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16 novembre 2017

Buon San Martino (un poco in ritardo).

È con spettacolare grazia che anche quest'anno, nonostante T. e i suoi due anni e i suoi amichetti vestiti da scheletrini e il mondo che ci è intorno, sono riuscita ad evitare qualsiasi festeggiamento per Halloween. 
Ma una festa con gli amici, la cioccolata, i dolci e l'allegria di una casa calda mentre fuori infuria la bufera sono riuscita ad organizzarla lo stesso, per celebrare quest'autunno inoltrato.

Perché noi Veneziani abbiamo San Martino, e non ce lo toglie nessuno, neppure l'espatrio.

Le fasi del San Martino.
E l'immancabile, attesissimo, esercito di ritagli.

20 agosto 2015

Due o tre cose che mi hanno raccontato della Svezia

In questi tempi d'estate e di ferie, amici da tutto il mondo piovono sull'Isola, chi per omaggiare la pancia che cresce, chi per spezzare un viaggio altrimenti troppo lungo, chi per curiosare sull'Isola, e magari trovarci un tesoro.

B&L, Italiani espatriati nel nord della Svezia, sono passati di qui in piena migrazione agostana di rientro in patria.
Così mi sono fatta raccontare un pochino di questa Svezia, in cui non sono mai stata, ma i cui paesaggi di ghiaccio, i boschi, le aurore boreali, e il buio croccante d'Inverno, devo dire, mi affascinano, nonostante a volte io viva già troppo a Nord per i miei gusti.

Dunque, paesaggi invernali eterei e silenzi innevati: confermato.
Freddo di un freddo che non ci si immagina: confermato.
Aurore boreali viste dalla finestra di casa: confermato.

Però.
In Svezia adorano una torta salata, la Smörgåstårta, ornata di gamberetti, che contiene tutto. E quando si dice tutto, è proprio TUTTO, a quanto pare.
Gli Svedesi, poi, annuiscono con un fischio aspirato. Il che perplime parecchio: se l'aria da aspirare è a venti gradi sotto zero, meglio dire di no.
Inoltre, sono ghiotti di mayonese all'aglio (cosa che li accomuna non poco con gli Olandesi), e la mettono ovunque.
A Natale fanno i biscotti con lo zafferano, perché le altre spezie da biscotti le usano tutto il resto dell'anno.
Si nutrono prevalentemente di pane secco, tipo cracker, e il pane fresco è una rarità.
Considerando quel che si paga e quel che si mangia, andare al ristorante in Svezia è una mezza tragedia, sempre (e anche qui vedo dei vertiginosi punti di incontro con l'Olanda).
Uno dei motivi di questa mezza tragedia, è l'esistenza della pizza con pomodoro, mozzarella, BANANE e CURRY.
Ecco io, dopo questa, mi fermerei a riflettere un poco, così, in silenzio, sulla tanto proclamata civiltà dei popoli nordici.

Poi però.
Ci hanno portato un miele, da lassù, così bianco e soffice da sembrare neve, e la neve vera, invece, a quanto pare, nel mezzo dell'inverno, è così leggera che si può, semplicemente, soffiare via, dalla strada, dall'auto, dal manto di un alce di passaggio.

Insomma, la voglia di camminare imbacuccata di lana tra abeti e betulle non me l'hanno fatta passare del tutto, nonostante la pizza banane e curry, anzi.
Mi è venuta una specie di curiosità, che magari quando ci vado, in Svezia, quasi quasi la provo.
Non mancherò di farvi sapere come va.

11 novembre 2014

Visite!

Guardate un po' chi ha bussato alla mia porta questa mattina, direttamente da Venezia e con mezzo mantello nonostante il freddo che fa già qui sull'Isola? 



Abbiamo fatto colazione insieme.
Buon San Martino a tutti!

19 settembre 2013

Minuscoli drammi quotidiani/12: La cena.

Avvertenza: in questo post riuscirò a lamentarmi di una cosa della quale non è davvero consentito lamentarsi, ovvero una cena offerta in un palazzo d'epoca, in un viaggio (di lavoro) tutto pagato (dal Re di Norvegia).
Eppure ce la farò, a farne un minuscolo dramma. Gli animi sensibili non me l'abbiano a male.
Anzi, forse proprio gli animi sensibili saranno invece quelli che più mi dimostreranno solidarietà, dopo aver qui di seguito listato il menù della pomposa cena offertaci nella prestigiosa Sala della Stufa dell'Accademia Norvegese delle Scienze e delle Lettere.

Interni dell'Accademia, fotocredits: dnva.no.
Dunque, abbiamo iniziato con numero 5 asparagi verdi appena scottati (= completamente crudi) e insapori annaffiati con una "salsa olandese" la cui unica caratteristica organolettica era il colore giallo, a così simboleggiare con un'allegoria sottile le uova che teoricamente avrebbe dovuto contenere. Questo l'antipasto. Piatto principale: fagiolini verdi appena scottati (= completamente crudi), alcune patatine novelle bollite, dei finferli in umido (per i non vegetariani: pezzettino di carne al forno, pare).
Il tutto non condito né condibile, credo il sale non sia ancora arrivato così a Nord.

La cena, ovviamente senza pane e accompagnata da un bicchiere di succo di mela frizzante, si è poi conclusa in bellezza con un boccone di mousse al cioccolato.

Signori e signori, questo è tutto. 
Son già le otto è mezza, prego, liberate il prestigioso tavolo e accomodatevi nella prestigiosa sala adiacente dove verrà tosto servito il caffè (che qui dobbiamo pulire, che è tardi).

Come prevedibile, dopo il magro paninetto con brie e fragola (sì, fragola, e pure singolare) del pranzo, e questa generosa cena a base di verdura, per così dire, croccante, avevo ancora fame, ma non ho potuto far altro che attendere paziente la colazione della mattina successiva, dove, fra il salmone a vari gradi di affumicatura, il formaggio marrone dolciastro, e la papaya dell'Ecuador, luccicava pronta e fumante la macchina per i waffel, ancora di salvezza per noi sudeuropei momentaneamente naufragati nella cultura culinaria Norvegese. 

Se per pubblicizzare del cibo un popolo disegna un tovagliolo arrotolato in un piatto, a questo popolo è chiaramente sfuggito qualcosa...

02 maggio 2013

Henné, riflessi e sostanza, ovvero: del pomeriggio ritrovato.

Se avete un pomeriggio da perdere, o meglio, da ritrovare, consiglio al mondo una sessione di henné.
La sera prima preparate il papocchio, più verde se poi avete voglia di concedervi dei riflessi ramati, più scuro se quel che siete pronte a concedetrvi sono i riflessi e basta.
Beh, riflessi e sostanza, che son poi i punti di forza dell'henné millenario.

Papocchio I
Papocchio II
Dunque, si diceva, che quel pomeriggio che volete ritrovare, dovete procurarvi un complice. Anzi, una complice, che se è pure vero che anche gli uomini usavano l'henné millenario per tingere e rinvigorire barba e baffi, questo, si sa, è soprattutto affare di donne, un po' perché, in genere, abbiamo più materiale da trattare, e intendo capelli ohibò, non barba e baffi, e in più perché, io credo, siam di gran lunga più abili a goderci cerimonie come questa.

Dopo esservi lavate i capelli, insieme alla vostra complice, dovrete applicare il papocchio omogeneamente su tutti i capelli, l'una all'altra, stando attente a non tingere mani, avambracci, lavandino e quant'altro con l'indelebile henné millenario (guanti, guanti a volontà!).
Avvolgendo poi le teste in del cellophane e in delle cuffie posticce, vi accorgerete che il papocchio, mosso dalla gravità che tutto puote, colerà incessantemente per tutta la durata della posa (dalle due alle tre ore, che son lunghe), lento, inesorabile, a rigarvi fronte, orecchie, collo, spalle e quant'altro troverà fra lui e il pavimento.
E' a questo punto che scoprirete che il trucco è avvicinare quanto più possibile il pavimento alla testa, per evitare danni collaterli, e vi riapproprierete quindi del vostro pomeriggio, immobili, distese su di un cartone per sporcare il meno possibile, potrete tranquillamente conversare fino allo sfinimento, ascolatare musica, cantare, capire cose, scoprire mondi, raccontare storie e ascoltarne di nuove, e godere, insomma, di quella cerimonia che vi spetta.

A tempo debito, sciacquate e spazzolate.
E sfoggiate pure con orgoglio i nuovi riflessi sulla vostra testa, e le nuove riflessioni dentro, che ho l'impressione che, nel lungo tempo di posa, un po' di papocchio entri in circolo, e porti con sé, con la lentezza di un rito, un pizzico di saggezza millenaria di tutte quelle donne che, prima di noi, hanno ritrovato un loro pomeriggio.

Due riflessi, due sostanze, due pomeriggi ritrovati.


11 novembre 2012

Sint Maarten!

Il duomo di Utrecht, che nel 1674 una tromba d'aria ha diviso in due, chiesa di qua e torre campanaria di là, è dedicato proprio a questo santo, il quale, si intuisce ora, non era quindi abituato a spezzare soltanto mantelli...

Noi, invece, si spezza pasta frolla, come da gentile tradizione!


Notare il galoppo lanciato dei cavalli, dovuto alle ridotte dimensioni del forno  utilizzato...

Buon San Martino a tutti!

01 febbraio 2012

Buon Anno!

Buon inizio 2012 a tutti, signore e signori. 
Con un mesetto di ritardo, ma ce l'ho fatta anche io a riprendere (quasi) tutte le fila della mia vita olandese.
Un mese di ritardo, sì, ma son giustificata!
Aspettavo, per un buon post inaugural-celebrativo, una sera d'inverno. Non potevo scrivere di buoni propositi, di futuri, senza il rumore del vento, il freddo cristallo che  ti ghiaccia la punta del naso. Non potevo proprio scrivere nulla senza aver prima pedalato nella neve croccante, quella che fa quel rumore, sotto le ruote, quel rumore che è come il rumore del silenzio, di un'isola tutta raccolta intorno alle luci calde dei salotti, al di là del vetro. 
Un'isola sulla quale hai la netta sensazione che tu sia l'unico essere ciclante ad andarsene a zonzo, ed è buio, e c'è il vento, e alla fine te lo chiedi pure tu perché mai tu sia da questa parte, di quei vetri.
Ieri è  stato tutto questo.
Quindi oggi, che son dalla parte giusta, da quella calda, posso finalmente inaugurare il mio personale anno bloggeristico: via!
Stagione strana nel suo complesso, in ogni caso, questa: a dicembre me ne sono migrata a Sud, in un altro Stato, ed è stato l'estate che non è stata. 
Poi il ritorno in Patria, senza neve, dove il Natale era l'unica traccia d'Inverno. Qui in Isola, fino a ieri, era così caldo che la mia salvia e il mio prezzemolo, che usualmente razzolano all'aperto davanti alla porta, ancora avevano foglie rigogliose e non accennavano a nessun letargo stagionale.
Insomma, questo gelo stordisce, ma rincuora.
Magari metterà in ordine le troppe idee che si son accumulate  fino ad ora: una Cuba che è ormai distante, ma che non dimentico, viaggi, persone nuove, vecchi amici e colleghi ipotetici, mari blu a sovrapporsi a sciate  sulla neve finta e sull'asfalto. 
Finalmente è arrivato il tempo di poltrona e coperta, per far sedimentare il caos, per raccogliere storie e per raccontarle.

Proposito uno, quindi, per quest'anno ancora giovanissimo: scrivere di più, scrivere meglio. Stavolta gli altri li mantengo in forma privata, che a non tutti interessano le mie personali paturnie. 
A tutti auguro invece un buonissimo anno bisestile, gentile pubblico, che poi, gli auguri di buon anno fatti il primo di Febbraio son più preziosi, e chissà, magari valgono di più.


09 giugno 2011

Dell'eterno dualismo autoctono VS turista

Vivendo qui da ormai quasi due anni, mi sorprendo a volte in alcuni pensieri e comportamenti ai miei occhi degni di una picciola riflessione.
Come quando, per esempio, sento parlare italiano in traghetto, e mi precipito emozionatissima a seguire i malcapitati connazionali, salvo poi realizzare che, 1) non ho niente da dire, 2) le loro facce non mi ispirano simpatia neppure a queste latitudini, 3) l'ultima cosa che ho voglia di fare dopo otto ore di ufficio è raccontare per l'ennesima volta cosa ci faccio qui o se mi piace o meno viverci.
Per fortuna, a questo punto, non ho ancora aperto bocca; individuo allora la prima panchina al sole e sottovento, mi ci seggo, e mi autocompiaccio del mio autocontrollo.
Perfidamente poi, assaporo il momento in cui gli ignari attori di questo mio personale cortometraggio, perderanno il treno per la capitale, perché il bus dal traghetto arriva troppo tardi per fare il biglietto, o per una seppur minima (e accettabile e normale dal punto di vista del disgraziato turista) esitazione.
Infatti eccoli là, a sfilare con espressione smarrita al di là del mio finsetrino. Io dentro, loro fuori.
Credo di averlo non so come ereditato dai miei insigni natali veneziani, questo malevolo gusto nell'eterna contrapposizione dell'autoctono contro il turista.
Come sappiamo far perdere il viandante noi, tra calli e campielli, non lo sa fare nessuno.
Vero è che sappiamo anche scioglierli, quei nodi di strade che abbiamo intrecciato sulla mappa.
E con queste piccole cortesie, ci guadagniamo il sorriso dell'ignaro e sperduto turista.
Gran Signori sì, e con stile.

01 aprile 2011

1 April, kikker in je bil

Fish abundance: balancing the equation
Prof. Dr. Gunther Lachsmann
Institute of Coastal and Aquaculture Technology, Saaremaa (CATS), ET

Fish, the first known true chordates, have a long evolutionary history. Early jawless fish started diversifying during the middle Silurian period, but during the Devonian – sometimes referred to as the “Age of Fishes” - the variety of fish boomed. Towards the end of the Devonian the first tetrapods had evolved, an important intermediate step in the evolutionary transition from fish to terrestrial animals. This transition has lead to a slow but significant decrease of the fish population. Predation by other fish, as well as by marine mammals and birds, further decimates the fish population. In addition to the natural sinks, anthropogenic factors such as fisheries, pollution and domestic felines, aggravate the dramatic decline (well-known inversed “hockey stick”; Jungfrau, 1989). Reproduction, which occurs in species-specific locations, is the only significant source of fish known to date. A new infrared satellite tracking system has given us the opportunity to locate and quantify the sources of 23 different fish species over 3 years. Several fish communities were found to congregate in ocean gyre centres, due to the convergence of ocean currents, forming so-called “love pools”. Still, production rates in these coupling hotspots derived from the Pesci-Terminatov law, are still too low to sustain current levels of fish. The main question addressed in this talk will be: With more sinks than sources of fish identified, how come healthy fish populations are still widely observed in oceans and lakes?



*** Abstract realizzato in collaborazione con J.U. e S.G.


04 febbraio 2011

giorno 14 - Superstizioni subacquee

A proposito di cime impigliate nelle eliche ed altre magagne, non si
poteva far altro che cominciare a parlare di usanze e tradizioni per
allontanare il malocchio, soprattutto da una nave.
Così vengo a sapere che in una zona dell'Indonesia le donne non vengono
accettate a bordo se non ricoperte di sangue di gallo. Inoltre, è fatto
loro assoluto divieto di lavarsi per tutta la durata della navigazione.
Questa costrizione è probabilmente nata, in realtà, proprio per la tutela
della donna a bordo, che, puzzolente e sporca, risultava così poco
appetibile perfino ai marinai, e poteva starsene in pace, gironzolando fra
un'isola e l'altra.
Metodo involuto, ma efficace, forse.
Prima di imbarcarsi sul Meteor, noi non si è fatto nessuno di questi riti.
Sarà per questo che la corda si è impigliata nell'elica e il maltempo
delle colline greche ha bloccato per ore nel traffico i sommozzatori in
arrivo da oltre Corinto?
Quando sono finalmente arrivati sotto le alte mure della nave, con la loro
barchina bianca tanto Grecia, con ben cinque ore di ritardo da quanto
avevano promesso ieri sera, hanno effettivamente fatto presto, e in due
minuti hanno portato in superficie il cordame e il pezzo di alluminio
ritorto che ornavano la nostra elica.
Però potevano risparmiarselo il sorriso splendido e la battuta: "Look, we
are fast! Pum pum!".
Superstizione indonesiana, o faccia di bronzo greca che sia, in ogni caso
arti sconosciute agli olandesi. Dire o richiedere cose assolutamente
irrazionali e fuori luogo non fa parte della corona di qualità
dell'efficientissima Olanda.
E magari, per questa volta, apprezziamoli e laciamoli in pace, che almeno
ci sian loro a mettere un po' d'ordine in questo caos.
Ora tocchiamo ferro per il recupero dell'ultima boa, prima del tramonto, e
poi: Malta!

28 gennaio 2011

giorno 06 - Lode e biasimo di chi non impreca davanti a una cima impigliata

Nel titolo c'è già tutto. Questi nostri due giovani tecnici dell'istituto,
"marine technology", recita la targhetta sulla tasca della loro tuta blu
da lavoro... Bravissimi, coordinatissimi, efficientissimi, calano nel
mare, o recuperano, tonnellate di ferro, srotolano chilometri di fune di
acciaio, o di qualsiasi altro materiale, correntometri, strumentaglia
varia, boe, boine, boette, galleggianti multicolori, bandierine e sfere di
vetro. Qualsiasi cosa tu passi loro, te la mettono in acqua, carrucolando
un po' qui e un po' lì, legando, sciogliendo, e stac. La fune rimane
impigliata in uno degli strumenti, che non vuole tuffarsi in questo mare
oggi un tantino agitato. Forse ha freddo, chissà.
In ogni caso, mai paura, il tecnico, con metodo e diligenza, riesce a
liberare la cima, dopo svariati tentativi, qualche suggerimento gridato in
tedesco, qualche onda di troppo.
Fatta.
E in tutto questo, mai un sorriso, mai un'imprecazione. Assoluto silenzio,
controllo della situazione, sfoggio di apparente sicurezza.
"Professionalissimi tecnici uccidono, con perizia da chirurghi, intero
equipaggio al largo della costa greca", potrebbe recitare il giornale
domani, non ci troverei nulla di strano.
E sono anche sicura che l'intero lavoro sarebbe portato a termine a regola
d'arte, giusto in tempo per le 10.00, o per le 15.00, perché...non vorremo
mica saltare la pausa caffè?