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05 febbraio 2026

Microrecensione #260: "La bonifica umana: Venezia dall'esodo al turismo" di C. Zanardi

 19/08/2025 - 20/09/2025  "La bonifica umana: Venezia dall'esodo al turismo" di C. Zanardi.

Non pensavo un saggio potesse essere così triste, e invece. 

Parlare di politiche della casa e del turismo a Venezia può fare davvero male. Apprezzatissima la prima parte del libro, una ricostruzione storica della situazione alloggi e del turismo a Venezia fino al periodo contemporaneo/dopo guerra, ho trovato, forse un po' anche inevitabilmente, da veneziana, la seconda parte un po' raffazzonata, in un tentativo non molto riuscito di mettere ordine a un sentimento diffuso, a un'accozzaglia di idee e rimostranze che fanno parte del bagaglio standard della venezianità, o per lo meno della mia. 

L'autrice infatti veneziana non è, ed è quindi anche interessante realizzare come argomenti, situazioni, realtà che per te sono scontate, quotidiane, e forse anche un po' fini a se stesse nella loro negatività, possano invece essere soggetto di studi e di addirittura di mezzo libro.

Chissà, forse mi aspettavo, nella parte più contemporanea del saggio, un po' più di intraprendenza. Mi aspettavo forse un elenco di esempi virtuosi, da prendere a modello, magari presi da altri luoghi o da altre situazioni assimilabili, quando invece l'autrice si è limitata, forse anche giustamente nel limite del suo ruolo, a specchiare semplicemente il modo corrente di fare e di pensare dei Veneziani, che è anche il mio, per carità, che è quello di lamentarsi tanto, esporre i vari problemi, le contraddizioni che ci portano tutti all'inattività, senza proporre nulla che possa migliorare la situazione, neanche  di pochissimo, in nessun aspetto del dramma sfaccettato che la città sta vivendo, umano, commerciale, economico.

A mia discolpa, sul perché non la scriva io, questa seconda parte immaginaria del libro: io da Venezia me ne sono andata, e ho l'impressione che in questi ultimi 20 anni le cose siano comunque cambiate parecchio, e mi siano sfuggite da sotto l'occhio, sia le realtà senza più redenzione, sia le realtà positive, perché anche a Venezia, anche adesso, ci sono cose che funzionano meglio di altre, come ci sono cose che non funzionano strutturalmente. Se pensate che questo libro dia una panoramica anche su questo aspetto che guarda al futuro, ecco, rimarrete delusi, e in generale, il libro vi lascerà l'amaro in bocca di come questa nostra città sia stata venduta, non sia stata capita, sia stata rovinata sostanzialmente da quando dominare l'Adriatico e parte del Mediterraneo non è più stato così in voga. Non ci siamo saputi reinventare, e per questo ci siamo venduti al miglior offerente, che era e continua ad essere ora, il turista mangia città. Come invertire la marea? Il libro non dà alcuno spiraglio di speranza né prova a dipingere alcuna alternativa, ma contribuisce sicuramente al montare dell'indignazione. Che serva da stimolante a idee e da motore di cambiamento. 

16 giugno 2022

Microrecensione #206: "Il giardino delle perle - Una storia veneziana" di S. Rabitti e M. C. Zaghini

01/04/2022 - 14/04/2022 "Il giardino delle perle - Una storia veneziana" di S. Rabitti e M. C. Zaghini.

Per deformazione professionale, dichiaro subito di essere parente di una delle autrici, così da togliere ogni dubbio ai miei attenti lettori, ma soprattutto così da rispondere a una delle domande forse più ovvie di fronte a questa piccola recensione, ovvero, ma come ti è venuto in mente di leggere un libro come questo?

In realtà, oltre all'essere scritto da una parente, già buona scusa di per sé per possedere il libro, e in secondo luogo, per leggerlo, un libro come questo pure ben si inserisce nel mio filone di letture legato a luoghi a cui mi sento legata, e alla Storia di suddetti luoghi, del quale troverete qui le ultime recensioni.

Il libro è sicuramente "di nicchia", e passa in rassegna la storia della produzione di perle in vetro e la storia e la vita delle perlaie (e pure dei pochi perlai) di Cannaregio, tra metà Ottocento e primo Novecento. Se siete appassionati di uno qualsiasi di questi elementi: perle, vetro, Venezia, qualche divagazione sull'architettura della zona, artigianato, fine Ottocento,  qualche approfondimento a partire da censimenti storici, il libro è imperdibile.

Se vi interessano i temi del lavoro femminile, sia nella piccola quotidianità di Venezia sia nelle sue imprese internazionali, che la Serenissima hanno sempre contraddistinto, ecco che il libro è nuovamente consigliato.

Personalmente, una parte che ho letto volentieri è stata quella delle interviste e delle brevi biografie di perlaie conteporanee, ancora in attività o quasi, tra Murano e Venezia. Un piccolo mondo artigiano e creativo che non conoscevo, ma che ha acceso la mia curiosità, e magari anche un po' la mia invidia, nell'aver saputo trovare un'arte così prettamente locale, e così genuinamente cosmopolita: chi in fondo, ospite di questo mondo, di questi tempi o dei passati, non apprezza una bella collana di perle?

Ci ho fatto caso bazzicando di questo periodo per qualche museo, in giro per la Svizzera o per l'Italia: la collana di perle, insieme ai gioielli più in generale, è davvero immancabile testimonianza di un presente, o di un passato, in cui si è capito il valore non superfluo, ma essenziale, della bellezza. 

E riscoprire l'importanza di tutto ciò insieme a una parente, per via di un tesoro trovato nel giardino di una sua cara amica, a due passi da casa, è di certo cosa inapettata e affascinante.

28 marzo 2022

Microrecensione #200, #201 e #202: Studi di luoghi, autori vari

17/12/2021 - 03/01/2022 "The Passenger - Olanda", di AAVV

08/01/2022 - 28/01/2022 "The Passenger - Svizzera", di AAVV

29/01/2022 - 15/02/2022 "Strada Nuova, dintorni ... e un mio itinerario" di C. Lazzari.

Accorpo queste tre mie letture perché le trovo simili: pur nella loro diversità, le ho affrontate con lo stesso spirito di voler sapere un po' di più, voler capire un po' di più, di luoghi un cui abito o in cui ho abitato a lungo, luoghi che considero, o ho considerato, a volte "casa", a volte posto da cui fuggire, a volte anche solo luoghi di passaggio.

I primi due libri, della serie "The Passenger", dell'Iperborea, li ho trovati molto curati, vari e interessanti.

Leggendo il tomo sull'Olanda più volte mi sono fermata a chiedermi se non fosse stato scritto per me sola, per la mia curiosità e per il mio bagaglio di esperienze italo-olandesi. L'ho trovato molto di nicchia, ma la nicchia ero proprio io, italiana che ha passato 6 anni in Olanda, di cui ho conosciuto poco, ma a suon di anni, almeno un po'. Anni passati su un'isola che nel libro ha addirittura un intero capitolo a lei dedicato, ad un suo esperimento di conservazione naturalistica, emblematico di tanti interventi naturalistici fatti un po' alla cieca (non solo in Olanda), ma si sa, o si spera, sbagliando si impara?

Il tomo sulla Svizzera l'ho trovato forse un po' meno di nicchia, e un po' piu' di interesse generale per un lettore italiano: dopotutto, la Svizzera è proprio qui, giusto al di là di un passo. Ed incredibile quanto, pur nella vicinanza, possa essere così lontana dal nostro modo di avvicinarci alle cose, dalla morte, alle banche, dall'immigrazione, alle montagne.

Il terzo libro è sulla Strada Nuova, a Venezia. Un cambiamento di scala non da poco, da libri su interi Paesi, a uno su una singola strada, in una singola città di un altro Paese ancora. Eppure in qualche modo l'interesse, la curiosità, come la conoscenza, hanno un che di frattale, si ripropongono sempre vivi e accesi a tutte le scale, e quindi, anche a quella piccola piccola della Strada Nuova. Di cui nel libro si ripercorrono vicessitudini storiche per la sua creazione, ma anche ricordi e aneddoti su tutti i negozi e le attività che sulla strada si sono avvicendate. C'è anche un pezzetto di storia della mia famiglia, dietro a una delle tante vetrine che ormai da 150 anni attraggono l'occhio di veneziani e turisti. 

A volte ancora mi sorprende come viaggiare, conoscere nuovi luoghi e nuovi modi, esplorare alternative, sia bello. Ma non di meno sia bello appartenere a dei luoghi, alla loro Storia, e approfondire e viaggiare nel tempo per capire questa Storia e per capirsi. È per questo che metto i tre libri insieme: li trovo tutti e tre delle risposte, a scale spaziali e temporali diverse, a una mia stessa, instancabile, curiosità.

 


26 marzo 2021

Relâches

Le vacanze scolastiche di fine febbraio, nel mondo, hanno dei bei nomi. Ricordo che in Olanda si chiamano krokusvakantie, le vacanze dei crous, primi fiori a spuntare tra le chiazze d'erba appena liberate dalla neve. Qui in Svizzera romanda si chiamano relâches, una settimana intera di riposo concessa dal rigido sistema scolastico, che appunto "rilascia" gli studenti a fare un po' quello che più gli pare, basta che si riposino e approfittino dell'ultima neve. E così, anche se il covid aveva ovviamente cancellato i nostri piani di rientro in patria, abbiamo deciso, nonostante tutto, di approfittare anche noi, per quest'anno, dei crochi e del riposo, e partire, seppur entro confini elvetici. Ed è stata una bella idea.

Il Gruyère, un pomeriggio assolato di febbraio.

Le nostre vicine.

Un negozio di vetro di Murano (!), a Château-d'Oex.

L'acqua sotto un ponte coperto del 1667.

Si studia il folclore locale. 

Particolare di porta, ma anche porta particolare, Château-d'Oex.

A sinistra, sabbia sahariana, a destra, azzurro alpino.

Azzurro, e bianco, alpino.

09 settembre 2020

Microrecensione #172: "Alla larga da Venezia" di F. Giliberto e G. Piovan

 01/07/2020 - 17/07/2020 "Alla larga da Venezia" di F. Giliberto e G. Piovan.

Dopo un inizio un po' stentato, in cui la prosa e la narrazione mi son parse un po' farraginose, mi son lasciata prendere dalla storia, che piano piano si fa sempre più coinvolgente, e sì, alla fine mi son fatta convincere da questo racconto, forse un po' troppo romanzato, forse un po' stucchevole, ma decisamente interessante per l'ambientazione e per le vicende narrate."L'incredibile viaggio di Piero Querini oltre il circolo polare artico nel '400", questo il sottotitolo, e, in breve, la trama del libro. Un viaggio che ha davvero dell'incredibile, un naufragio spettacolare e un rimpatrio forse ancora più straordinario, ma, cosa più importante, questo libro racconta le origini del rapporto tra Venezia e il suo baccalà, e per questo è consigliatissimo a chiunque si interessi almeno un poco all'una o all'altro di questi soggetti.

24 ottobre 2019

Minuscoli drammi/58: Il dialetto veneziano.

T. recentemente, oltre ad aver avuto una sorella, ha pure cambiato asilo. Il senso di colpa quindi per averlo, nel giro di un mese e mezzo, detronizzato da figlio unico e strappato dai suoi primi amici è ancora forte, e si fa di tutto per cercare di inserirlo e inserirsi nel nuovo asilo di quartiere velocemente, e nel migliore dei modi. 
Così Subirotamic, non particolarmente noto per le sue doti sociali e chiacchierecce, si sforza a presentarsi e a presentare T. non appena incrocia, nell'atrio dell'asilo, qualche genitore.

- Buongiorno, io sono Subirotamic e questo è T., abbiamo appena cambiato asilo e viviamo nel quartiere, e questa bella bimba come si chiama?
- Mona
- ...

E così niente, ha dovuto abbassare lo sguardo, e fuggire in silenzio, e chissà se mai qualcuno avrà il coraggio di spiegarglielo, a questi mamma e papà, perché.
Che poi non è grave, se per tutta la vita la povera Mona si terrà lontana dal Nord Est italiano: niente viaggi a Verona, niente scambi di studio a Padova, niente luna di miele a Venezia.
Mi raccomando, Mona, mi raccomando!

28 giugno 2019

Microrecensione #159: "Crooner" di K. Ishiguro

16/06/2019 - 17/06/19 "Crooner" di K. Ishiguro con illustrazioni di Bianca Bagnarelli. Un racconto malinconico e distante, ambientato a Venezia ma non veneziano, una notte, ricordi, un amore che forse c'è stato e adesso deve finire. Una Venezia da cartolina triste, un riflesso sull'acqua, una gondola silenziosa, due uomini che si raccontano e suonano una serenata inattesa, perfetta, probabilmente l'ultima.
Un racconto triste, tristissimo, se ci pensiamo un po' su. Per fortuna un racconto breve e che viene da una cultura così distante che l'acqua dei canali nera, la notte, vischiosa, non fa neanche a tempo a rubare il sonno, che è già finito.
Le illustrazioni impreziosicono l'edizione, ma ho letto le linee nette e rette come specchio del romanzo, fatto di pensieri tagliati con sicurezza, lontani dal mio sentire, lontani dalla Venezia magica dove tutto invece è possibile, che è poi quella vera.

19 luglio 2018

Microrecensione #142: "Seule Venise" di C. Gallay

01/05/2018 - 25/05/2018 "Seule Venise" di C. Gallay.
Se ben mi ricordo, il mio primo libro di narrativa in Francese (non a fumetti)! Mi è sembrata una lettura sorprendentemente scorrevole, una storia tristo-romantica ambientata a Venezia, Venezia dove fuggire, Venezia dove ritrovare se stessi, scritta da una non veneziana per non veneziani. 
Mi è sembrata però anche una storia vuota, un accumulo di luoghi comuni, veramente poco interessante se non per la mia personale curiosità di leggere com'è vista e raccontata la mia città da occhi altrui (in questo caso abbastanza, senza infamia e senza lode). Diciamo che se il libro fosse stato in italiano, mi sarei stupita di tanto nulla e probabilmente non l'avrei finito. Invece era in francese, e l'ho finito per puro spirito di sfida e genuino interesse educativo. 
Ammetto però che adesso mi sfiora pure il dubbio che mi siano sfuggiti molti dettagli per i quali il libro magari ha effettivamente un senso, al di là dell'esercizio linguistico, e che io non li abbia saputi cogliere perché, appunto, in francese.
Magari lo riprenderò in mano una volta padroneggiato l'idioma: vi farò sapere se sarà una conferma, o una rivelazione.

16 novembre 2017

Buon San Martino (un poco in ritardo).

È con spettacolare grazia che anche quest'anno, nonostante T. e i suoi due anni e i suoi amichetti vestiti da scheletrini e il mondo che ci è intorno, sono riuscita ad evitare qualsiasi festeggiamento per Halloween. 
Ma una festa con gli amici, la cioccolata, i dolci e l'allegria di una casa calda mentre fuori infuria la bufera sono riuscita ad organizzarla lo stesso, per celebrare quest'autunno inoltrato.

Perché noi Veneziani abbiamo San Martino, e non ce lo toglie nessuno, neppure l'espatrio.

Le fasi del San Martino.
E l'immancabile, attesissimo, esercito di ritagli.

12 giugno 2017

Meno dieci, silenzio, e me.

Per chi ha pezzi di famiglia sparsi in giro per l'Europa, non è facile avere del tempo per sé. C'è un piccolo da accudire, e il famoso villaggio che dovrebbe crescere il bambino è lontano un viaggio intero. Vivere in Svizzera e essere disoccupate, se per caso ve lo state chiedendo, non aiuta a sentirsi particolarmente motivate ad assumere una baby sitter, sia anche per poche ore. Ne consegue che quando capita di passare un po' di tempo dall'altra parte di quel viaggio, le possibilità aperte da alcune ore di libertà spalancate dalla presenza dei nonni sono a dir poco vertiginose.
Così ne ho approfittato, e ho preso la mia mezza giornata.
Di silenzio, di profondità, e per me.
Sono stata a 10 m di profondità, distesa su una delle piattaforme della piscina più profonda del mondo, dopo aver scoperto che si trova a pochi chilometri da Venezia.
Insieme al mio istruttore, G., ho passato due ore ad andare a fondo, io, il mio costume, la maschera e le pinne. E basta.
L'acqua termale rende la muta superflua. 
L'aria che non c'è rende la maggior parte dei movimenti superflui.
Anche i pensieri, non c'è aria per loro. 
C'è solo per scendere.
Starsene sul fondo di un mare artificiale, ma schiacciata da una pressione reale che mi tiene insieme.
Ascoltare fuori, ascoltare dentro.
Bello.
Poi c'è la confusione italiana del treno per tornare a Venezia, e T. con le sue prime chiacchiere, e i nonni con le chiacchiere accumulate per via di questi viaggi che ci separano.
Anche questo, bello.
È come respirare a pieni polmoni.

A volte, però, è bello anche trattenere il fiato.

20 aprile 2017

Microrecensione #125: "A Venetian Reckoning" di D. Leon

30/03/2017 - 10/04/2017 "A Venetian Reckoning" di D. Leon. 
Dopo averne ripetutamente sentito parlare, ho finalmente letto uno di questi gialli di Donna Leon, ambientati in una Venezia così realistica da non essere neppure tradotti in italiano, onde evitare il più possibile il pubblico lagunare e le sue eventuali lamentele.
Da leggere se amate i gialli e se amate Venezia. 
Io i gialli li amo a momenti, perché poi faccio tardi la sera per leggere come vanno a finire, e la mattina dopo non voglio più alzarmi.
Venezia la amo a momenti pure lei, perché è bella, ma complicata.
Camminare per fondamenta e calli a caccia di assassini, quindi, può pericolosamente portare a una notte lunghissima, sia per il commissario in questione, sia per me.
Credo leggerò anche gli altri libri della serie, ma con calma, a piccole dosi.

16 giugno 2016

Di scarpe e abitudini

Sono fortunata: per ora non mi è stato dato di vivere in posti normali, città come tutte le altre, posti senza qualcosa di, letteralmente, straordinario. Vengo dalla città più bella del mondo, palazzi di merletto avorio sui canali verdi, mosaici d'oro e silenzio. Ho abitato sei anni su di un'isola del Mare del Nord, vento, dune di sabbia, e Mare del Nord, appunto. E ora me ne sto qui, sulle rive di un lago, in bilico in questa città pendente, tra pascoli, cioccolato e cattedrali.
In ognuno di questi posti mi piace notare come, per la peculiarità del luogo, ci siano degli abiti, o meglio, delle calzature che altrove risulterebbero quantomeno bizzarre, e che invece sono sdoganate o addirittura ben viste non solo per l'uso quotidiano, ma anche per qualche occasione che magari richiederebbe una calzatura più classica, un pranzo di lavoro, chessò, un'occasione, ecco.
Nella città lagunare, parlo ovviamente degli stivali di gomma al ginocchio, che per via dell'acqua alta, passano assolutamente inosservati tra le botteghe eleganti del centro, le chiese, e in un raggio di una trentina di chilometri in treno o in autobus da e per Venezia.
Sull'Isola, parlo degli stivali antinfortunistica da pescatore. Utilissimi su ogni terreno difficile, dalla sabbia al fango, alla neve e al ghiaccio, sono accettati al bar, al ristorante, in ufficio, dal parrucchiere, in spiaggia o in bicicletta. Disponibili in due colori, marrone scuro o marrone tendente al giallo, dividono la popolazione dell'Isola in due, a seconda della scelta cromatica. Perché tutti ne hanno un paio, senza eccezione. Io, per dire, sono della fazione dei gialli.
Qui, nell'opulenta cittadina svizzera, la calzatura sdoganata è senza dubbio lo scarponcino da montagna, che ho visto arrampicarsi nelle stradine centrali, tra una banca e l'altra, entrare in cioccolateria o prendere un caffè di lavoro nei sofisticati bar Nespresso.
Durante i mesi invernali, anche aggirarsi in centro con un paio di sci in spalla è normale. Ho visto gente al supermercato fare la spesa con gli sci sotto braccio. E ovviamente, scarponi da sci ai piedi.
Non proprio la calzatura più comoda per una passeggiata in città, ma tant'è, a volte qui si incontrano eteree donzelle in tacco 12 scalare, o peggio ancora, discendere, i viottoli e le scale di questa città obliqua.
E se la scelta è tra scarponi da sci e tacchi alti, datemi gli stivali da pescatore, vi prego.

30 marzo 2016

Composizione.

Composizione di foresta e tulipani, per armadio svizzero:


Questo per dire che più o meno qui si è finito di traslocare, si è ricominciato a dormire (grazie principalmente a questo libro che, se anche poi l'autore ha ritrattato alcuni punti, se anche magari bisogna prenderlo con le pinze, se anche si può dire tutto e il contrario di tutto, se anche, il fatto è che con T. ha funzionato dal primo giorno, e siamo tutti più contenti, lui e noi), si stanno concludendo le ultime pratiche burocratiche (era ora, dopo due mesi!), e insomma, qui si è, a tutti gli effetti, arrivati.
Così arrivati che nel week end pasquale, oltre alle canoniche pulizie, e alla canonica gita fuori porta all'Isola-ora-non-isola di Ogoz, si ha pure avuto tempo di attaccare foto, in giro per gli armadi e per le pareti. 
Foto di mare, ovviamente, che qui manca il suo sapore salato, e foto di Venezia, che T. non c'è mai stato, e deve abituarsi a una certa idea di bellezza.
Foto di viaggi, perché fra poco si dovrà ripartire, in tre, e sarà tutto diverso.
Foto di pance, perché c'è stato anche un prima, foto di nuvole, per sognare forme volanti, e foto di sogni, per conciliare la nanna.
 
E foto dell'Isola, di sabbia, di schiuma di onde, di foresta e di tulipani, perché è da lì che siamo partiti, e lì abbiamo lasciato il vento forte, la pioggia, la solitudine e il vuoto, ma tutte le cose belle, le abbiamo portate con noi.

07 ottobre 2015

Ik ben niet een echte Texelaar*

Un po' di anni fa, sul giornale dell'Isola, al primo di Aprile, comparve un interessante trafiletto.
Poche righe, ma d'effetto.

Uno dei più grandi problemi dell'isolano, allora come oggi, pare infatti sia il suo luogo di nascita.
Il punto è, che se non sei nato sull'Isola, non sarai mai e poi mai considerato un isolano a tutti gli effetti. Con l'onta e il disprezzo che ne conseguono.
Va bene che ci vivi, sull'Isola, che ci soffri tutti gli inverni da quando sei neonato, che ti tuffi nelle acque gelide del Mare del Nord tutte le sante estati, ostentando benessere nonostante i 5 gradi al Sole, va bene che ne conosci tutte le fattorie, se non addirittura tutte le pecore, una ad una, che ne fiuti i cambi di vento con giorni di anticipo, ma se non ci sei nato, se tua madre non ti ha partorito al di qua del Marsdiep, niente: non sei e non sarai mai un "echte Texelaar" (vero e proprio abitante di Texel).
E visto che sull'Isola non ci sono ospedali o cliniche, basta che la madre, per un motivo o per l'altro, preferisca andare in ospedale in terraferma piuttosto che tentare la sorte in casa, come è usanza e ben visto qui, che il gioco è fatto, e il passaporto diventa per te una condanna perpetua all'inferiorità.

Si fatica a crederlo, ma anche l'altra sera, al pub, chiacchieravo con un ragazzo di qui, sui trent'anni, figlio di gente di qui, che vive qui, etc etc, e gli chiedo: sei di Texel? E lui, con gli occhi bassi: ma, veramente sono nato a Den Helder..seguito da un silenzio imbarazzato, quasi in cerca di una degna giustificazione.
Io allibisco, e procedo con la mia birra analcolica, nascondendo al mio interlocutore  il mio crudele piano di condannare il viaggiatore in arrivo alla stessa, deprecabile sorte.

Ma arriviamo al primo Aprile di una manciata di anni fa, dove sul giornale locale compare l'esaltante notizia che sì, finalmente il Comune di Texel è riuscito a conquistare alcuni metri quadri sulla terraferma, e per di più corrispondenti ad alcune stanze dell'ospedale di Den Helder, nel reparto maternità.
Udite udite, le pavide madri che durante il travaglio si fossero prese la briga di salire sul ferry per poi andare a partorire tra gli agi in ospedale anziché tra le amate pecore, avrebbero potuto in ogni caso assicurare un futuro radioso ai figlioletti, scrivendo sul passaporto, come luogo di nascita, orgogliosamente, Texel.
Ma non solo, questi metri quadrati in terraferma avevano pure valore retroattivo, quindi tutti i solerti genitori di bimbi di età inferiore a due anni avrebbero potuto, recandosi prontamente al comune (di Texel), cambiare il luogo ufficiale di nascita del piccolo erede, dall'abominevole Den Helder, alla gloriosa Texel.

Buffo no?
Non si sono divertite  molto però le numerose coppie, con pupetti al seguito, che in data due Aprile si sono presentate alle porte del comune a reclamare, ahimè invano, il cambio di luogo di nascita sul passaporto.
E quando dico numerose, intendo numerose, non una o due.

Con questo si conclude l'aneddoto isolano, ma non la frustrazione di tutti quelli che sul loro passaporto hanno scritto Den Helder, e non Texel.
Da buona Veneziana, un po' li capisco, sarebbe come vedere scritto Mestre sul passaporto, sarebbe dura. Quasi quasi, meglio Den Helder.


* traduzione: Io non sono una vera e propria abitante di Texel

11 novembre 2014

Visite!

Guardate un po' chi ha bussato alla mia porta questa mattina, direttamente da Venezia e con mezzo mantello nonostante il freddo che fa già qui sull'Isola? 



Abbiamo fatto colazione insieme.
Buon San Martino a tutti!

16 luglio 2014

Minuscoli drammi quotidiani/21: Il tar Tufu


Ho lasciato pure il numero di telefono, in caso vogliate prenotare.
Io non aggiungo altro e me ne vado a casa, nella Romantica.
Buonissime vacanze a tutti!

30 giugno 2014

Microrecensione #76: "Venezia. Luoghi di paure e voluttà" di N.-E. Vanzan Marchini

23/04/2014 - 28/06/2014 "Venezia. Luoghi di paure e voluttà" di N.-E. Vanzan Marchini. Un interessante punto di vista su Venezia, sulla storia della medicina e della gestione della sanità pubblica in città dagli inizi fino, più o meno, ai giorni d'oggi.
Da leggersi previo studio accurato della storia di Venezia e della sua Repubblica, e dopo aver girato in lungo in largo la città e la sua laguna, insomma: istruttivo, affascinante e godibile per un autoctono, forse un po' difficile da seguire per chi la città la conosce meno.
Imperdibile la storia dello sviluppo dell'assistenza pubblica agli annegati, e tecnologie annesse.

05 ottobre 2013

L'invitata (e vissero tutti felici e contenti).

La mia fiaba di inizio Settembre si conclude nel migliore dei modi: con un matrimonio rosa tramonto, specchiato d'acqua, bianco di velo ricamato, e perle, e di panna sulle fragole rosse. 
Comincio dalla fine per dirvi subito che il matrimonio non è il mio, che io son una semplice invitata, ed è questa la chiave per far finir la fiaba, e farla finire bene.
L'inizio, della fiaba, si perde nelle nebbie veneziane della mia infanzia, quando le nostre famiglie, e noi pargoli con loro, si frequentavano spesso, tra cene, vacanze e scampagnate.
E' così che l'idea mi è venuta. Così, e studiando Storia. 
Che poi io da piccina volevo fare l'archeologa, e poi, chissà cos'è successo, ora mi ritrovo quassù a studiare il mare, ma questa è un'altra Storia, la mia, ve la racconto un'altra volta, per oggi accontentiamoci di una fiaba, di un lieto fine, e di un augurio.
Dicevo, è così che, forse in macchina tra Venezia e Prapian, forse ad una cena, non so, il concetto cristallino che se fossimo vissuti in una società in cui la norma consiste nel matrimonio combinato (possibilità che esploravo grazie ai libri di Storia) noi due saremmo stati destinati, una volta cresciuti, ad un inevitabile matrimonio, organizzato dai nostri padri latifondisti e feudali con precisi accordi, prese forma concreta e pesante in un angolo non tanto remoto del mio cervello.
Ero cosciente del fatto che, effettivamente, non vivessimo affatto in una società da matrimonio combianto, però...
Capivo che era un'assurdità, però...
Così questa remota reminiscenza feudale è rimasta lì, nella mia testa, addormentata e innocua, ma lì.
Non che avessi niente contro T., ma si sa, "l'amor no xe un brodo de fasioi" (N.d.T. "l'amore non è un brodo di fagioli", che pare un'ovvietà, ma se ci pensate bene, non lo è affatto, fior fior di dibattiti sull'argomento, tanto che si potrebbe argomentare per un blog intero che invece sì, in effetti l'amore si annida in, si riflette in, si misura con, è, un brodo di fagioli, ma anche questa è un'altra storia, per un'altra volta, e per questo post non polemizziamo con la saggezza popolare).
Gli anni passavano, e l'età si avvicinava pericolosamente a quella in cui i nostri signori padri latifondisti avrebbero chiamato l'araldo per far declamare nelle pubbliche piazze, a suon di tamburo e tromba, il contenuto di quelle bolle e pergamene in cui avevano pianificato il nostro avvenire e sancito il nostro amore.
Invece, ad un certo punto di questa Storia, è semplicemente arrivata una principessa, da un feudo lontano lontano, che ha preso T. e lo ha rapito dalla cera lacca del suo destino.

L'arrivo.
Mi ritrovo quindi ad essere parte sì, di questo lieto fine, ma, come dicevo, da invitata, che piange quando vede entrare una sposa in Chiesa, che si emoziona della sua emozione.
Un'invitata speciale, però, perché non so quanti, tra i banchi della Chiesa addobbata festa, mentre gli sposi finalmente firmano tutte le scartoffie del caso, si immaginano quest'immensa sala d'arme dove invece sono io, drappeggiata di velluto pesante, la sala, di odore di fuoco, illuminata agli angoli dai riflessi di maestose armature, e questo caminetto acceso, in cui crepita la pergamena del nostro accordo matrimoniale, in cui brucia il feudalesimo e il passato, per far posto a un futuro nuovo di zecca, ancora tutto da scrivere, vertigine di possibilità per i due sposi felici, e per l'invitata, e per tutti gli invitati, pure.

Lieto fine.


31 luglio 2013

Lui detiene il Dottorato.

Il soggetto in via di dottoramento.
photocredits: Subirotamic sr.





Abbiamo dovuto tutti pagare il prezzo di una Primavera, ma alla fine, Subirotamic, ha portato a termine l'Impresa, e con abile mossa, in un solo giorno, ha ottenuto un dottorato per sé, e un'Estate per un Paese intero.
Questo succedeva agli inizi del mese, quando eravamo tutti un po' più giovani, ma soprattutto, meno abbronzati e meno riposati.
E la moda in voga era ancora quella pre rivoluzione francese e le foto erano ancora in bianco e nero, come potete vedere qui in parte.
 
Ora, di tutte quelle fatiche, neanche si ricorda più, tante vacanze son passate, tanta acqua sotto i ponti veneziani, tanto è preso dalle novità dell'Isola, dal nuovo lavoro, e dalla sua bella coinquilina.

Adesso che però lui detiene il dottorato, l'imparità di rango accademico in casa potrebbe comportare squilibri di potere e onniscienza, e noiosissime discusissioni serali su cosa esattamente sia l'enstrofia o su come sia meglio misurarla, sta temperatura, nel mare.
Però invece niente, a casa va ancora tutto bene, nonostante un rientro shock dai 35, estivissimi, gradi veneziani ai 17, piovossissimi e grigi, isolani.
A cena si parla d'altro, e per ora io sfrutto il suo nuovo titolo solo per l'acquisto al supermercato della linea costosa di prodotti.

Bene, dunque, questo dottorato in casa. 
Quasi quasi mi metto d'impegno per detenerne uno anche io, magari piccolino.

A lui poi non glielo si può dire, che è stato bravo, con la tesi, la discussione, e tutti quei bei discorsi, quelle strette di mano tra professoroni in maschera da cerimonia, se le è meritate, se no si offende.
Ma io lo dico a voi e voi, son sicura, non lo direte a nessuno. 

27 luglio 2013

Lode alla solitudine notturna (temporanea)

A me piace, la notte, tornare a casa sola. 
Che non ci sia nessuno ad aspettarmi, nessuno a preoccuparsi, nessuno a rigirarsi fra le lenzuola. Nessuno.
Così, non devo preoccuparmi neanche io, sono d'un tratto nessuno anch'io, e posso cambiare idea, e allungare la strada, ascoltare un po' di notte che filtra tra le finestre aperte, una doccia che bagna, incontrare qualcuno, che è nessuno anche lui, tant'è buio.
Mi piace perché mi sembra del tempo, quello in cui torno a casa da sola, nella notte, che è solo mio. Ne son padrona e lo spendo bevendo a una fontana, se sono a Venezia, oppure a guardare le lepri correre a nascondersi, se sono su, sull'Isola.
Mi fermo a guardare le stelle, lì al Nord.Perché a volte cadono.
Qui al Sud, si vedono meno, l'altra sera, solo una Luna gigante, che si sfilacciava tra le nuvole argento, e i canali lisci lisci.
E allora qualche minuto in più, o in meno, di sonno, non importa. Posso salire sulla diga a guardare il mare, e poi scivolare giù veloce, con la bici. Io e il rumore dei freni.
Oppure posso prendere quel ponte, camminare ancora un poco,  fino alla laguna dove altri nessuno sono venuti a rubare un po' d'aria alla marea.
Pedalo, e cammino da sola, a volte pensando a chi sarebbe bello m'aspettasse, dietro alla porta di casa. 
Però non stasera, non ora, soltanto temporaneamente, per carità, ma oggi mi godo i miei passi, i miei rumori, i miei tempi, e la mia buonanotte.