di una tenda, un bivacco, un barcone scassato in mezzo al mare, una sterminata prateria, un igloo, una villetta a schiera, a cui rivolgere tutte le nostre preghiere e le speranze per l'anno che verrà.
Invece niente, il Sole ce l'ha squagliata prima, e anche quest'anno il Natale arriverà e passerà come gli altri, senza cometa, con una spolverata di ipcrisia, qualche buon proposito per un vago futuro in cui saremo, nelle nostre intenzioni, più buoni o migliori.

Quest'anno il mio Natale cade un po' in mezzo a tutto quel che devo fare: finire un contratto di lavoro, una tesi, qualche articolo, concludere una parte della mia vita e iniziarne un'altra, cose così, insomma.
Mi arrovellavo quindi su come farlo passare in fretta, che non mi fosse d'intralcio, quando all'improvviso ho realizzato che in fondo il Natale è sempre caduto nel bel mezzo di tutto, ed è proprio questo il senso della festa.
Il Natale non è un evento isolato, a cui ci si prepara per anni, si pianifica, e si celebra con originalità: il Natale capita tra capo e collo nella vita reale, mentre stai facendo altro, così impegnata che non hai neanche posto, nella tua locanda, per ospitare qualcuno, tantomeno un bue, o un asino. O una Famiglia.
Si riempe di riti e tradizioni, perché le persone cercano qualcosa di caldo e accogliente in cui rifugiarsi, quando arriva così all'improvviso, con la sua carica di novità, di luce ad aumentare, di ventata di futuro e possibilità che è l'anno, fresco fresco di calendario, che porta con sé. 
E ti costringe a fermarti a pensare.

Così ecco, in mezzo alla Vita (e per fortuna!) anche quest'anno capiterà il  Natale, nelle mie giornate, piene di tutto quello che faccio sull'Isola, ma anche nelle vostre.
Starà a ciascuno di noi, quindi, decidere se prendersi del tempo per sé, per festeggiarlo, insieme ai propri affetti, o in meditazione solitaria, se regalarsi dei minuti, centinaia, per vedere un po' che ne è stato, del tempo tra il Natale scorso e l'oggi, e per vedere che ne si farà, del tempo fino al prossimo.

Oppure, farsi venire il  sangue amaro per le luminarie di pessimo gusto appese ai lampioni, e per la dolorosa selezione musicale nei negozi.

Fate voi.

Io, dal canto mio, auguro a tutti delle buone meditazioni e delle buone risoluzioni Natalizie, come dovrebbero esserci sempre quando fuori è buio, come in questi giorni, e come quest'anno in generale, ma si sa che poi, dopo il solstizio, la luce non può far altro che aumentare. 


Che poi, è risaputo: il 2014 sarà un anno straordinario.
Ah, non ve l'aveva ancora detto nessuno?
Fidatevi.

Buon Natale e festività contigue! - perché morta una cometa,
se ne fa un'altra!

05 ottobre 2013

L'invitata (e vissero tutti felici e contenti).

La mia fiaba di inizio Settembre si conclude nel migliore dei modi: con un matrimonio rosa tramonto, specchiato d'acqua, bianco di velo ricamato, e perle, e di panna sulle fragole rosse. 
Comincio dalla fine per dirvi subito che il matrimonio non è il mio, che io son una semplice invitata, ed è questa la chiave per far finir la fiaba, e farla finire bene.
L'inizio, della fiaba, si perde nelle nebbie veneziane della mia infanzia, quando le nostre famiglie, e noi pargoli con loro, si frequentavano spesso, tra cene, vacanze e scampagnate.
E' così che l'idea mi è venuta. Così, e studiando Storia. 
Che poi io da piccina volevo fare l'archeologa, e poi, chissà cos'è successo, ora mi ritrovo quassù a studiare il mare, ma questa è un'altra Storia, la mia, ve la racconto un'altra volta, per oggi accontentiamoci di una fiaba, di un lieto fine, e di un augurio.
Dicevo, è così che, forse in macchina tra Venezia e Prapian, forse ad una cena, non so, il concetto cristallino che se fossimo vissuti in una società in cui la norma consiste nel matrimonio combinato (possibilità che esploravo grazie ai libri di Storia) noi due saremmo stati destinati, una volta cresciuti, ad un inevitabile matrimonio, organizzato dai nostri padri latifondisti e feudali con precisi accordi, prese forma concreta e pesante in un angolo non tanto remoto del mio cervello.
Ero cosciente del fatto che, effettivamente, non vivessimo affatto in una società da matrimonio combianto, però...
Capivo che era un'assurdità, però...
Così questa remota reminiscenza feudale è rimasta lì, nella mia testa, addormentata e innocua, ma lì.
Non che avessi niente contro T., ma si sa, "l'amor no xe un brodo de fasioi" (N.d.T. "l'amore non è un brodo di fagioli", che pare un'ovvietà, ma se ci pensate bene, non lo è affatto, fior fior di dibattiti sull'argomento, tanto che si potrebbe argomentare per un blog intero che invece sì, in effetti l'amore si annida in, si riflette in, si misura con, è, un brodo di fagioli, ma anche questa è un'altra storia, per un'altra volta, e per questo post non polemizziamo con la saggezza popolare).
Gli anni passavano, e l'età si avvicinava pericolosamente a quella in cui i nostri signori padri latifondisti avrebbero chiamato l'araldo per far declamare nelle pubbliche piazze, a suon di tamburo e tromba, il contenuto di quelle bolle e pergamene in cui avevano pianificato il nostro avvenire e sancito il nostro amore.
Invece, ad un certo punto di questa Storia, è semplicemente arrivata una principessa, da un feudo lontano lontano, che ha preso T. e lo ha rapito dalla cera lacca del suo destino.

L'arrivo.
Mi ritrovo quindi ad essere parte sì, di questo lieto fine, ma, come dicevo, da invitata, che piange quando vede entrare una sposa in Chiesa, che si emoziona della sua emozione.
Un'invitata speciale, però, perché non so quanti, tra i banchi della Chiesa addobbata festa, mentre gli sposi finalmente firmano tutte le scartoffie del caso, si immaginano quest'immensa sala d'arme dove invece sono io, drappeggiata di velluto pesante, la sala, di odore di fuoco, illuminata agli angoli dai riflessi di maestose armature, e questo caminetto acceso, in cui crepita la pergamena del nostro accordo matrimoniale, in cui brucia il feudalesimo e il passato, per far posto a un futuro nuovo di zecca, ancora tutto da scrivere, vertigine di possibilità per i due sposi felici, e per l'invitata, e per tutti gli invitati, pure.

Lieto fine.


24 dicembre 2012

Natale 2012 e i miei auguri a tutti

Utrecht, una casa.
Oudegracht, Utrecht, Dicembre, un sabato pomeriggio



Ed eccoci a Natale, di nuovo, senza preavviso, ci piomba addosso con tutte le sue lucine e i suoi rossi e i suoi verdi muschio, il suo bianco candor.

La notte, fanno male i polmoni a respirare, è Dicembre anche sull'Isola.
Isola d'Inverno, spruzzata di neve, dal mio salotto.





Da quando vivo in Olanda, il Natale  è strano. Qui non si festeggia più che tanto: i regali ce li si è già scambiati il 5, in occasione di Sinterklaas, l'Avvento non esiste, famiglie da riunire, non si usa più, dolci tipici, per carità; rimangono solo le decorazioni per le strade e sulle case,  a sbriluciccare nella notte prematura delle quattro e mezza di pomeriggio, e la neve.
Così, non diventa che un'altra occasione per tornare a casa, che poi, appena giunti in patria, si fa presto a ricordarsi il perché: il panettone, la veglia, le cene con stuoli di parenti, l'albero pieno di regali, il Presepio, la frenesia da doni tra calli e  campielli, la cioccolata calda con la panna.
Basta un volo di poco meno di due ore, per ritornare Italiani.
A casa.
A Natale.

Sono contenta che fra poco si parte, che si ritorna al nido, tappezzato di fette di pandoro e crema al mascarpone, ma soprattutto son contenta perché quest'anno, per la prima volta da quando vivo qui, non mi peserà, poi, ripartire.

Auguri allora a tutti, per un Natale sincero, e un duemilatredici pieno di cose belle, di cose da vivere, di cose da fare, e di tutta la voglia per farle!
E se non vi incontro di persona, e se non faccio in tempo ad offrirvi uno spritz natalizio, provate a sentirvi ugualmente un pochino contagiati dal mio entusiasmo per l'anno che viene, credo faccia bene, in generale, ora ve lo comunico...bzzz...ecco!







04 dicembre 2012

Olanda, pro e contro, ovvero: analisi grossolana del mio personale espatrio in Olanda

Olanda, pro e contro: domanda non facile, postami da un amico in procinto, forse, di trasferirsi nel Paese Basso. Cosa rispondere, dopo tre anni passati su quest'Isola?
Partiamo dal lavoro, sul quale non ci son dubbi: Olanda sì.
Stipendio comodo, vacanze tantissime, il capo che ti invita a cena e che pure apprezza quello che fai. Conferenze di qui e di là, crociere (che per me significa lavoro, non è che si va in gita sulla Costa) e laboratori attrezzati o quantomeno  con un budget disponibile per procurarsi in qualche modo quello di cui si ha bisogno.
Pochissima pressione, pochissimo stress, rispettare le scadenze è l'unica cosa veramente richiesta. E c'han ragione.
Atteggiamento positivo davanti a qualsiasi nuova collaborazione, novità o possibilità: insomma, non ho mai sentito un "no se pol",  e non solo perché qui non parlano in triestino.
Poi c'è la vita extra lavorativa, e su quella magari qualche dubbio c'è, ma è mio, e non è detto che tocchi tutti gli animi.
Per esempio, è molto difficile trovare della frutta e della verdura che sappiano da qualcosa, magari qui sull'Isola è più difficile che nelle città, ma la tendenza è questa.
Non ci sono le montagne, e il paesaggio è noiosissimo e finto (vedi qui per dettagli), e il mare te lo puoi godere una media di circa cinque giorni all'anno, anche se vivi sulla spiaggia. Gli altri 360 giorni all'anno o piove o fa troppo freddo per godersi veramente l'aria aperta, ed io, un pochino, su questo, ci soffro.
Certo, la tua soglia di tolleranza alle intemperie di alzerà di molto, rendendoti forse una persona più forte, non per questo migliore, sicuramente più impermeabile.
A volte però questi cieli bassi e questi campi ordinati si lacerano di colori così violenti, tragici, spiazzanti, da togliere il fiato. Si impara così che il caro Van Gogh non ha inventato nulla, ha solo urlato sulla tela quel che vedeva dalla finestra, o quel che il suo cuore ricordava del paesaggio.
Poi c'è la lingua, grande nemica di tutti noi espatriati scientifici d'Olanda, che non riusciamo a imparare perché pochi son gli olandesi con cui vuoi o hai la possibilità di parlare.
Dove con parlare intendo intrattenere un discorso che vada al di là della semplice cortesia, che non manca mai, per carità, e i soliti scambi di battute che chiunque non sia italiano propone quando ci incontra per la prima volta.
A me, per esempio, è andata meglio che ad altri, sull'Isola. Sull'Isola, c'è meno "agenda", e più spirito di collaborazione, perché si è un po' tutti sulla stessa barca, e non c'è veramente un'opzione diversa che non sia quella di frequentare i colleghi.
Sulla vita cittadina non mi pronuncio, ma quel che vedo e prevedo è che chiunque arrivi è accolto e inglobato nella comunità degli internazionali, alla quale, saltuariamente, si uniscono sparuti belgi e olandesi.
Probabilmente conoscendo la lingua è diverso, però.
Ah, quasi dimenticavo, un altro pro (forse) della Neerlandia: i fan di qualsiasi festival di cinema, d'arte, sport, di letteratura, di rassegne, di sculture, documentari, mode, hipsterismo, cucina, arredamento, festival di banche, di musica, di circo, di locali alla moda, di locali non più di moda, birre, vini, pane, danza, i fan di festival di festival, insomma, troveranno qui il loro paradiso. Sempre che prenotino con almeno due mesi di anticipo, ma a questo, giuro, ci si abitua.
Che altro?
Provo a pensare a un ultimo pro e a un ultimo contro. Pro: la bicicletta ha la precedenza su qualsiasi altro mezzo di trasporto, e comunque i mezzi pubblici funzionano e capillarmente (a parte sull'Isola, ovviamente, ma so che su questo non è rappresentativa del paese). Chi si trasferisce qui, può tranquillamente sbarazzarsi dell'auto. Contro: è un paese ricco, circondato da paesi uguali a lui (ssssh, non ditelo agli olandesi!) che non è quindi abituato a confrontarsi con il diverso, con la povertà che c'è anche qui, ma è nascosta, un paese in cui tutto quello che è "altro" ha sì una certa bellezza in quanto esotico, ma non è certo giusto o buono, né men che meno migliore che in Olanda. E questo è un giudizio a priori, immutabile. Non ammettono neppure che il loro pane, il pane in cassetta!, sia quantomeno più noioso del nostro. NO.
Le persone mettono il proprio salotto in mostra sulla strada per far vedere che non hanno nulla da nascondere, ma non riescono a fare un colpo di telefono all'amico se ha la febbre, e gli mandano un bigliettino con prestampata la scritta: auguri di pronta guarigione!.
Ecco, tutto questo per dire che alla fine fine, sotto sotto, non si vive poi così male. La tua vita sei tu e le persone che ti stanno intorno, non un paese intero.
Dopo tre anni, azzardo, ci sto quasi bene. Conosco tanta gente, saranno pure italiani, o olandesi, o messicani, non importa più. Ho il mio equilibrio, ho capito che ogni tanto me ne devo andare per un po' e farmi venire la nostalgia per la mia bicicletta, per poi poterci tornare con entusiasmo.
Il nostro lavoro ce lo permette, sia per i soldi, sia per il tempo, e su questo, davvero, non ci si può lamentare.
Io ci sto ancora un pochino, minimo un anno sicuro, e davvero, adesso, partire da qui è l'ultima cosa che voglio, per tutta una serie di ragioni, che, come dicevo, riguardano me e non tutti.
Un buon motivo per partire da qui è sicuramente il fatto che il piatto nazionale consista in delle patate schiacciate alla meno peggio insieme a dell'insalata cruda, ma per rimanere, al momento, di motivi ne trovo addirittura almeno due: il lavoro che ho iniziato, che mi piace e che voglio finire, e il nuovo coinquilino in arrivo, il Subirotamic in persona, che voglio proprio vedere come facciamo a starci, nella casetta nel bosco.
Ecco, questo mi pare sia il mio punto di vista sull'Olanda. A questo, si devono ovviamente aggiungere i fili che legano ciascuno di noi al nostro Paese, al nostro paese, ma questa è davvero un'altra storia, e son già stata troppo lunga così.

Al mio amico, e a un po' tutti gli espatriati del mondo, se vogliamo, auguro allora di trovare dei buoni motivi per rimanere - o per partire, è uguale - che non siano legati né ai soldi, né alla pigrizia, che non siano legati alla noia, né alla rabbia, ma che più semplicemente riguardino un presente che si ha voglia di vivere, e un futuro che si ha lo slancio di costruire.

11 luglio 2012

Savana stagionale

intorno alle 20.30, intorno alle  22.
C'è un po' di malinconia, sull'Isola. 
Con l'estate qualcuno parte, qualcuno arriva, qualcuno resta. In generale, qui, si migra. Non sempre però con l'eleganza di uno stormo numeroso, anzi, più spesso si migra da soli, con un passo un po' stanco, appesantito da troppi bagagli, verso non si sa bene cosa.

C'è chi questo lo chiama fuga dei cervelli, chi lo chiamo precariato internazionale, chi lo definisce una splendida esperienza di ricerca all'estero.

Io non lo so ancora, come chiamarlo, ma mi son resa conto che a volte, con tutta questa gente in giro, uno finisce per sentirsi un pochino a casa dovunque, in certi periodi, con certe persone, temporaneamente, ecco.

In questi giorni si spezza uno di questi momenti, così, dicevo, c'è un po' di malinconia, sull'Isola.

Cerco di non farla diventare troppa, però.
In fondo, è estate anche qui: tempo di prossime allegre partenze per me, tempo della tranquillità data da giornate lunghissime, da tramonti dorati, aranciati, rosati, tempo della mia savana satagionale, proprio qui, dietro casa.





22 maggio 2012

Seminare l'altrove.


Sperando nel tepore nordico di questi giorni, al riparo dal vento e (parzialmente) dalle intemperie, ho seminato quassù un pochino di Cuba.
Mi spiego: ho seminato questa pianta, a quanto pare. 
Io l'ho conosciuta a Cuba, questa bizzarra pianta timidina, ma i semi me li ha spediti qui in Olanda un amico di vicino-a-Treviso, che ho conosciuto a Padova, ma al momento vive a Milano, il quale a sua volta se li e' procurati da un conoscente siciliano.

Vedremo cosa ne verrà fuori, in tutta questa confusione di luoghi.
Io, infatti, ho seminato qui sull'Isola, ma se non spunta niente, non mi preoccupo: magari i semi, dopo tanto viaggiare, si sbaglieranno, e germineranno altrove.

Sono sicura sarà una pianta bellissima.

27 febbraio 2012

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi...

Ho sempre pensato di essere una persona nata in città e che dico, in Città, a cui però sarebbe piaciuto nascere circondata dalla saggezza e lentezza della campagna, della Natura, dal nozionismo diffuso nel campo agrario e nel campo e basta.
Ora, da ormai un bel po', vivo in campagna, e che dico, in Campagna.
Torno a casa nella notte in bicicletta, nel fuggi fuggi generale delle lepri.
Compro le uova, le patate, le cipolle i cavoli e i tulipani dai vicini, e le stagioni incidono sul mio quotidiano come mai prima d'ora.

Detto così, sembra bellissimo, vibrazioni positive a go go e riconciliazione con la Terra.
... ma devo ammettere che mi capita spesso, anche di questi giorni di crochi e bucaneve a punteggiare il mio giardino, di pensare che in fondo in fondo, sul lungo termine, io non lo so più se fa per me, questa vita di finta, piatta, sottomarina, campagna olandese.

01 febbraio 2012

Buon Anno!

Buon inizio 2012 a tutti, signore e signori. 
Con un mesetto di ritardo, ma ce l'ho fatta anche io a riprendere (quasi) tutte le fila della mia vita olandese.
Un mese di ritardo, sì, ma son giustificata!
Aspettavo, per un buon post inaugural-celebrativo, una sera d'inverno. Non potevo scrivere di buoni propositi, di futuri, senza il rumore del vento, il freddo cristallo che  ti ghiaccia la punta del naso. Non potevo proprio scrivere nulla senza aver prima pedalato nella neve croccante, quella che fa quel rumore, sotto le ruote, quel rumore che è come il rumore del silenzio, di un'isola tutta raccolta intorno alle luci calde dei salotti, al di là del vetro. 
Un'isola sulla quale hai la netta sensazione che tu sia l'unico essere ciclante ad andarsene a zonzo, ed è buio, e c'è il vento, e alla fine te lo chiedi pure tu perché mai tu sia da questa parte, di quei vetri.
Ieri è  stato tutto questo.
Quindi oggi, che son dalla parte giusta, da quella calda, posso finalmente inaugurare il mio personale anno bloggeristico: via!
Stagione strana nel suo complesso, in ogni caso, questa: a dicembre me ne sono migrata a Sud, in un altro Stato, ed è stato l'estate che non è stata. 
Poi il ritorno in Patria, senza neve, dove il Natale era l'unica traccia d'Inverno. Qui in Isola, fino a ieri, era così caldo che la mia salvia e il mio prezzemolo, che usualmente razzolano all'aperto davanti alla porta, ancora avevano foglie rigogliose e non accennavano a nessun letargo stagionale.
Insomma, questo gelo stordisce, ma rincuora.
Magari metterà in ordine le troppe idee che si son accumulate  fino ad ora: una Cuba che è ormai distante, ma che non dimentico, viaggi, persone nuove, vecchi amici e colleghi ipotetici, mari blu a sovrapporsi a sciate  sulla neve finta e sull'asfalto. 
Finalmente è arrivato il tempo di poltrona e coperta, per far sedimentare il caos, per raccogliere storie e per raccontarle.

Proposito uno, quindi, per quest'anno ancora giovanissimo: scrivere di più, scrivere meglio. Stavolta gli altri li mantengo in forma privata, che a non tutti interessano le mie personali paturnie. 
A tutti auguro invece un buonissimo anno bisestile, gentile pubblico, che poi, gli auguri di buon anno fatti il primo di Febbraio son più preziosi, e chissà, magari valgono di più.


14 settembre 2011

Rivelazione con celebrazione!


Sapevatelo: l'Oviglio è un grazioso timer da cucina che mi aiuta,con il suo metallico trillio, soprattutto con la cottura delle uova, troppo spesso dimenticate sul fuoco.
Ma la sua versatilità ha dell'incredibile, e la misura del suo tempo non fa che aggiungersi a quel conteggio di anni, mesi, giorni, ore, minuti e secondi che mi portano oggi a celebrare i miei due anni sull'Isola.
Nei due anni che vengono, mi auguro solo un pochino più di Sole.
Per il resto, mi arrangio da sola.

11 luglio 2011

Partenze (e permanenze).


Mezz'estate: c'è chi si sposa, chi invece, già sposato, lascia l'isola nordica per un'isola lontana lontana lontana come la Tasmania.
C'è chi poi, non sposato, lascia in ogni caso un'isola per un ignoto destino a tempo determinato, per scoprire se stesso, e il destino, in un paese nuovo di zecca come il Sud Sudan.
Insomma, grandi partenze per grandi inizi di avventure pratico emotive, e pur nel mio starmene quassù, in qualche modo sento per la prima volta che son io quella che gli altri salutano, e non viceversa.
Io, son quella che resta, dopotutto.
Non so se sia un bene o un male, per adesso quello che riesco a pensare è che è bello non sentirsi più in bilico.
Prima pensavo che aver lasciato casa e vita per ricucirne di nuova quassù mi avesse tolto quella tranquillità necessaria per capirmi e capire quel che avrei voluto fare, in questi anni.
Mi sbagliavo, ora lo so.
Restare non chiarisce le idee di per se stesso, nè lo fa partire.
E non sapete quanto mi ci è voluto per metter giù questa frase, e crederci.
Ora, con questa mia nuova prospettiva rivoluzionata, mi dispongo a farmi coinvolgere e trasportare da questa vita, in movimento sì, ma equilibrata di fresco, o meglio, equilibrata appena.
Come quando la sposa lancia il suo bouquet da una grande scalinata, e in quella parabola fiorita si nasconde un numero infinito di possibilità.
Ecco, io mi sento così, in volo, a non sapere ancora chi mi prenderà.
Ma è un andare comodo, oggi.
Sarà per questa nuvola di petali colorati che mi accarezza la pelle.