17 maggio 2013

Di tramonti e fiori tardivi.


E' Primavera, quasi Estate, ormai, sull'Isola, eppure non pare.
Pioggia battente, vento tagliente, grigio, freddo. Giacca invernale ancora addosso, guanti in tasca, che non si sa mai.
Unici indizi dell'aver passato Gennaio son la luce, che ci fa cenare alle dieci, e i fiori, dietro casa, che, finalmente, hanno deciso di invadere i prati.

Così, dopo cena, si prende la bici, e in un attimo si è dentro l'Olanda che tutti voi, mie cari lettori, avete sempre segretamente voluto vedere su un blog di chi, come me, tiene un diario olandese.
Eccola, è nordica, tragica, bellissima. 
Fatene buon uso, perché rara e preziosa come le giornate di Sole, quest'anno.

Convergenze.
Fiori.
Fine dei fiori.
Un lago, una casa.
Un tramonto, una baia.


14 maggio 2013

Week end lungo di Maggio 1: Guida di Berlino in poche frasi.

Brevi, personali e ricercatissime linee guida sulla capitale tetesca alla seconda visita (qui pensieri sulla prima visita). 
 
Berlino è gigante e ci vive tanta, tanta, tanta gente. 
A Berlino, la sua gente, sta tutta in tram all'una di notte.
A Berlino succedono proprio un sacco di cose.
A Berlino si pagano le tasse.
A Berlino ho visto più albe che tramonti, e non so come sia possibile.
A Berlino si cammina fra gli alberi.
A Berlino  c'è un ex aereoporto ortofrutticolo.
A Berlino c'è la porta di Babilonia, e ti puoi innamorare di un assiro.
A Berlino  si mangia fuori.
A Berlino si mangia bene.
A Berlino si mangia a poco.
A Berlino ci si sente ognuno più artista dell'altro. E forse lo si è.
A Berlino, se devi andare a un appuntamento a Berlino, ci metti minimo 40 minuti, anche se sei già lì.
A Berlino c'è lo spritz nei bicchieri di plastica e costa 2 euro e 50.
A Berlino si può fare la colazione al bar, ma non la si fa perché le colazioni non esistono, che è già ora di pranzo.
A Berlino ti sembra di essere entrata in un locale, invece è un montacarichi con un divano che scende alcuni piani più giù, e ti porta al locale.
A Berlino ci sono i negozi di mute aperti quando servono.
A Berlino c'è gente diversa l'una dall'altra, e io non sono la più bassa.
A Berlino si mangia vegano ovunque.
A Berlino si beve il club mate, e la cocacola non esiste.
A Berlino ci sono un sacco di mercatini che ti regalano le idee (ma vendono moltissime cose brutte).
A Berlino, mi è parso, son tutti sinceri.

A Berlino si possono solo scrivere brevi frasi sincopate su Berlino, alle 11.26, che bisogna uscire, dai, che a Berlino si son pure gli amici, e bisogna incontrarli tutti.
Perché a Berlino, loro, son la cosa migliore che c'è.

Oderbergerstrasse.
Paperpanchina.
Primo giro.
Ultimo giro.
Metro, stazione.
I superamici.







06 maggio 2013

Mai sempre.

Mai, mai, mai affezionarsi alle cose materiali, dice il saggio.
Una lezione che non mi è riuscita di imparare neppure questa volta, quando tutto sembrava perduto, soprattutto il mio cappello preferito.
Io, lo ammetto, posseggo svariati cappelli, ma insomma, vivendo qui al Nord li indosso da Settembre a Maggio e quindi, un pochino, me li merito pure: c'è quello regalatomi per il compleanno da un'amica, quello che era un travestimento da serpente, ed ora è solo il mio cappello verde; c'è quello fatto a ferri dalla mamma di un'altra amica, quello cucito e progettato da un'altra mamma di un'altra amica ancora.
Due provengono in qualche modo da mio fratello, uno è di mio papà, ed un altro, beh, un altro è semplicemente mio da sempre.
Uno è un po' cappello, e un po' sciarpa e poi c'è lui. 
Soffice soffice, ma così fitto da lasciare fuori anche il vento dell'Isola: è tessuto al telaio su di un'isola differente, lontana, un'isola d'alta quota appoggiata nel lago Titicaca.
Ecco lui, al quale mai e poi mai ci si sarebbe dovuti affezionare, di punto in bianco, s'è perduto.

Stavo quasi per riconoscere la mia debolezza e abbandonarmi alla disperazione quando l'Ufficio Oggetti Smarriti del ferry mi ha rivelato, su di un asettico tavolo, quel grumetto di lana marrone, che solo io potevo salutare con un sorriso così grande.
Giubilo, gaudio!
Morale: cappello ritrovato, lezione non imparata, presa di coscienza superifciale del fatto che davvero non bisognerebbe mai, mai e poi mai affezionarsi a una cosa come un cappello.
Mai.
Mai sempre.