Uno fra i numerosi giornali dell'Isola pone ogni settimana dieci domande (Tien Vragen) ad un illustre sconosciuto isolano. Le domande di norma riguardano cheffà, dovesta, perchéqua, perchélà, ma poi quasi sempre, alla fine, c'è n'è una difficilissima: qual è per te, o caro autoctono, la felicità più grande?
Così.
Il giornale te lo chiede e tu sei lì, che devi rispondere.
E se capitasse a me? Ohmamma.
Che rispondo?
Nell'ultimo sondaggio a cui ho (parzialmente) partecipato, chiedevano quali fossero le cinque ragioni per continuare a vivere.
Il mio contributo si è basato principalmente sul fatto che ancora nessuno è proprio proprio sicuro che la Luna non sia di formaggio, e per questo valga la pena essere pronti (e vivi) per poter festeggiare nel caso quest'ipotesi venga rivoluzionariamente confermata.
A pensarci bene, però, non credo di poter elencare quest'eventualità nella mia top five delle felicità.
Beh, allora, proviamoci...
1. quando sono la persona giusta nel posto giusto.
2. quando il Mondo mi sorprende con un'esperienza inattesa.
3. quando ho in tasca un biglietto per partire, e uno per tornare.
4. quando qualcuno mi fa ridere di gusto.
e la felicità ultima? la numero cinque?
5. quando Subirotamic fa la pizza e gli viene bene, ed è buonissima anche senza formaggio.
07 ottobre 2010
07 settembre 2010
"Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria"

Giorni fa ho lasciato l'Isola, per fare un po' di chilometri insieme alla mia Casa.
Attualmente, infatti, Casa è una barca a vela disalberata nel cuore della Francia, che per via fluviale sta cercando di raggiungere l'Isola, in barba ai monti che ci son di mezzo.
Bizzarrie che accadono.
Un andare lento e misurato, interrotto solo dai vortici e dislivelli delle chiuse. Chiuse chiuse, poi aperte, e poi chiuse di nuovo, per vincere, chiusa dopo chiusa, quella gravità che ti è contro.
Ed è così che si scopre che la modernissima strumentazione di bordo ha una pecca: non dà l'altitudine. Non è semplicemente previsto che una barca come quella valichi colline e pendii per arrivare a un mare altrove, che non è il suo.
Come detto, però, le bizzarrie accadono. Eccome.
E allora la navigazione di fiume, per questo verso, è navigazione controcorrente. Più che una meta, una direzione, ostinata e contraria.
www.sy-polaris.it
04 settembre 2010
Emigrazione d'élite
Senza esserne del tutto consapevole, faccio parte di questo fenomeno, come mi ha recentemente spiegato un mio caro amico: il fenomeno dell'emigrazione d'élite.
Non avere la valigia di cartone, non aver attraversato l'Oceano in terza classe, non essere affondati per via di un iceberg, tutti questi potevano già essere considerati preziosi indizi del fatto che la mia, di emigrazione, non seguiva pari pari quella dall'Italia di 60 anni, e più, fa.
Ma la mia durezza di comprendonio è proverbiale, e la sua fama mi precede in Galilea, e altrove.
Lo spago l'ho comprato al supermercato qui in Olanda, non l'ho srotolato dalla mia sacca.
E son arrivata qui con un lavoro, e una casa. Insomma, un'altra storia.
Forse, per un attimo, la solitudine di un'isola nordica, di una lingua che non capisco, di tradizioni non mie, mi hanno portato ad intuire, di striscio, la condizione di emigrato/immigrato, stati d'animo e stati paesi che si sovrappongono, come due sentimenti, di nostalgia e inadeguatezza, e fanno male.
Lontananza da casa e dalla famiglia, ma anche dal tuo nuovo vicino, che non capisci.
Fortunatamente, e giustamente, questo mio caro amico ha presto interrotto l'ardito paragone, in cui è così facile scivolare, soprattutto ora che le giornate si fanno più corte, e il vento più freddo.
Io, e insieme a me molti altri, non siamo altro che emigrati d'élite, è la prova è semplice, ed è lì, in cucina. Abbiamo la macchina per fare i waffel. Un complesso apparato elettrico, dispendioso e ingombrante, che è in grado di cucinare un'unica pietanza, per di più un dolce.
Come replicare?
E' così. Un'emigrazione d'élite, fatta di macchine-pressa per i waffeln, e padelle speciali per i poffertjes.
E di biglietti aereoferrotranvieri sempre in tasca, per passare due o tre giorni a casa, appena si può, ovunque essa sia.
Chissà se anche ai nostri nonni, che viaggiavano verso la loro america in cerca del loro futuro, mancava il sugo della mamma.
Speriamo almeno di trovarlo, quassù, questo nostro futuro. Del sugo, infatti, neanche l'ombra...
Non avere la valigia di cartone, non aver attraversato l'Oceano in terza classe, non essere affondati per via di un iceberg, tutti questi potevano già essere considerati preziosi indizi del fatto che la mia, di emigrazione, non seguiva pari pari quella dall'Italia di 60 anni, e più, fa.
Ma la mia durezza di comprendonio è proverbiale, e la sua fama mi precede in Galilea, e altrove.
Lo spago l'ho comprato al supermercato qui in Olanda, non l'ho srotolato dalla mia sacca.
E son arrivata qui con un lavoro, e una casa. Insomma, un'altra storia.
Forse, per un attimo, la solitudine di un'isola nordica, di una lingua che non capisco, di tradizioni non mie, mi hanno portato ad intuire, di striscio, la condizione di emigrato/immigrato, stati d'animo e stati paesi che si sovrappongono, come due sentimenti, di nostalgia e inadeguatezza, e fanno male.
Lontananza da casa e dalla famiglia, ma anche dal tuo nuovo vicino, che non capisci.
Fortunatamente, e giustamente, questo mio caro amico ha presto interrotto l'ardito paragone, in cui è così facile scivolare, soprattutto ora che le giornate si fanno più corte, e il vento più freddo.
Io, e insieme a me molti altri, non siamo altro che emigrati d'élite, è la prova è semplice, ed è lì, in cucina. Abbiamo la macchina per fare i waffel. Un complesso apparato elettrico, dispendioso e ingombrante, che è in grado di cucinare un'unica pietanza, per di più un dolce.
Come replicare?
E' così. Un'emigrazione d'élite, fatta di macchine-pressa per i waffeln, e padelle speciali per i poffertjes.
E di biglietti aereoferrotranvieri sempre in tasca, per passare due o tre giorni a casa, appena si può, ovunque essa sia.
Chissà se anche ai nostri nonni, che viaggiavano verso la loro america in cerca del loro futuro, mancava il sugo della mamma.
Speriamo almeno di trovarlo, quassù, questo nostro futuro. Del sugo, infatti, neanche l'ombra...
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