Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post

25 giugno 2024

In Cina

A volte, un viaggio, lo si sogna per mesi, per anni, si programma, ci si prepara, si aspetta, lo si desidera, di settimana in settimana. A volte, invece, un viaggio ti succede,  perché capita di dover andare, capita di dover fare. Un viaggio, in effetti, ti può anche capitare. Così mi è capitato di dover andare a Pechino, agli inizi del mese. Senza preavviso, giusto il tempo di prenotare un aereo, preparare una presentazione (e finirla sul suddetto aereo), e partire. 

Da quanto un viaggio così non mi capitava? Da molto. Per molte, e buone, ragioni, ma da molto. 

Così sono partita, non avendo mai sognato di andare in Cina, mai neanche troppo pensato a questo smisurato paese, sapendo poco o nulla di dove andavo. 5 giorni in Cina, che volete che siano, per imparare o capire qualcosa? Niente, torno non sapendo uguale, ma con gli occhi pieni di Oriente, di colori sui palazzi che a noi non sono proprio venuti in mente, di religioni diverse, di odore di incenso nei templi, e di statue d'oro. Di cibi lontani, di edifici smisurati, di tante tante persone, in tanti tanti appartamenti, di tante tante vite così lontane dalla mia e al tempo stesso vicinissime, che la prima cosa di cui si parla con i colleghi sono gli asili e i parchi giochi, come si fa qui, come si fa, mi sembra di capire, dappertutto, tra mamme. 

Così, forse non ho imparato proprio tutto sulla Cina, ma sono tornata comunque con molte idee nuove. Tra le tante, la più semplice e forse scontata, è quell'idea di viaggio, di chilometri, di distanze smisurate, che passano sotto le ali, e che ti fanno atterrare in un mondo che è davvero diverso. Straordinariamente diverso. Forse non mi ero neanche resa conto mi mancasse, quell'idea. Ma è stato bellissimo ritrovarla.  

Altre idee confuse, ma raccolte all'altro capo del mondo, ve le lascio qui sotto. Viaggiare per lavoro ha sempre una sua dimensione particolare, il taxi pagato, il computer e gli adattatori nello zaino come generi di prima necessità. È decisamente un viaggiare diverso da quello che è il mio, ma si cresce e si matura, ci si arrangia, e si impara anche a ritagliare coriandoli di sé in un viaggio di lavoro, così, ecco i miei.

In senso orario, varie: ceramiche fuori di un negozietto negli hutong intorno al lago Houhai - una nuvola sofficissima sulle scale del Tempio del Paradiso - arrivando al Tempio del Paradiso (probabilmente dalla strada sbagliata) - ombrelli sul ponte Wanning, sempre tra gli hutong vicino al lago Houhai - il drago all'entrata della passeggiata turistica lungo il lago Houhai.

In senso orario, il cibo, importante fulcro di quasi tutto, tanto quanto, se non più che in Italia: il reparto delle salse di soja al supermercato più vicino all'hotel - un pranzo di lavoro a base di funghi - una cena con l'hotpot pechinese - una cena sociale improvvisata di oca e  pesce - una cena da sola (ma molto colorata) - un'anatra laccata in compagnia.

In senso orario, le architetture: il Tempio del Paradiso - i palazzi del quartiere Sanlitun la notte - la biblioteca scientifica nazionale (se era un viaggio di lavoro, bisognava pur lavorare, almeno un pochino) - sempre hutong intorno al lago Houhai - l'entrata del Palazzo dell'Astinenza - particolare del corridoio per i sacrifici, a fianco del Tempio del Paradiso.


In senso orario, la città: Arrivo particolarmente impressionante, soprattutto per chi parte dalla Svizzera verde e sceglie di vedere per l'ennesima volta "Matrix" durante il volo - particolare della mappa della metro visto dalla metro - la città vista dal silenzio del tempio taosita Dongyue - un draghetto simpatico - un pranzo di lavoro come da manuale, nella sala della conferenza - ancora la metro, la quale, gentilmente, ti dice in quale vagone stai per salire (se in uno dall'aria condizionata normale, o in uno dall'aria condizionata in modalità polare).

19 dicembre 2017

L'espatrio, a due anni.

L'esperienza di espatriato di un duenne italiano, nato in Olanda ma attualmente residente in Svizzera, deve essere, credo, ché io la vedo solo dal di fuori, assai peculiare.
Per esempio, un fatto banale come quello di avere l'influenza, in Inverno, si può trasformare in un attimo in una catena di eventi straordinari.
Poniamo, per esempio, che il duenne si ammali e che non possa quindi andare all'asilo. Poniamo che, proprio quel giorno, la madre abbia un colloquio di lavoro, e anche il padre non possa assentarsi dall'ufficio, per ragioni che vado tosto a spiegare.
Infatti, il mentore di dottorato della madre (olandese, il mentore, non la madre) è al momento ospite d'onore al dipartimento dove lavora il padre, in una prestigiosa università Svizzera.
Il mentore olandese non è però venuto da solo, ma accompagnato dalla moglie, anch'essa olandese, curiosa di visitare la Svizzera, la madre, il padre, ma soprattutto il duenne.
Ed così che la tediosa situazione del duenne ammalato, tediosa per noi ma soprattutto per lui, che è pure ammalato, viene salvata da un generoso colpo di mano della moglie del mentore, che si offre volontaria per restarsene a casa (nostra) invece di gironzolare per la città e per occuparsi del povero duenne, oltre che ammalato, a questo punto, probabilmente anche confuso dal via vai di persone, nazionalità e lingue che si avvicendano al suo capezzale.
Un lusso, sì, avere questa rete internazionale di nonni d'emergenza, ma quanta fatica!

Che poi, in questa fase di evoluzione linguistica del duenne in cui l'italiano e il francese sono un'unica grande lingua intercambiabile e confusa, un po' di olandese a movimentare le cose proprio ci voleva!
Da notare che in più il pargolo ha sempre sentito parlare tra di loro madre, padre, mentore e moglie, in inglese.
E così non ci siamo stupiti se alla partenza del mentore e della moglie, eroica babysitter d'emergenza, il duenne li ha salutati così: bye bye, nonno L. e nonna C.!

Piccolo dizionario T -> resto del mondo, utile in caso di babysitter. Scritto in inglese, qualsiasi cosa questo possa voler dire.

Disclaimer e nota per il futuro: raccontata così intuisco che l'avventura dell'internazionalità possa sembrare bellissima e istruttiva e capace di formare i giovani dinamici che popoleranno il mondo del futuro, ma vista dal punto di vista del genitore, e del povero duenne ammalato, vi assicuro che i nonni a portata di mano sono di gran lunga la soluzione migliore.

18 dicembre 2017

Orfana d'Accademia

Orfana d'Accademia, a volte mi ritrovo a pensare - com'è ovvio - di aver fatto la scelta sbagliata. Orfana d'Accademia, alla mia scrivania, ascolto gli altri schiacciare sui tasti dita d'impiegato. Ascolto la mia autonomia scivolare via.
Ascolto l'apparato di conoscenza che avevo costruito sgretolarsi, giorno dopo giorno, ora dopo ora, cadere nel vuoto, nel buio, tanto: non serve più.
Mi ascolto cercare di convincermi che in questi anni passati ho imparato anche un metodo, un approccio, un'attitudine, e queste cose le porterò sempre con me.
Mi affanno a pensare a cosa mi serva, quest'approccio, in questo nuovo lavoro.
 
Mi ascolto cercare di elencare quale sia, poi, questo sapere che si sta sgretolando.
Mi ascolto esitare, e, per la vergogna, sudare.
In fondo, è un conforto sapere che non mi verrà più richiesto di sapere nulla di quell'insieme di cose che avrei dovuto sapere.
Tutto è sparito in un lampo, alla firma del primo contratto fuori dall'Accademia.
Cercavo tutto questo, ma ora mi ritrovo orfana di quel sentimento di inadeguatezza che è stato mio fedele compagno per lunghi anni.

A volte, invece, penso che non è l'autonomia, a scivolare via, ma la solitudine, l'isolamento.
Che le persone mi vengono a cercare, perché so l'Oceanografia, e mi chiedono cose a riguardo alle quali so rispondere. 
Che va bene cercare di dimenticare i dettagli, ma la logica e il mare ormai fanno parte di me, e li porto ovunque, spando acqua salata e  rigore, e alcuni - non tutti, e guai se non fosse così! - lo apprezzano.
Penso che lavoro in una lingua straniera, tutti i giorni, scrivo, parlo, e non faccio più fatica.
Che lavoro con delle persone, lavoriamo insieme, e facciamo delle cose insieme, più grandi di noi.
Penso che prima, quello che facevo, l'hanno letto forse in 20, capito in 10, apprezzato in 4. 
Adesso è diverso, e mi fa respirare meglio.
E nessuno può giudicarmi per quello che io giudico importante, nessuno.

Penso che alle 17 esco dall'ufficio contenta, con la voglia di continuare l'indomani quello che ho interrotto, e l'ho interrotto perché nessuno si aspetta che io faccia più delle mie 8 ore fatte bene.
Penso che non mi è mai capitato di tornare a casa piangendo, da quando sono fuori dall'Accademia.

Esco dall'ufficio, spengo il computer e il lavoro, e accendo la "mamma", vado a prendere T. all'asilo, e sono con lui e basta, senza equazioni irrisolte, senza cose di cui dovrei avere il controllo fuori controllo.
E sono con Subirotamic, senza drammi e paturnie, ma con quattro risate.
Ho il tempo e le energie e la voglia di coltivare il mio nuovo villaggio, che è fatto incredibilmente di persone che pensano di restare dove sono. Poi la vita - chissà, ma qui ho trovato persone che non vivono nel mito di dover, in qualche modo, un giorno, tornare a "casa". Non vivono con la valigia in mano, perché dopo un discreto girovagare, hanno accettato che a questo punto della vita, "casa" è dove si è adesso, e può quindi essere anche qua, ovunque qua sia, e han messo su figli, famiglia, messo giù radici.
E questo aiuta anche me a trovare un equilibrio.
Ma richiede tempo, energie, appunto, e voglia.
E l'essere fuori dall'Accademia mi dà il lusso di avere tutto questo.
Di non essere sempre in gara con l'infinito.
Di aver tempo per giocare anche ad altro.

E oggi, in questo momento della vita, in questo luogo del Mondo, in questa situazione astrale di minuscola famiglia per lo più solitaria, penso non ci potrebbe essere soluzione migliore.

E sorrido, a bordo lago.
Orfana d'Accademia, non posso scrollarmi di dosso la mia vecchia pelle, e non voglio neanche farlo.
Magari un giorno ci ritorno, chissà.
Non me ne sono poi mica andata così lontana.
Ma per il momento, va bene così.

24 agosto 2017

Nostalgie

Da una settimana a questa parte, ho cominciato a lavorare a tempo pieno. È un cambiamento notevole, dopo quasi due anni da mamma a tempo pieno: T. Mi manca molto, a volte un dolore fisico, tra lo stomaco e il cuore, a pensarlo indaffarato con i compagni e le maestre, senza di me. Ma mi hanno assicurato che si diverte, e mi hanno detto che va bene così, che fa bene a tutti, e io, almeno per questo primo periodo, non posso che fidarmi.
Per riequilibrare l'universo, al secondo giorno di lavoro, ho scoperto di avere una collega originaria dell'Isola, della mia Isola precedente.
Così, se proprio ne ho bisogno, so che posso fare due chiacchiere di vento e di mare, per curare almeno una delle mie nostalgie.

15 agosto 2017

Ferragosto, o Festa dell'Assunzione

Ed eccoci arrivati a Ferragosto, ultimo giorno delle mie lunghe vacanze, o della mia lunga maternità, o della mia lunga disoccupazione, o del come si voglia chiamare questo periodo passato fuori dal mercato del lavoro, ma decisamente dentro alla mia vita.
Rientro nel mercato con entusiasmo, è innegabile, ma anche sospetto, per il mio primo lavoro "vero", come chiamiamo noi scienziati i lavori fuori dal mondo accademico - come se un phd o un postdoc succhianima non fosse da considerare lavoro, strani scherzi della lingua.
Dicevo, rientro nel mercato con entusiasmo, emozionata come al primo giorno di scuola, ma anche con i classici, terribili sensi di colpa, condivisi da quanto capisco da tutte le mamme lavoratrici. 
Ma T. cresce, ha voglia di parlare il Francese, cosa che non sono in grado di insegnargli, ha voglia di stare e giocare con i bibbi (bimbi), cosa che io - ahimè - non sono, e allora così mi giustifico, che sia arrivato anche per lui il momento di entrare in società a tempo pieno, con le sue maestre svizzero-brasiliane, il suo compagno d'asilo andorrano e quello giapponese, in quel crogiolo che è l'asilo dell'Università.
Gli ho fatto uno zainetto per andare a scuola, allora, per attutire un po' i sensi di colpa, e per portare da casa a scuola (e viceversa, per carità!) Tintin, compagno di mille avventure e di mille pisolini.
Non è molto, uno zainetto, in cambio di 45 ore a settimana. 
Però dai, è a forma di pesce!


 Buona scuola a T., buon lavoro a me, e buon Ferragosto a tutti!

12 luglio 2017

Sardegna, o di un'estate regalata.

C'è chi vuole la Luna, e chi riesce a prendersela (come quel tizio a Castelsardo, in mezzo alle foto).
E c'è anche qualcuno, fortunato, a cui la Luna viene regalata, inaspettatamente, in una settimana qualsiasi di inizio giugno.
Così, d'un tratto, mi son stati regalati: un lavoro (temporaneo, eh, ma da qualche parte si dovrà pure cominciare) con inizio a metà agosto, un posto all'asilo per l'erede, e, di conseguenza, due mesi di non-ricerca del lavoro.
Mi hanno regalato un'estate!

Così, per festeggiare, si è presa una nave e, a distanza di due anni, eccoci di nuovo in Sardegna! Questa volta in tre, ufficialmente.
Qui a bordo lago, mi mancavano il sale del mare, i fondali da esplorare con la maschera e le pinne, l'ozio pomeridiano delle pinete ombrose a bordo spiaggia, i tramonti tragici e scoscesi sulle onde.
Mi mancava quest'isola blu e ocra, con ancora qualche punto di verde, perché è ancora giugno e il Sole non ha ancora bruciato tutto.

Ma anche, come tutte le volte che si torna in un posto, quante cose nuove!
Un bimbo a cui mostrare come si nuota, un bimbo a cui mostrare come si gioca con la sabbia, come si cammina sulle conchiglie (in braccio), come si condivide un gioco, come si distingue l'acqua dalla terra.
Un'amica da andare a trovare a Cagliari, da ritrovare su una spiaggia di farina bianca, e da ritrovare ancora, ancora, e ancora, ogni volta che un po' di quella  sabbia finissima compare tra le pieghe della mia borsa, o fra i giochi di T..
Il Nord, che due anni fa non avevamo esplorato, che sembra una prua affilata, abituata a fendere il mare, odore di sale fin su sulle roccaforti, vento tagliente.

Così è passata la nostra settimana al mare, ci ha colorato la pelle, ci ha ricordato un po' la nostra vita sull'Isola, non per il clima, ma per le dimensioni del nostro bungalow. Ci ha presentato persone nuove, posti nuovi.
Ora, davanti a me, non più decine di email al giorno di improbabili annunci di lavoro, non più lettere di motivazione, non più letture sulle giuste risposte da dare ai colloqui.
Solo lago, monti, piscine ... e un neanche dueenne a casa per la pausa estiva.
Oops, volevo dire, e relax.
Da sinistra verso destra, dall'alto in basso: autoritratto su roccia e mare; Basilica di San Gavino a Porto Torres, dettaglio dello stemma del Giudicato; Subirotamic e T. in visita al villaggio nuragico di Palmavera; una delle Torri di Porto Ferro; uno che ha preso la Luna, a Castelsardo; spiaggia di Putzu Idu; San Gavino a cavallo, sempre nella Basilica a lui dedicata; la Torre del Porticciolo; la Torre  della Pelosa.



10 ottobre 2016

Minuscoli drammi quotidiani/41: L'equipollenza.

Nonostante la bellissima parola, "equipollenza", il concetto mi ha fatto letteralmente andare fuori dai gangheri, altro che minuscolo dramma.
Capita che io sia in cerca di un lavoro, e che sia di "larghe vedute" - o disperata, fate voi -, e che cerchi un po' ovunque, anche in patria.
Ed ecco aprirsi una buona possibilità, addirittura all'Università di Venezia!, per un posto da coordinatore/coordinatrice di progetti internazionali su tematiche ambientali/clima: perfetto. È fatta, farò domanda, penso ingenuamente. Vogliono un dottorato in materie inerenti, conoscenza inglese, cose così, ci siamo.
Comincio la domanda online sul sito dell'Università, e sembra tutto così facile, finché non mi imbatto nell'equipollenza.
Equipollenza del dottorato.
Mmmm.
"Se avete conseguito un dottorato all'estero, ci vuole l'equipollenza."
Boh, ma io ho conseguito il dottorato in Europa, in seno alla grande famiglia Europea in uno dei paesi più acclamati e invidiati - L'Ollandia!, vuoi che mi chiedano l'equipollenza, per di più per un posto da coordinatore internazionale? forse sarà per le Università extra-europee, penso ingenuamente. Scrivo alla segretaria che ci deve essere un errore, mi si risponde assolutamente no, si deve fare l'equipollenza.
E va bene, penso ingenuamente, faremo l'equipollenza. Dopo tutto, al mio congedo, la magnifica e prestigiosa e la "facciamo come" Università di Utrecht mi ha spedito a casa con tre bei documenti attestanti il mio dottorato: in Olandese, in Inglese, e pure in Latino. Non sarà difficile dimostrare il mio dottorato a una commissione italiana, mal che vada posso passare per il Vaticano e il suo amore per le lingue morte, no?
No.
Vi risparmio i dettagli, sottolineando solo alcuni fra i certificati più bizzarri, oltre alla solita modulistica varia e banali copie di documenti di identità, richiesti per la procedura di equipollenza (fonte ministeriale qui):

- copia autentica del titolo di studio estero tradotto e legalizzato, con allegata dichiarazione di valore;

Dove per "tradotto" si intende "tradotto in Italiano" da un traduttore ufficiale (a pagamento), o dall'ambasciata olandese in Italia, o dall'ambasciata italiana in Olanda. 
Facile, per uno che vive in Svizzera.

Ah, e dove "legalizzato" si intende, boh, credo sia un timbro,  ma in ogni caso bisogna farlo "prima che venga richiesto alla competente autorità diplomatica italiana di emettere, sul titolo stesso, la Dichiarazione di valore in loco".  
Mah.
Ma tranquilli, non si deve legalizzare, ma solo "apporre una postilla" (= semplicemente un altro tipo di timbro, ma si capisce solo alcuni paragrafi più tardi) in caso il paese rilasciante abbia firmato la mitica "Convenzione dell'Aia del 5 ottobre 1961". 
Ottimo, penso io. La convenzione dell'Aia, l'avrà firmata l'Olanda, no?
Almeno questa sì, l'ha firmata, ma non avendo firmato la Convenzione Europea di Bruxelles del 1965, tutta la procedura è comunque a pagamento.
Resto basita.
La dichiarazione di valore, invece, è "comodamente" rilasciata dall'ambasciata italiana in Olanda. Sempre facilissima da ottenere, per chi come me abita in un terzo paese.

- copia autentica tradotta e legalizzata, con allegata dichiarazione di valore, del piano degli studi compiuti, esami superati e relativa votazione; tale certificazione deve essere rilasciata dall'Università.

Mi fa piacere, ma non so se si sono accorti che non in tutti i paesi, anzi, nella stragrande maggioranza dei paesi, europei e non, durante il dottorato NON si fanno esami, NON si ha un piano di studi, ma si fa SOLO ricerca.
E a volte, udite udite, non c'è nemmeno un'Università di mezzo, ma solo un istituto di ricerca.
Idem come sopra, poi, per traduzioni e legalizzazioni. 

Ecco. 
Come potete ben immaginare, la domanda per quel posto non sono riuscita a farla, e, come me, immagino molti altri, che ormai vivono altrove, scappando di contratto in contratto da un paese all'altro.
Penso ai vantaggi dell'Europa, che almeno - almeno - avrebbe dovuto facilitare questo tipo di cose.
Penso al mio portafoglio grande e pesante, perché qui in Svizzera, fuori dall'Europa, devo portarmi in giro un vistoso permesso di soggiorno.
Ma l'equipollenza del mio dottorato non me l'ha chiesta nessuno, e si rivolgono a me come "dottoressa".

E allora oggi, purtroppo, preferisco la mia borsetta un po' più pesante all'equipollenza, nonostante il suo suono melodioso e un po' fiabesco.

09 settembre 2016

Intanto.

Non scrivo molto qui, di questi tempi, e me ne scuso, con voi, sì, un pochino, ma soprattutto con me, che scrivere mi fa bene e farei meglio a ritagliarmi un po' più di tempo per questa sana attività.
Ho la scusa pronta: ultimamente c'è sempre qualcos'altro da fare!
Un diecimesenne che si è messo a gattonare per la casa, e a ridere e a ballare e a farmi divertire.
Un lavoro da trovare, un appartamento da cercare, un posto, anche un'ora, in un asilo, che in questa città sembra più raro dell'oro (miglior riposta finora: signora, ci chiami di nuovo ad AGOSTO 2017, ma non credo avremo posto neanche il prossimo anno...???).
Una lingua nuova da imparare, dei lavori vecchi, da scienziata, da finire.
Dovrei imparare a  sfruttare meglio il mio tempo, tra un pisolino del diecimesenne e l'altro, le pappe da preparare, le spese da fare. 
Credo però di star migliorando, e voglio migliorare, su questo frangente. Promesso.

Intanto, per non rimanere con la penna ferma, mi sono improvvisata traduttrice dall'inglese all'italiano di alcuni articoletti scientifici per ragazzi.
Per chi fosse interessato, gli articoletti, che trovate qui, parlano delle ultime novità nel campo delle Scienze della Terra, Oceanografia e Meteorologia. 
Ideali, a mio parere, per tutti i ragazzi curiosi, o per insegnanti e genitori che vogliono proporre qualcosa di attuale e interessante.
Pian pianino tutti gli articoli vengono tradotti dall'inglese nelle svariate lingue europee, in modo da raggiungere un pubblico sempre più vasto.
Io mi fregio di fare la mia parte, imparo, e mi diverto.

Intanto, per la Scienza, va bene così. 
Per attività più impegnative e postdottorali varie, sarò venale, ma preferirei essere pagata.

08 gennaio 2016

Video d'Aprile (e non è uno scherzo).

Per chi, non pago dei miei dettagliati diari di bordo, volesse vedersi addirittura un video su cosa succede, più o meno, quando vi scrivo dal bel mezzo dell'Oceano, ecco il video che chi di dovere ha messo in piedi, sulla crociera d'Aprile scorso. Buona visione!




15 dicembre 2015

Annuntio vobis gaudium magnum: habemus tesi!

Ecco, dopo un incalcolabile numero di anni su quest'Isola, di mare, di onde, di Scienza infusa e profusa, finalmente la mia tesi di dottorato non solo è finita, ma è pure arrivata, fresca di stampa, ed è pronta per i migliori scaffali di tutta Europa.
In stile squisitamente olandese: stampa professionale, grafica di copertina elegante (questo, ovviamente, non in stile olandese), cento copie da appioppare in giro, a amici, parenti, e possibili futuri datori di lavoro, che non si sa mai.
 
Tesi, tesi, tesi.

Uno dei migliori scaffali di tutta Europa (il mio), la tesi, e Rossella.

È buffo pensare che il mio primo libro, il mio primo ISBN, sia scritto in una lingua che conosco appena, e tratti di un argomento che, in questi anni, ho imparato a sapere di non sapere. C'est la vie!
Magari con il prossimo andrà meglio.

16 aprile 2015

Day 12: Ritorno all'Isola

Eccoci a casa! Per me, tempo di copiare dati da hard disk a hard disk, scrivere il resoconto scientifico della crociera appena conclusa, capire cosa diavolo abbiamo fatto. Per voi invece, come da gentile tradizione, un paio di cartoline dall'Atlantico e dalla sua dorsale, mozzafiato in ogni caso, bagnata o asciutta che sia.
Partiti!

Gli oggetti raccolti dall'Oceano non sono mai soli.

A prua, con il bel tempo e l'Atlantico.

Più in mezzo di così (io sono il pallino rosso).

Scaricare i dati, la notte, in sicurezza.

Alba, risveglio nostro e degli strumenti.

Ultimo tramonto Atlantico.

Dalla sede dell'Università di Horta, isola di Faial.

Pelagia, ormeggiata sull'isola di Faial. Sullo sfondo, l'isola di Pico.

Faial, Pico, e la minuscola Pelagia che riesce verso l'Atlantico, senza di noi.

Horta, Peter café, dove tutte (o quasi) le barche che attraversano l'Atlantico lasciano qualcosa

Graffiti a Porto Pim.

Sorvolando l'Atlantico, verso est, verso casa.



Day 11: Il lungo viaggio

Domenica notte abbiamo fatto la nostra ultima misura, da quel momento abbiamo iniziato il nostro viaggio verso casa. Per mare, per terra, per aria. È mercoledì sera, e ancora non ce l'abbiamo fatta. Sono a Lisbona da qualche ora, il tempo di andare dall'aeroporto al centro, vedere la piazza aperta sul fiume, il ponte, i tram, mangiare un dolcino, prendere un temporale con un cielo così viola da non crederci. Ed ora, eccomi di nuovo ad un gate, per l'ultimo volo. Non che poi sia arrivata, per carità, mancano ancora una notte in albergo, svariati altri treni e mezzi di trasporto, per raggiungere finalmente l'Isola, ma almeno atterrerò nel Paese giusto, che non è poco, essendo partita da un puntino in mezzo all'Atlantico, e avendo toccato con mano quanto grande sia, in realtà, questo nostro mondo.

15 aprile 2015

Day 10: Faial

Oggi colazione ancora in navigazione, poi il sorgere del sole tra i vulcani che spuntano dall'Oceano, le cime della dorsale medio atlantica che finalmente affiorano, respirano, si asciugano le ossa.
E poi il porto, che sensazione arrivare in porto, che sia passato un giorno, o ne siano passati 10 o 30, non importa. Terra, il molo, le persone che aiutano all'ormeggio, la passerella che cala, la fila dal capitano per riprendersi il passaporto e scendere. Per andare dove? Non importa: alberi, villaggi, sentieri in salita, caldere, spiagge di lava sulle quali dormire, scintillio di mare da godersi da una scogliera. Terra. Non importa che sia solo un puntino asciutto nel bel mezzo dell'Oceano, questo Faial. Domani ci preoccuperemo della metà di Oceano che ci manca da attraversare. Ma lo faremo domani, appunto. Oggi, questa è la nostra Terra.

13 aprile 2015

Day 9: Souvenir dagli abissi

Ieri notte abbiamo fatto l'ultima misura della crociera, intorno a
mezzanotte. Abbiamo srotolato il nostro cavo con strumenti fino a 2583
m di profondità, misurando temperatura, salinità, quantità di
ossigeno, e turbidità dell'acqua che attraversavamo. Quando finalmente
abbiamo riarrotolato tutto, e riportato gli strumenti a bordo, abbiamo
ripescato anche il nostro souvenir dagli abissi.
Avete presente quei bicchieri termici per il caffè, di una specie di
polistirolo espanso? Gli allegri scienziati, con i pennarelli, hanno
tutti decorato il proprio bicchierino, con colori, scritte, nomi dei
figli, disegni di strumenti, e chi più ne ha più ne metta.
Io ho disegnato un arcobaleno, dato che le nostre misure le abbiamo
fatte intorno al camino idrotermale chiamato Rainbow. Anzi due, dato
che i colori erano belli, e il bicchiere grande. E poi il mare, sotto,
a sorreggerli.
Ecco, presi questi bicchieri, li abbiamo messi in una federa di
cuscino (bizzarro) e attaccati saldamente alla nostra strumentazione.
E poi gli abbiamo fatto fare un giro a 2583 m di profondità.
Sono venuti fuori piccini piccini, diciamo un terzo della loro
grandezza originale, con i colori brillanti e compressi anche loro: la
pressione degli abissi ha dato loro una nuova forma.
Due piccoli arcobaleni usciti dall'abisso verso le stelle di mezzanotte.
È una bella immagine, con la quale accompagnare questo ultimo giorno
di passaggio, di navigazione tra i delfini, che ci porterà a terra.

12 aprile 2015

Day 8: Domenica!

È difficile tenere conto dei giorni che passano, su una nave. Le giornate si susseguono tutte con lo stesso ritmo, da quando ci si alza per lavorare a quando ci si corica, per cadere addormentati nell'Oceano, non importa che ora sia.
Pranzo e cena sono annunciati da un allegro campanello, il resto sono turni di guardia per monitorare gli strumenti, intrecci di cavi per scaricare i dati dagli strumenti ai computer, chilometri di cavi che si srotolano nel mare, su e giù, carrucole che girano, radio che gracchiano.
Ma oggi è domenica, lo so! C'è stato un dolce a mezza mattina, con il caffè, un pranzo abbondante e addirittura alle 16 avremo la proiezione in anteprima dei video catturati in quest'anno passato a 2500 m di profondità, accompagnata da del buon Porto e formaggi.
Una specie di pizza e cinema domenicale, solo senza pizza e senza cinema, ma con tanta, tanta acqua intorno...

Day 7: Allarmi

Su una nave, una giornata che inizia con un allarme antincendio alle 5 del mattino non può per definizione andare per il verso giusto. Ma tranquilli non mi ha svegliato nel cuore della notte, ero già sveglia a mezzanotte, poi alle 2:30, poi alle 4:45 per problemi vari alla strumentazione che stavamo usando.
Quindi insomma, l'allarme non mi ha sorpresa per nulla. Che poi ad ogni modo alle 6 e un quarto c'è stato un altro problema quindi la notte e passata veloce.
Il giorno invece, un'agonia davanti al computer per cercare di risolvere un problema che tutt'ora non si è risolto, e che probabilmente si ripercuoterà nelle misure future. Bene, no? Dovremmo accettare che la ricerca è fatta anche di questo, purtroppo però non è un'opzione nel contratto, qualcosa bisogna cavar fuori. E lo si farà, ma non adesso, adesso è arrivata finalmente l'ora della nanna. Buonanotte Oceano.

10 aprile 2015

Day 6: La pesca miracolosa

Le previsioni non sono buone, a partire da stasera, ma per adesso il mare è calmo, poche nuvole in cielo, il resto è azzurro. Il sole picchia, e scalda la pelle dopo un inverno lungo lungo, e nonostante il vento stia cominciando a salire, ci si sente coccolati dall'estate dall'estate. Perché non mettersi a pescare allora? Al momento la situazione a bordo è questa. L'oggetto che doveva salire in superficie ieri è più o meno sotto di noi, fermo a 850 m di profondità. Quattro persone in gommone girano intorno alla nave e costantemente monitorano la sua posizione. Noi intanto abbiamo calato a circa 850 m una struttura dotata di 2 telecamere e potenti fasci di luce per cercare di vedere l'oggetto. Alla struttura sono attaccate 4 grosse ancora arrugginite, che, in caso di avvistamento fortunato, cercheremo di far incastrare nell'oggetto, per tirarlo su.
Una pesca singolare, in effetti.
Vi farò sapere come va.

P.S. sì, nel post di ieri le ore erano 8 e non 40. Scusate l'inesattezza, sarà il fuso orario...zzz

09 aprile 2015

Day 5: Oggetto quasi [cit]

Ormai sono cose che capitano, mi era successo altre volte, in navigazione, ma fa sempre un certo che.
Oggi abbiamo richiamato dal fondo degli abissi una struttura che avevamo messo lì a misurare varie cose; questo succedeva stamattina.
Ora, per qualche oscura ragione, invece di salire in superficie come dovrebbe, questo oggetto sta venendo su pian pianino, 5 metri al minuto, circa, per 2500 metri fanno 2500 minuti, fanno circa 40 ore..speriamo ce la faccia, e magari si liberi di quel peso che lo rallenta, e che si spicci.
Così, continuando con il nostro programma di attività, per tutto il giorno abbiamo dato un'occhiata in giro, per vedere se per caso era lì, a farci una sorpresa.
Ad un tratto: qualcosa! Sembra un palo, del metallo, è lui? Ci avviciniamo piano..all'oggetto quasi. Lo peschiamo. In mezzo a tutta la vastità dell'Atlantico, siamo incappati in un palo con galleggiante e contrappeso. Un riflettore di metallo sulla punta, un sacco di molluschi ad abitarci intorno.
Ma non è l'oggetto giusto. Chi cerca trova, dicono, ed è verissimo anche nel bel mezzo dell'immensità del mare.
Solo che a volte si trova sbagliato, oppure, si trova quasi.

08 aprile 2015

Day 4: A volte va così

Non dovrei scrivere ora, sono un po' arrabbiata, per cui scriverò poco, giusto per tener fede al diario, e raccontare. Oggi abbiamo recuperato da 2300 m di profondità della strumentazione che avevamo lasciato qui un anno fa. Di 5 strumenti attaccati ad un cavo, uno, uno soltanto, non ha funzionato. Semplicemente, per una ragione o per l'altra, non ha neppure iniziato a misurare qualcosa. 4/5 non è un cattivo risultato, ma ovviamente quell'unico strumento a non funzionare è quello che avrebbe dato i risultati più interessanti, era il più nuovo, e il più costoso. Tutte ragioni, in fondo, per non funzionare al primo tentativo, ma ci speravamo. Lo possiamo rimettere in acqua nei prossimi giorni, questa volta magari funzionerà. Fra un anno io sarò lontana, e questi dati non credo li vedrò. Va così, a volte, non tutto va bene. Chi non fa non sbaglia, etc etc, solo che adesso si può essere solo arrabbiati, anche se non si sa con chi. E allora sono venuta al mio posto, dietro il container blu, a guardare il tramonto e il mare calmo, per riconciliarmi con l'Oceano, dato che oggi, con il sole arancio e l'onda leggera, si può.

Day 3: Rumori di transito

Ci sono 400 miglia dall'isola da cui siamo partiti al punto esatto in mezzo a questo mare grande dove dobbiamo arrivare. Questo significa circa 45 ore di navigazione, in cui si impara a conoscere la nave, l'equipaggio, gli altri scienziati saliti a bordo di questa spedizione, lingue diverse, italiano, portoghese, olandese, ci si abitua agli orari dei pasti e all'ondeggiare del mare.
Si ripassa il funzionamento degli strumenti che inizieremo ad usare domani mattina.
Purtroppo, troppa onda e troppo vento ci hanno impedito fin ora di abituarci a guardare il mare, e il suo orizzonte: siamo sempre al chiuso, protetti da pareti di ferro, esco solo al tramonto. Del mare, si sente il rumore però, soprattutto nella quiete della notte, quando sembra che più forte venga a sbatterci contro, e insieme a tutti gli scricchiolii della cabina, l'ondeggiare delle tende, lo sbatacchiare di metallo e il rumore del motore,  si aggiunge al concerto della fase di transito, quando la meta è ancora lontana, e semplicemente, con la nave, si va.
Ogni tanto qualche rumore più forte: un'onda diversa, oppure, uno schermo di computer che non era stato fissato per bene, e si sbriciola schiantandosi sul pavimento. È strano, cose tanto diverse, hanno rumori quasi indistinguibili, nel mezzo dell'oceano.