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07 dicembre 2016

Il velo.

Dicembre, ho ago e filo ancora in mano, spilli, un metro, e del velo bianco e leggero da sistemare. Un déjà vu lungo due anni.
Cucivo il mio vestito da sposa, gonna corta e strascico lungo, da indossare con un sorriso, insieme alle farfalle che volavano nel mio cuore.
Ora cucio le piccole tende bianche della nostra nuova cucina, nel nostro nuovo appartamento, nella nostra nuova città, nel nostro nuovo Paese.
Siamo in tre, adesso, ad affaccendarci in questa cucina: chi a cucinare, chi a mangiare, chi a sporcare in modi impensabili gli angoli più inaccessibili di questa stanza, o di se stesso. Chi a pulire, chi a cantare, chi a ridere e chi a imparare a bere da una tazza, chi a innamorarsi del sapore del Gruyère, chi a perseverare nell'odiarlo. Chi a rovesciare l'acqua per l'ennesima volta, chi a stupirsi anche oggi di quella magia chiamata radio, chi ad asciugare con uno straccio l'asciugabile, chi a guardare rassegnato un bimbo che sarebbe da mettere così com'è in lavatrice, se solo la lavanderia non fosse in cantina, e il nostro turno non fosse fra sei giorni.
Così, un velo bianco che ci separi dalla strada è necessario, per non fare entrare dentro troppo fuori, troppa confusione, che ci sono già abbastanza cose qui.
Basta un vedo-non-vedo però, perché curiosi si nasce, si cresce, e ci si coltiva, e un occhio sulla strada bisogna sempre averlo, per imparare dove va, per scoprire cose nuove, e per incontrare qualcuno, che poi, chissà.
Per riuscire a stare fra di noi senza troppe distrazioni, ma essere pronti a tutto ciò che la strada porta con sé.
In fondo, penso fosse questo il senso anche del mio velo da sposa.




04 maggio 2014

Intrigo internazionale, e un lieto inizio

Due Italiani, nel seminterrato di un campus in una sperduta Isola del Mare del Nord, muniti di sega da metallo, cercano di recidere il lucchetto di una bici precedentemente appartenuta a un Messicano, la cui chiave andò perduta chissà dove e chissà quando, e ora in fase di vendita, la bicicletta, a una ragazza Spagnola, non per lei, però, ma per il suo ragazzo, anch'esso Spagnolo, tanto per semplificare la faccenda, in arrivo in quei giorni sull'Isola con una laurea in Agricoltura Biologica fresca fresca in tasca, aiutati, ad ogni modo, i nostri, da un Olandese trapiantato da trent'anni alle Hawaii che ora però ha deciso di tornare a casa, più o meno, insomma, a casa, dato che l'Isola è un'isola, e non è casa di nessuno, salvo che di pochissimi, ma accoglie proprio tutti, spiantati della Scienza e non.
Per concludere l'intrigo, gli Italiani non ce l'hanno fatta. 
Il metallo del lucchetto Messicano ha vinto sul profilo dentato della sega. 
Ma si capisce, che il lucchetto abbia avuto la meglio!
Il Messicano infatti, è da pochissimo convolato a nozze con un'ArgentinSpagnola, con la quale metterà presto su casa in Olanda, e il lucchetto  sarà stato parte dello stock acquistato per suggellare il loro amore su tutti i ponti dei cinque continenti.
Non c'è da stupirsi, quindi, che quel lucchetto non si possa spezzare.
Con buona pace dell'appiedato neoagronomo, ma son sicura se ne farà una ragione.

07 ottobre 2013

De Vasto

ovvero 
Due (quasi) limerick, un matrimonio, e noi

I Gennaio lì giurati sposo e sposa
ragion di una riunione sì gloriosa,
ma il ritrovarsi è in sé
motivo del perché
di feste, risa, canti e danze a iosa.

S'auguran alla famiglia anni di feste,
si celebra l'amor, e il vin n'è teste
e anche dal di là del mare
gli amici giù a cantare
come se i fusse ancor lì de Trieste.

Vasto, città dell'amore e della poesia:
"Lascio qui il mio cuore, palpitante d'amore, grande come questo mare. Ti amo rasoio"


05 ottobre 2013

L'invitata (e vissero tutti felici e contenti).

La mia fiaba di inizio Settembre si conclude nel migliore dei modi: con un matrimonio rosa tramonto, specchiato d'acqua, bianco di velo ricamato, e perle, e di panna sulle fragole rosse. 
Comincio dalla fine per dirvi subito che il matrimonio non è il mio, che io son una semplice invitata, ed è questa la chiave per far finir la fiaba, e farla finire bene.
L'inizio, della fiaba, si perde nelle nebbie veneziane della mia infanzia, quando le nostre famiglie, e noi pargoli con loro, si frequentavano spesso, tra cene, vacanze e scampagnate.
E' così che l'idea mi è venuta. Così, e studiando Storia. 
Che poi io da piccina volevo fare l'archeologa, e poi, chissà cos'è successo, ora mi ritrovo quassù a studiare il mare, ma questa è un'altra Storia, la mia, ve la racconto un'altra volta, per oggi accontentiamoci di una fiaba, di un lieto fine, e di un augurio.
Dicevo, è così che, forse in macchina tra Venezia e Prapian, forse ad una cena, non so, il concetto cristallino che se fossimo vissuti in una società in cui la norma consiste nel matrimonio combinato (possibilità che esploravo grazie ai libri di Storia) noi due saremmo stati destinati, una volta cresciuti, ad un inevitabile matrimonio, organizzato dai nostri padri latifondisti e feudali con precisi accordi, prese forma concreta e pesante in un angolo non tanto remoto del mio cervello.
Ero cosciente del fatto che, effettivamente, non vivessimo affatto in una società da matrimonio combianto, però...
Capivo che era un'assurdità, però...
Così questa remota reminiscenza feudale è rimasta lì, nella mia testa, addormentata e innocua, ma lì.
Non che avessi niente contro T., ma si sa, "l'amor no xe un brodo de fasioi" (N.d.T. "l'amore non è un brodo di fagioli", che pare un'ovvietà, ma se ci pensate bene, non lo è affatto, fior fior di dibattiti sull'argomento, tanto che si potrebbe argomentare per un blog intero che invece sì, in effetti l'amore si annida in, si riflette in, si misura con, è, un brodo di fagioli, ma anche questa è un'altra storia, per un'altra volta, e per questo post non polemizziamo con la saggezza popolare).
Gli anni passavano, e l'età si avvicinava pericolosamente a quella in cui i nostri signori padri latifondisti avrebbero chiamato l'araldo per far declamare nelle pubbliche piazze, a suon di tamburo e tromba, il contenuto di quelle bolle e pergamene in cui avevano pianificato il nostro avvenire e sancito il nostro amore.
Invece, ad un certo punto di questa Storia, è semplicemente arrivata una principessa, da un feudo lontano lontano, che ha preso T. e lo ha rapito dalla cera lacca del suo destino.

L'arrivo.
Mi ritrovo quindi ad essere parte sì, di questo lieto fine, ma, come dicevo, da invitata, che piange quando vede entrare una sposa in Chiesa, che si emoziona della sua emozione.
Un'invitata speciale, però, perché non so quanti, tra i banchi della Chiesa addobbata festa, mentre gli sposi finalmente firmano tutte le scartoffie del caso, si immaginano quest'immensa sala d'arme dove invece sono io, drappeggiata di velluto pesante, la sala, di odore di fuoco, illuminata agli angoli dai riflessi di maestose armature, e questo caminetto acceso, in cui crepita la pergamena del nostro accordo matrimoniale, in cui brucia il feudalesimo e il passato, per far posto a un futuro nuovo di zecca, ancora tutto da scrivere, vertigine di possibilità per i due sposi felici, e per l'invitata, e per tutti gli invitati, pure.

Lieto fine.


11 luglio 2011

Partenze (e permanenze).


Mezz'estate: c'è chi si sposa, chi invece, già sposato, lascia l'isola nordica per un'isola lontana lontana lontana come la Tasmania.
C'è chi poi, non sposato, lascia in ogni caso un'isola per un ignoto destino a tempo determinato, per scoprire se stesso, e il destino, in un paese nuovo di zecca come il Sud Sudan.
Insomma, grandi partenze per grandi inizi di avventure pratico emotive, e pur nel mio starmene quassù, in qualche modo sento per la prima volta che son io quella che gli altri salutano, e non viceversa.
Io, son quella che resta, dopotutto.
Non so se sia un bene o un male, per adesso quello che riesco a pensare è che è bello non sentirsi più in bilico.
Prima pensavo che aver lasciato casa e vita per ricucirne di nuova quassù mi avesse tolto quella tranquillità necessaria per capirmi e capire quel che avrei voluto fare, in questi anni.
Mi sbagliavo, ora lo so.
Restare non chiarisce le idee di per se stesso, nè lo fa partire.
E non sapete quanto mi ci è voluto per metter giù questa frase, e crederci.
Ora, con questa mia nuova prospettiva rivoluzionata, mi dispongo a farmi coinvolgere e trasportare da questa vita, in movimento sì, ma equilibrata di fresco, o meglio, equilibrata appena.
Come quando la sposa lancia il suo bouquet da una grande scalinata, e in quella parabola fiorita si nasconde un numero infinito di possibilità.
Ecco, io mi sento così, in volo, a non sapere ancora chi mi prenderà.
Ma è un andare comodo, oggi.
Sarà per questa nuvola di petali colorati che mi accarezza la pelle.




22 febbraio 2011

Oggi sposi!

Qui in Olanda ci si sposa così, di martedì mattina, che in comune di martedì è gratis!, e si fa festa nel pomeriggio, al pub, con gli amici.
Suona così lontano dalle nostre tradizioni, dai nostri pranzi fino a sera, dai nostri bouquet e dai nostri vestititini svolazzanti, eppure tutta la magia c'era.
I pianti delle amiche, la sposa raggiante, lo sposo emozionato e impacciato, come davanti a un altare qualsiasi. O era il bancone del bar?
Ad ogni modo è andata, si è brindato a una famiglia che nasce, alla mamma della sposa, al papà dello sposo e ai parenti tutti.
I nipotini hanno perfino strillato in lacrime, fra una croquette e l'altra. Non c'è bisogno di aggiungere nulla, mi pare, a una celebrazione come questa.
Ai due novelli sposi, in partenza per un'isola lontanissima, auguro semplicemente di mantenere il loro sorriso, non solo quando saranno, piedi per aria, nell'altro emisfero, ma anche quando faranno ritorno a questa, di Isola, e riabbracciando i loro orizzonti, si sentiranno di nuovo a casa.
Buon inizio, miei cari, buon inizio!

19 giugno 2010

it's like rain on your wedding day!

Evviva gli sposi, lo sposo, la sposa e tutto il cucuzzaro!
Nel particolare, dieci piedi che in un modo o nell'altro hanno camminato parecchio insieme. Da sinistra, "piedi (e gambe) freddolosi", di chi si è sempre lamentata del freddo nel sacco a pelo, ma poi ci è andato fino in capo al Mondo. "Piedi altissimi ", secondi da sinistra, di chi del volo ormai ci ha fatto un'abitudine, ed è sempre in viaggio, indecisa su dove andare e cosa fare, prendendo come metro di misura minimo l'Europa.
Abbiamo poi "piedi saldi", di chi invece ha intuito dove andare e con chi, e ci sta andando portando con sè un sorriso contagioso.
Penultima da destra, inconfondibile, "piedi da sposa", bianchissimi, e leggeri, di chi cammina a dieci metri da terra per la felicità, ma anche comodi e pratici, di chi ha radici ben profonde, e strumenti con i quali farle germogliare.
A destra, "piedi autonomi", che hanno sempre dovuto o voluto e saputo andare contro a tutto quello che non piaceva loro, pure ai tacchi.
Alla cerimonia, alla festa, e al dopo festa, molti altri piedi si sono ritrovati a celebrare le nozze, a ballare, a inzupparsi di pioggia correndo tra una macchina e l'altra.
I piedi dello sposo poi, neri, lucidi e lisci, sono rimasti tali quasi fino a sera, battendo ogni record di resistenza in scarpe-lucide-da-uomo.
Un successo.

Ora, per i neosposi, la sfida passa tutta nell'insidiosissimo campo dei piedi in calzini, o ciabatte da casa.
Vi sia lieve il cammino, o il calzino.